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Economy

ICT, le famiglie battono le imprese

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Il rapporto sul settore dell’Information & Communication Technology: mercato in crescita, ma soprattutto nei privati (+10,5%). Gli investimenti per le aziende sono aumentati dell’1,9%

Gli italiani hanno una vera e propria fame d’innovazione. Lo dimostrano le imprese, che nel 2007 hanno investito oltre 16 miliardi di euro in Information Technology, con un incremento dell’1,9% rispetto all’anno precedente; lo confermano le famiglie che, nonostante la contrazione generale dei consumi, hanno speso oltre 1 miliardo di euro per dotarsi di tecnologie innovative, con un balzo di ben 10,5% rispetto al 2006. Vi è poi la corsa a Internet: raddoppiati in due anni gli accessi a banda larga, cresce l’uso dei servizi on line turismo, banche, e-commerce, intrattenimento, informazione, cultura. Sul fronte pubblico si registra invece uno scenario completamente in controtendenza alle scelte degli italiani. La domanda It della Pubblica amministrazione è scesa nel 2007 dello 0,6%, oscillando negli ultimi anni intorno a un’asfittica quota di 3 miliardi di euro. È quanto emerge dal Rapporto Assinform 2008 sull’andamento del settore Ict nel 2007. Nel 2007 il mercato aggregato dell’ICT (informatica + telecomunicazioni) ha raggiunto i 64.390 milioni di euro (+0,9%). Se da una parte il comparto delle telecomunicazioni (apparati, terminali e servizi per reti fisse e mobili) si è mosso con lentezza (+0,4%, contro il +2,1% dell’anno prima) e, sostenuto dalla sola componente dei servizi su rete mobile, non è andato oltre ai 44.200 milioni di euro, dall’altra il comparto dell’informatica è invece cresciuto del 2%, a quota 20.190 milioni, manifestando una maggiore vitalità. Ciò è avvenuto grazie ancora e soprattutto alla crescita della domanda di apparecchiature (hardware, + 4,8%), cui ha molto contribuito la persistenza della domanda di personal computer (+13,1% in unità e +5,5% in valore). Dal 2005 al 2007, la penetrazione del cellulare nelle famiglie italiane è infatti passata dall’80,8 all’ 85,5%, quella del pc dal 43,9% al 47,8% e quella di Internet dal 34,5% al 38,8%, lasciando intendere che la cosa che manca è un quadro di riferimento che favorisca l’uso dell’ICT in chiave di innovazione nel sistema produttivo. In campo informatico, quanto alle imprese, cui è ascrivibile quasi il 95% del mercato IT, è da rilevare che le dinamiche d’investimento, per quanto contenute, siano state positive in tutte le classi dimensionali. Sono infatti cresciuti sia gli investimenti IT delle grandi imprese (10.873 milioni, +1,7%, contro l’1,3% del 2006 e lo 0,9% del 2005), delle medie (4.767 milioni, +1,9%, contro l’1,8%, del 2006 e l’1,7% del 2005) e anche delle piccole (3.495 milioni + 0,6%, contro il modesto 0,3% del 2006 e il calo dell’1,4% del 2005). Le dinamiche viste cambiano di molto poco la ripartizione della domanda IT per classi dimensionali d’impresa. Questa vede ancora largamente al primo posto le grandi aziende, con oltre 250 addetti (con una quota di mercato del 56,8%), seguite dalla medie, con 20-249 addetti (24,9%) e dalle piccole sino a 49 addetti (18,3%), con una domanda ancora proporzionalmente molto inferiore al loro peso, sia in chiave di contributo al PIL che di occupazione. Proprio quest’ultimo aspetto lascia intravedere quali potrebbero essere le potenzialità di interventi volti ad incrementare gli investimenti IT nell’impresa minore. Lo spaccato della domanda per settori d’utenza conferma il ruolo trainante delle banche ( 4.578 milioni, +1,7%) dell’industria ( 4.157 milioni, + 2,0%) e delle aziende della distribuzione e dei servizi ( 2.293 milioni, +3,2%), per l’effetto combinato di dinamiche e peso. Nel settore pubblico la PAL ha fatto registrare progressi, mentre l’Amministrazione Centrale ha fatto registrare un calo della spesa del 3.2%. Il valore del commercio elettronico B2C in Italia (insieme delle vendite effettuate via Internet da siti italiani verso i consumatori fi nali italiani e stranieri) registra dal 2000 al 2006 un tasso di crescita che non è mai stato inferiore del 40% annuo e nel 2007 ha raggiunto quota 5,3 miliardi di euro. La maggior parte delle vendite on line avviene nel mercato interno, essendo la quota verso l’estero di 900 milioni di euro, con l’Ue, gli Usa e il Giappone i principali destinatari. Le stime per il 2007 indicano che le vendite al dettaglio nel mondo, sul canale dell’e-Commerce, supereranno i 300 miliardi di euro. Fra le criticità vi sono limiti strutturali a partire dalla scarsa penetrazione di Internet e della banda larga, costi e assetti della logistica distributiva. Limiti culturali dovuti alla diffidenza degli italiani verso l’utilizzo della carta di credito on line e alla scarsa propensione all’acquisto a distanza. L’analisi delle applicazioni B2B, ovvero di applicazioni di tecnologie digitali ai processi interaziendali cliente-fornitore, ha messo in luce come i progetti in atto nelle imprese italiane riguardino soprattutto aziende di grandi dimensioni, mentre le Pmi possono essere coinvolte attraverso progetti a livello di distretto. Per il 2008 si stima una crescita del mercato ICT (aggregato informatica e telecomunicazioni) dell’ordine dell’1,9%, di un punto percentuale in più rispetto al 2007. Il relativo miglioramento porterà il mercato ICT al valore complessivo di 65.643 milioni, ma si confronterà con tassi più sostenuti attesi in tutti i Paesi guida dell’Europa, e sarà più che altro funzione di una ripresa sul fronte delle telecomunicazioni. Infatti per queste ultime è prevista una crescita del 2,1%, mentre per l’informatica, l’attuale situazione congiunturale lascia presagire una crescita inferiore a quella del 2007 e pari all’1,6% 

