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Personaggi

Mille e una favola di sport

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Candido Cannavò racconta storie straordinarie dalle pagine dell’universo sportivo italiano e fa un’analisi severa su calcio e sportbiz

Nel corridoio che porta all’ufficio di Candido Cannavò c’è una foto in bianco e nero di Coppi e Bartali che si scambiano la borraccia. Il fondo scorre, le mani si sfiorano, le gambe spingono nervose sui pedali: l’immagine è straordinaria, ma il gesto è ancora più profondo. In quell’istante fissato sulla pellicola c’è l’anima dello sport è c’è una grande storia da raccontare. Sono vicende come queste che restano nella memoria degli appassionati e sono storie come questa di cui è stato testimone il più celebre dei giornalisti sportivi italiani che abbiamo intervistato nel suo ufficio di Milano alla Gazzetta dello sport. Dallo sport-business alla crisi del calcio, da Pistorius a Michel Platini, fino alla favola di Livio Berruti: Cannavò ha disegnato per noi i ritratti di tante icone e tanti gentleman dello sport, facendo anche un’analisi disincantata sullo sport più amato d’Italia.

Oggi sempre di più le prospettive del business sono presenti anche in ambito sportivo. Sponsorizzazioni, attività professionali, quotazioni in borsa, ecc. In linea generale lei ritiene che questa crescente componente “economica” abbia avuto un influsso positivo o negativo sul mondo dello sport?
Mi auguro che il business nel mondo dello sport non sia ovunque come nel calcio professionistico dove si continuano a registrare fallimenti e voragini nei conti, dove le operazioni in Borsa non sono certo state dei buoni investimenti. Si parla di calcio e business e ci si riempie la bocca con questa parola, ma la realtà non è così positiva dal punto di vista economico. Il termine business è un’espressione vaga che ha un significato solo per i giocatori, per gli sponsor.

In questa prospettiva, la componente della favola, della passione, delle emozioni quanto conta ancora secondo lei?
La materia prima basilare è la credibilità dello sport e la passione che ne deriva. Questo può incidere notevolmente sul pubblico. Non è solo una questione di spettacolo, è anche una questione di qualità del “prodotto” sportivo e di continuità. Basti pensare al calo di pubblico negli stadi. È il termometro che qualità e continuità sono venuti a mancare. Spesso quando si parla di sport in Italia si finisce a parlare di calcio, catalizzatore rispetto a tutti gli altri sport. Ma il calcio ha i suoi problemi e li dimostra sempre di più: lo smodato sfruttamento televisivo, la violenza, la scomodità degli impianti e a tutto questo aggiungerei l’aspetto lugubre dello stadio. Non è certo un’immagine gioiosa quella che esce in generale dagli stadi: posti torvi, dove si sentono gli ultrà inneggiare alla morte degli avversari e dove i tifosi formano lugubri cortei tra colonne di poveri poliziotti per arrivare in tribuna.

Nel mondo delle sponsorizzazioni sportive, il calcio la fa ancora di gran lunga da padrone eppure altri sport emergono nelle preferenze delle aziende. Come ha sottolineato lei, i problemi del calcio si vedono sempre di più e qualche grande azienda sceglie altrove l’abbinamento del proprio marchio. Lei cosa ne pensa?
C’è chi ritiene che il calcio possa guarire solo se i grandi sponsor faranno la scelta coraggiosa di lasciare fino a quando non si ritornerà ai valori profondi di questo sport. Questo sarebbe un principio da applicare in tutti gli ambiti della vita. La verità è che per migliorare molti aspetti sociali, compresi quelli del mondo dello sport, bisogna cominciare a guardare al bene comune, al merito, ai valori. Tutte cose che nel nostro Paese faticano a imporsi. Anche il linguaggio della politica è palesemente falso eppure si continua senza mai cambiare veramente le cose. Lo stesso nello sport. Se qualcuno cominciasse a restringere i cordoni della borsa sarebbe un bel segnale. Ma poi si finisce sempre a guardare i propri interessi.

Invece, quali sono le direzioni in cui si sta muovendo l’editoria sportiva? La Gazzetta che lei ha diretto magistralmente per anni è sempre più esempio di multicanalità: web, settimanali, stampa quotidiana, iniziative speciali. È questa la direzione del futuro? È questo che chiedono i lettori e gli sponsor?
 L’editoria sportiva va verso forme di inserimento sempre più incisivo nella diversità delle tematiche della vita. Come vedete oggi su Gazzetta ci sono anche pagine non sportive, c’è un allargamento dell’area degli sport e si cerca di avvicinarsi al linguaggio dei giovani. Il giornale una volta era l’unico strumento editoriale su cui agire. Oggi Gazzetta è l’epicentro di un sistema che si collega verso altre forme di comunicazione. Questo corrisponde alla crescita culturale dei lettori: lo sport non è più una “roba” per gli stravaganti e per i super competenti, ma un argomento di interesse collettivo. In questi mesi sulla Gazzetta sono in corso tante sfide: il cambio di formato, il passaggio al full color, iniziative di compartecipazione con altri media. E poi il web, con il nostro sito che sta crescendo enormemente sul fronte dei contenuti, dell’interattività, dei servizi.

