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Economia/Imprese

Legge di bilancio 2019: POS obbligatorio per commercianti e professionisti

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La legge di bilancio 2019, in un decreto attuativo a partire dal 1° luglio 2020, obbliga tutti i commercianti, i professionisti e gli studi associati a consentire ai propri clienti di saldare il conto con metodi di pagamento elettronici. Di fatto tale obbligo è già presente in Italia dal 2012, ma la totale assenza di sanzioni rendeva tale obbligo difficilmente realizzabile. Ora invece le cose cambiano, in quanto il nuovo decreto legge prevede anche delle specifiche sanzioni.

Le motivazioni della legge

L’obbligo del POS per commercianti, artigiani, liberi professionisti e attività di vario genere è motivato dalla lotta all’evasione fiscale, visto che i pagamenti elettronici sono registrati e tracciabili. Per altro stiamo parlando di una soluzione che rende più semplice a tutti saldare un conto, anche se di pochi euro. Non ci si dovrebbe trovare più nella situazione di dover prelevare contanti da uno sportello ATM per poter pagare il conto dell’idraulico o nel piccolo negozio di quartiere. Questo nuovo decreto legge permetterà a chi lo desidera di muoversi senza contanti in tasca, per pagare qualsiasi spesa attraverso una classica carta di debito o di credito.
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Economia/Imprese

Lo skill mismatch pesa come una tassa annuale del 6% sull’economia globale

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C’è una “tassa” annuale nascosta del 6% della produttività mondiale, pari a circa 5 mila miliardi di dollari, che pesa sulle aziende, i lavoratori e l’intera economia. È lo skill mismatch, la discrepanza tra le competenze richieste del mondo del lavoro e quelle disponibili sul mercato, che oggi riguarda 1,3 miliardi di lavoratori in tutto il mondo, due quinti di tutti quelli dei Paesi Ocse, ed è in costante aumento: nel 2030 si stima possa coinvolgere 1,4 miliardi di persone, con danni sempre più profondi per l’economia mondiale.

Lo evidenzia il report di Boston Consulting Group “Fixing the Global Skills Mismatch”, che ha messo sotto la lente il fenomeno globale di una forza lavoro qualificata ma con competenze inadatte a fronte di ruoli per cui non si trovano skill adeguate. Un fenomeno – evidenzia il report – causato principalmente dalla distanza tra il mondo del lavoro, sempre più complesso e in trasformazione, e quello della formazione, ancora legato al modello dominante nella seconda metà del XX secolo di un’educazione standardizzata di massa in funzione di un unico posto per tutta la vita.
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Economia/Imprese

Imprese: essere piccoli non è peccato, se si usa l’innovazione per crescere

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Da oltre 25 anni la crescita dell’Italia è ferma, mentre la produttività del Paese è agli ultimi posti in Europa. Per molti, la colpa è dell’esercito delle piccole imprese italiane che sono la spina dorsale della nostra economia. Eppure, se è un dato di fatto che l’ossatura della nostra industria poggi su una dimensione micro, è altrettanto vero che la piccola impresa è una caratteristica distintiva anche di economie più solide e più dinamiche della nostra. Basti pensare che negli Stati Uniti sono le aziende con meno di cinque anni a creare tutti i nuovi posti di lavoro. La chiave di volta però non è nella dimensione dell’impresa, ma nella capacità di innovare, ed è da questa che dipende la capacità del nostro Paese di tornare a crescere.

Non facciamoci ingannare dai numeri

Nell’ultima classifica Fortune Global 500 sulle più grandi imprese al mondo, l’Italia compare con appena 6 aziende: una situazione che si ripete da sempre, ma è paradossale che in quell’elenco il made in Italy compaia solo grazie a colossi dei servizi. Ci sono Poste, Eni, Enel, Generali, Intesa UniCredit, ma manca tutta la nostra manifattura. Nonostante sia la seconda per importanza in Europa e sesta nel mondo, e sia il fiore all’occhiello del nostro Paese: basti pensare a marchi come Ferrari, Ferrero; Luxottica, Armani o Dolce&Gabbana. Brand che il mondo intero ci invidia, ma non abbastanza grandi da entrare nel Gotha.

Dobbiamo anche ricordare che il 92% delle imprese italiane attive fattura meno di 50 milioni di euro l’anno- tetto oltre il quale non si è più Pmi- ma sono proprio queste aziende a garantire un impegno dell’82% dei lavoratori del nostro Paese. Secondo uno studio di Prometeia, ci sono 5,3 milioni di Pmi con un fatturato aggregato di 2mila miliardi di euro e circa 15 milioni di dipendenti. Per quanto noto, però, il dato più incredibile è quello della Cgia: secondo la confederazione degli artigiani, il 95% di queste imprese è micro, ovvero non arriva a 10 dipendenti e ha un giro d’affari inferiori ai due milioni di euro.
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