 

Puntare sulla competenza
Immaginate un ufficio senza più carte e telefoni fissi sulla scrivania; al loro posto un semplice kit tecnologico composto da telefono cellulare con la possibilità della videoconferenza e funzioni BlackBarry, un computer portatile, una company card per accedere al network aziendale e un cercapersone universale. L’ufficio come lo conosciamo noi si trasformerá nei prossimi 20 anni, questo é quanto riportato nella relazione pubblicata recentemente da Johnson Controls Global WorkPlace Solutions, azienda americana leader nella fornitura di servizi per migliorare gli ambienti di lavoro. Il rapporto “Workplace Futures” esamina come e perché l’ambiente di lavoro nel mondo cambierá entro il 2030, aiutando cosí l’industria a capire meglio quali saranno le forze che determineranno il cambiamento di questi ambienti. Una delle prospettive piú verosimili vede il professionista del 2030 vincolato maggiormente da limiti di tempo in un luogo di lavoro che comprenderá lo spazio per le interazioni sociali, sará un luogo di pari opportunitá e offrirá al dipendente una maggiore possibilitá di scelta su quando, dove e come lavorare. Comunque, la prospettiva non é del tutto positiva e l’azienda potrebbe dover affrontare alcune situazioni difficili a livello globale. La relazione esplora tre possibili panorami dell’ambiente di lavoro nel 2030. Il primo, “Jazz”, descrive un villaggio globale competitivo dove il luogo di lavoro é visto come un network. “Consiglieri saggi” individua un ambiente di lavoro sicuro, responsabile, con una particolare attenzione per l’equilibrio vita personale/lavoro e vede l’ambiente di lavoro come una comunitá. Il terzo scenario, “Dantesco”, é un mondo frammentato che dá maggior importanza al profitto piuttosto che ai dipendenti e vede l’ambiente di lavoro come una fortezza. Di certo lo scenario piú probabile é verosimilmente una combinazione di eventi e condizioni di tutti e tre i panorami.  