Lei ha scritto un libro sulla disabilità nello sport “E li chiamano disabili”. Cosa pensa del caso Pistorius, alla fine i disabili sono i cosiddetti normali…
 Questo è un discorso di cui dobbiamo rendere conto a noi stessi: il fenomeno va attualizzato e va capito. Esiste indiscutibilmente una grande potenzialità alla base della disabilità e la società deve farsi carico e riconoscere il valore di queste persone senza dover scovare solo e soltanto i casi più eclatanti. Io credo che ci sia una nuova cultura in questo senso, i disabili sono guardati con maggiore attenzione e considerazione. Certo c’è ancora molto da fare, ma la strada è quella giusta. Il discorso di Pistorius, poi, va al di là perché ha saputo dar vita a un caso clamoroso. Qui il vero prodigio non è soltanto quello atletico, qui è un prodigio della mente. L’uomo ha vinto la sfida contro i suoi limiti e diventa superiore. Io credo che vivere senza gambe sia una sfida non solo fisica ma un fatto straordinario della mente, è un capolavoro della fantasia.

La nostra rivista è appunto dedicata ai gentleman, chi secondo lei può essere considerato un esempio di gentleman nel panorama sportivo?
Penso ad esempio a Ottavio Missoni, davvero un gentleman. Certo ne ho conosciuti tanti, mi viene in mente anche Platini: un personaggio straordinario, con il sangue misto italiano e francese. Oggi è presidente dell’Uefa a dimostrazione delle sue capacità personali oltre a alla classe che ha dimostrato nello sport.

Un esempio anche di manager dello sport ?
Immediatamente mi viene in mente Tronchetti Provera, ma anche il compianto Giovanni Agnelli, chi meglio di lui ha incarnato la figura del gentleman? Con lui avevo un buonissimo rapporto, ci sentivamo spesso al telefono. Lui era appassionato non solo di calcio e motori, ma moltissimo anche della vela.

Lei è stato testimone di tante favole dello sport. Ce n’è una che vorrebbe raccontare brevemente per invogliare i giovani a coltivare la cultura dello sport e del fair play?
 Lo sport produce delle cose bellissime, favole autentiche. È un fenomeno straordinario che va inserito nell’educazione alla vita. Ci sono storie che sono davvero uno spettacolo di dignità e di profondo agonismo. Dallo sport si possono recuperare vere battaglie vinte con il sacrificio. Mi torna in mente quella straordinaria di Livio Berruti, che vinse i 200 metri nell’Olimpiade del 1960 correndo sulla terra battuta e disputando semifi nale e fi nale a poche ore di distanza eguagliando il record del mondo. Poi penso a Yuri Chechi capace di risorgere dopo quel tremendo infortunio prima delle Olimpiadi di Barcellona per ritornare a conquistare la medaglia d’oro. Nel mondo della disabilità c’è la storia di Alex Zanardi o quella di Simona Atzori, la ballerina senza braccia che è anche un’artista straordinaria che realizza quadri bellissimi.

Abbiamo citato tante storie straordinarie, ma la storia di Candido Cannavò qual è?
Prendi un bambino che perde il padre a cinque anni, che ha una mamma che fa la sarta con una fantasia immensa, sempre in viaggio tra Parigi e la Sicilia degli Anni Venti. Davvero una donna straordinaria, vedova, sei fi gli da accudire e poi l’arrivo della guerra. In un attimo i soldi non valevano più nulla e bisognava davvero rimboccarsi le maniche. Intanto quel bambino è cresciuto, diventa un giovane studente di medicina che tuttavia trova una strada diversa, trova il giornalismo. Dal 1955 ad oggi, per 53 anni questa è stata la strada che ha percorso: costruendosi da solo, lasciando la Sicilia per arrivare a Milano. Tante belle avventure, la direzione della Gazzetta, l’Ambrogino d’Oro, il riconoscimento dal Presidente della Repubblica, unico giornalista italiano nell’Ordine Olimpico e poi i miei libri. Ecco, molto in sintesi, la mia storia. 

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