close
Personaggi

L’uomo (e l’imprenditore) che vive senza futuro

auge

Intervista a Marc Augé, uno dei più affermati antropologi del mondo, che spiega l’evoluzione della società e dell’uomo contemporaneo. Spunti di riflessione importanti anche in prospettiva imprenditoriale, poiché ogni azienda vive e opera a contatto con il mondo che la circonda.

Solitudini parallele che conducono all’isolamento e non danno esiti creativi e crisi di temporalità dell’uomo contemporaneo. Tematiche che fanno riflettere anche in chiave economica e su cui uno dei più affermati antropologi del mondo, Marc Augé si è soffermato in un incontro organizzato da Sinapsi, Associazione per la Cultura, al Teatro Donizetti di Bergamo. È stata l’occasione per dar vita a un’intervista che lo studioso ha concesso a B&G dove emerge tutta la complessità dell’uomo contemporaneo spesso impantanato in un presente immobile che non trae più suggerimenti dal passato, né guarda all’avvenire. Spunti di riflessione importanti anche per gli imprenditori che possono osservare con una prospettiva diversa l’evoluzione della società contemporanea.

Non percepire il futuro vuol dire mancare di progettualità, sia per l’individuo che per la collettività. È una “malattia” grave professor Augé?
 È grave ma non è la fine del mondo, e non per modo di dire. Siamo al centro di una crisi che è simile a una fine ma non lo è. I miti di origine – fondatori delle religioni – sono entrati in crisi con il secolo dei Lumi; i miti del futuro – fondatori delle ideologie politiche progressiste – sono stati cancellati dalla storia del XX secolo. Ma religioni di salvezza e utopie laiche erano sovente un modo di vivere il mondo, non di cambiarlo. Oggi, anche se si constata l’indebolimento delle proiezioni politiche di vasta portata, non sono da escludere sorprese in questo campo, e l’indebolimento di rappresentazioni costruite dell’avvenire è un’opportunità per cambiamenti effettivi che si sono nutriti dell’esperienza storica concreta. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo – diversamente da religioni e utopie – convertendoci così a una sorta di esistenzialismo pratico.

Esistenzialismo pratico. Può dirci di più a questo proposito?
Prendiamo le innovazioni tecnologiche che hanno rovesciato i rapporti tra i sessi e i modi di comunicare, la pillola e Internet: non sono nate dall’utopia ma dalla scienza e dalle sue conseguenze tecnologiche. L’esigenza democratica e l’affermazione individuale prenderanno probabilmente strade inedite che oggi appena intravediamo.

Allora è la scienza la chiave per uscire dall’impasse?
Dall’inizio del XX secolo la scienza ha compiuto progressi accelerati che lasciano scorgere prospettive rivoluzionarie e inimmaginabili. Nuovi mondi si aprono davanti a noi: l’universo, le galassie (e questo cambiamento di scala non sarà privo di conseguenze sull’idea che ci facciamo del pianeta e dell’umanità), il confine tra materia e vita, l’intimità degli esseri viventi, la natura della coscienza. Queste nuove conoscenze porteranno a una ridefinizione dell’idea che ogni individuo può farsi di se stesso. Quello che sapremo del mondo cambierà il mondo. Per questo è imprescindibile realizzare cambiamenti rivoluzionari nel campo dell’educazione.