Business TV, settore in crescita
Un terzo delle aziende italiane comunica con la televisione. Secondo una ricerca dell’Osservatorio TV dell’Università Bocconi emerge quanto l’uso del video sia ormai diffuso nelle imprese di grandi dimensioni, con il 40% che lo ritiene strumento importante o strategico per la propria comunicazione. Tramite business e brand tv, canali tematici su Internet e video prodotti dall’azienda, il mezzo è usato sia per coinvolgere ed informare i dipendenti sia per promuovere e crescere il brand all’esterno. “La ricerca mostra come un numero crescente di aziende utilizzi il video per sperimentare forme e modalità di comunicazione nuove a pubblici diversi – spiega Paola Dubini, responsabile dell’Osservatorio Business TV della Bocconi -. E con l’abbattimento di costi di produzione e la proliferazione dei canali di diffusione aumenta la sperimentazione, con le imprese che utilizzano i video per raccontare la propria storia, per raccontarsi, per far raccontare ai propri dipendenti la loro storia.” Secondo la ricerca, circa il 30% delle aziende italiane produce o utilizza in modo continuativo il video per comunicare a pubblici diversi. Il 14%, infatti, ha una business tv, il 10% usa video in modo diffuso e organizzato (ma non tramite business tv) e il 6% ha una tv aziendale in fase di attivazione. Il 40% delle aziende che utilizzano il video in modo continuativo si rivolgono prevalentemente a un target interno e il 20% a uno esterno. Il video risulta essere uno strumento di recente introduzione nelle imprese italiane. Il 22% lo ha introdotto nel periodo 2000-04, il 48% a cavallo tra il 2005 e 2006 e il 26% nell’ultimo biennio. Per quanto riguarda il ruolo che il video ha assunto nella comunicazione aziendale, il 33% dichiara che è importante e l’8% lo ritiene strategico, il 28% che agisce di supporto alla comunicazione tradizionale e il 21% che è marginale. I contenuti delle business tv vengono aggiornati mensilmente nel 20% dei casi, settimanalmente nel 18% e quotidianamente nel 17%. Nel dettaglio, le business tv interne prediligono un aggiornamento quasi quotidiano e le brand tv un aggiornamento mensile. Le scelte editoriali sono orientate a una comunicazione in pillole, con il 42% dei canali che trasmettano video che non superino i tre minuti. Infine, l’esperienza dell’utilizzo della business tv è ritenuta positiva dall’81% del campione, con l’88% che intende continuare e sviluppare l’esperienza. Il 9%, invece, sta riflettendo su come trovare un nuovo ruolo per le loro tv. “Il video come leva comunicativa è in grado di cogliere numerosi obiettivi – spiega Francesco Saviozzi, coordinatore della ricerca-. Rivolto all’interno diventa, oltre a leva strettamente informativa, strumento di motivazione, coinvolgimento e condivisione tra dipendenti. Rivolto all’esterno, invece, diventa strumento di differenziazione nelle attività di promozione e di brand building.

I vantaggi della fatturazione elettronica
Dalla gestione integrata e digitale dell’intero ciclo dell’ordine, dall’allineamento delle anagrafi che alla riconciliazione dei pagamenti. La fatturazione elettronica crea un valore aggiunto per il mondo dell’impresa. A dirlo è il rapporto 2008 dell’Osservatorio fatturazione elettronica e dematerializzazione del Politecnico di Milano che ha messo in evidenza vantaggi e benefici economici portati dal settore. Se da una parte, la Legge Finanziaria 2008 ha stabilito l’obbligo di fatturazione elettronica nei confronti della pubblica amministrazione, sul fronte delle aziende la strada risulta essere ancora in salita. Dall’analisi emergono dieci modelli o paradigmi di adozione, sinteticamente classificabili in due classi principali: i modelli di fatturazione elettronica in senso stretto, comprendenti tutte le soluzioni volte a digitalizzare e automatizzare il processo che va dalla creazione della fattura all’archiviazione della stessa e che include modelli di sola conservazione sostitutiva o modelli di fatturazione elettronica vera e propria; i modelli di fatturazione elettronica in senso ampio o di integrazione e dematerializzazione del ciclo ordine-pagamento, in cui il dominio di analisi è allargato all’intero processo logistico-commerciale e amministrativo- finanziario, dalla creazione dell’ordine alla chiusura del ciclo dei pagamenti e delle annesse riconciliazioni. Da un punto di vista settoriale, lo studio del Politecnico evidenzia come il comparto degli elettrodomestici sia quello in grado di ottenere i maggiori vantaggi da una completa integrazione e dematerializzazione del ciclo ordine-pagamento: il risparmio in valore assoluto è di circa 70 euro a ciclo, corrispondenti a una riduzione percentuale del costo iniziale che va dal 65% all’85%, a seconda del settore. La cifra scende a 25 euro nel settore farmaceutico, che può contare in partenza su una maggiore accuratezza documentale di base. In relazione al grado di adozione a oggi di queste soluzioni in Italia, dai risultati della ricerca emerge che la fatturazione elettronica, nelle sue varie accezioni, è ancora un fenomeno poco diff uso: meno di un’azienda su dieci, al momento, ha fatto questa scelta e appena un’impresa su trenta ha scelto le soluzioni più integrate. La diff usione dei modelli di fatturazione è frenata, sempre secondo il rapporto, da una sostanziale mancanza di consapevolezza da parte del management delle organizzazioni, e soprattutto da parte dei top executive, del signifi cato di fatturazione elettronica in senso ampio e del valore legato ai progetti di fatturazione elettronica e da una resistenza alla collaborazione di fi liera, con fornitori, clienti e provider di servizi, in base alla quale si riconosce la dipendenza sempre più signifi cativa delle proprie prestazioni dai servizi degli altri attori, soprattutto nelle supply chain complesse e articolate.

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