Scienza e educazione, quindi parliamo di istruzione. Tema dolente in Italia, professore…
Anche in Francia, senza dubbio. Ma vorrei partire dall’elogio della scienza per arrivare all’educazione. La scienza è un modello di modestia. La storia della scienza è quella di uno spostamento progressivo, mai esente da correzioni. La scienza si appoggia sulle conoscenze acquisite ma non le considera definitive. È l’unico settore dell’attività umana in cui la nozione di progresso dipende dall’evidenza, eppure le nozioni di certezza, verità e totalità sono incessantemente rimesse in causa. Per queste ragioni il modo di procedere della scienza può esser considerato come il modello da  seguire in ambito politico o sociale. Non governare in nome della scienza (la conoscenza, al contrario dell’ideologia, non è un punto di partenza assoluto) ma in vista della scienza. Se ci pensiamo è l’esatto contrario di tutti i fondamentalismi. Perciò l’educazione è la priorità delle priorità. C’è il rischio che l’umanità si divida fra un’aristocrazia del sapere e dell’intelligenza e una massa ogni giorno meno informata su quello che la conoscenza comporta. Una massa di semplici consumatori o, peggio, sottoconsumatori. Questa disuguaglianza riprodurrebbe e moltiplicherebbe la disuguaglianza delle condizioni economiche. Ma non accontentiamoci di belle parole. Se vogliamo evitare una catastrofe planetaria dobbiamo coltivare quella che io chiamo “utopia dell’educazione”, necessaria alla scienza e alla società. I professionisti della ricerca e dell’insegnamento hanno un’importante responsabilità e lo stesso vale per i politici, perché questo ruolo dell’educazione di fatto dipende dai politici che la finanziano e la orientano, ma di diritto risponde solo al desiderio di conoscere. Un’utopia dell’educazione, se non vuole rimanere un pio voto, deve definirsi come pratica e riformista anche se i termini sembrano stridere. Si tratta di porre il sapere come fine individuale e collettivo. Da qui il ritorno a una percezione del tempo e la scommessa ragionevole che il giorno in cui sacrificheremo tutto al sapere saremo tutti più ricchi e più giusti.

Una nuova “utopia”. Siamo sicuri di volerla chiamare così?
Forse c’è un termine migliore, ci penserò. Per il momento chiamiamola “utopia”, non più statica, bensì aperta, proprio come lo è la scienza. E come la scienza non solo progressista (che vuole il progresso) ma progressiva (che progredisce).

Chi è Marc Augé
Marc Augé, 72 anni, è stato presidente dell’Ecole des hautes études en sciences sociales a Parigi dal 1985 al 1995. È uno dei più stimati antropologi viventi. Africanista di formazione, da qualche anno ha rivolto lo sguardo verso la società contemporanea. Dopo la metà degli anni Ottanta, ha diversificato i suoi campi di osservazione, effettuando numerosi soggiorni in America latina ed anche osservando le realtà del mondo contemporaneo nel contesto più immediato. Un approccio antropologico al quotidiano per una riflessione sul destino del mondo contemporaneo. Fondamentale la sua teorizzazione dei non luoghi del 2005. In aprile è stato pubblicato in Francia il suo ultimo libro “Dove è andato a finire il futuro?”.

SINAPSI Associazione per la Cultura
Divulgare e discutere argomenti rimasti perlopiù in ambito accademico, quali la clonazione, i cibi transgenici, la globalizzazione, il dolore legato alla sofferenza fisica e psichica, la procreazione, l’energia e l’ambiente, i limiti dello sviluppo. Sono alcuni dei temi trattati da Sinapsi Associazione per la Cultura, nata a Bergamo nel 1999, con l’intento di promuovere iniziative culturali in tre ambiti specifici: medico-biologico, filosofico-storico, umanistico-artistico. La convinzione dei fondatori e sostenitori di Sinapsi è che è possibile una trattazione divulgativa anche di grandi temi per contribuire a generare una società più informata e più tollerante. Dal ’99 ad oggi Sinapsi ha coinvolto più di 70 personaggi di alto profilo scientifico e culturale e ha organizzato quindici manifestazioni a tema. L’attività di Sinapsi ha dato un contributo significativo anche alla realizzazione di “BergamoScienza”, oggi associazione indipendente e manifestazione divulgativa di temi scientifici, che dal 2003 coinvolge la città con conferenze, mostre, laboratori e eventi per un mese intero in autunno. 

 

Business&Gentlemen

The author Business&Gentlemen