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Economy

Cfo, in Italia e’ un ruolo ancora tutto da scoprire

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Figura strategica più diffusa nelle economie anglosassoni, da noi le sue mansioni sono suddivise tra più manager. Focus sulla carriera verticale del Chief Financial Officier, con competenze nei campi dell’amministrazione, della finanza, del controllo di gestione, dell’aspetto fiscale e della corporate-governance

Nella letteratura inglese il Chief Financial Officer (Cfo) è colui che somma la parte amministrativa, finanziaria e del controllo di gestione. Vale a dire, affianca l’amministratore delegato nelle decisioni strategiche e nelle risposte agli stakeholders, cura la pianificazione ed il controllo di gestione, coordina le attività finanziarie, le partecipazioni e gli investimenti. Diversamente dalla Gran Bretagna, nel nostro Paese, nella maggior parte dei casi, il ruolo del Cfo è ancora suddiviso tra diversi manager: il direttore amministrativo, il controller, il direttore finanziario o tesoriere. Nell’ultimo decennio, tuttavia, la tendenza è stata quella di riassumere queste competenze in un’unica persona di riferimento, avvicinandosi così maggiormente alla figura del Cfo secondo il modello anglosassone. Ma quanto è presente questa figura in Italia? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Dossi, direttore dell’area amministrazione e controllo di finanza aziendale e immobiliare all’Università Bocconi. Spiega Dossi: “Le ricerche dimostrano che oggi, nel nostro Paese, il Cfo è ancora troppo poco diffuso. Perchè? Da un lato, manca una figura che abbia una visione delle tre cose insieme, dall’altro, mancano a loro volta aziende che richiedano questa figura. La scarsa diffusione del Cfo “all’inglese” è riconducibile, anzitutto, al fatto che in Italia abbiamo mercati finanziari di minore rilievo rispetto alla Gran Bretagna. Inoltre, spesso si ritiene, erroneamente, che nelle aziende di piccole dimensioni una figura come il Cfo sia meno necessaria. Infine, esiste un problema di valenza culturale. Vale a dire, si ha la sensazione che in Italia la cultura economico-finanziaria non sia così premiante come quella ingegneristico-commerciale”. Ad oggi non esistono dati precisi sulla diffusione del Cfo in Italia. Tuttavia, si può dire che essa sia maggiore laddove sussista un elevato livello di complessità di business e laddove l’impresa sia quotata. La prassi migliore rimane comunque per il momento quella di stampo anglosassone. “Dall’esperienza dei nostri studenti all’estero”, continua Dossi, “vediamo come la formazione in Gran Bretagna sia completa sotto tutti e tre gli aspetti: controllo di gestione, amministrazione e finanza. Spesso, il risultato è che i giovani, una volta formati, rimangano a lavorare là, dove maggiori sono le opportunità di impiego”. Quella del Cfo è una carriera verticale, che coinvolge un’approfondita preparazione nei campi dell’amministrazione, della finanza, del controllo di gestione, dell’aspetto fiscale e della corporate-governance. Un esempio di formazione di questo tipo è proprio quello che fornisce l’Università Bocconi. “Abbiamo un biennio di specializzazione sulla finanza e il controllo di gestione”, riferisce Dossi. “Al momento, è difficile trovare in Italia sia neolaureati con questa preparazione, sia un’azienda che richieda esplicitamente questa figura. Da poco abbiamo lanciato anche un Executive Master part-time, dedicato a chi già è occupato nel mondo aziendale, vale a dire persone che vantano già 10-15 anni di esperienza lavorativa”. Lo stipendio di un Cfo in Italia si aggira intorno ai 120-300mila euro all’anno. In Gran Bretagna è almeno una volta e mezzo questa cifra. Ma perchè concentrare le responsabilità su un unico soggetto anziché ripartirle con una struttura gerarchica su più dirigenti? Paolo Bertoli, presidente di Andaf, Associazione Nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari, illustra: “La risposta non è semplice. Anzitutto, la causa del cambiamento dell’impresa e del ruolo dei suoi manager apicali è dato dalla maggiore complessità nella gestione e nel governo dell’impresa. E’ cambiato il nostro modo di vivere e di pensare, di fare business e di comunicare. Come? Anzitutto, la “globalizzazione” impone meccanismi di cooperazione e competizione interna ed esterna che evolvono in ambienti complessi, nella ricerca della crescita, della flessibilità, dell’innovazione e delle economie di scala. I manager devono quindi allargare i propri orizzonti culturali e confrontarsi su una scala più ampia”. “In secondo luogo, in un mondo che cambia più velocemente, aumentano anche i rischi connessi alla gestione aziendale: rischi operativi, finanziari, reputazionali. Le decisioni devono essere assunte più rapidamente e i manager devono saper fronteggiare la complessità del governo delle imprese. Occorre quindi disporre di efficaci sistemi di controllo delle performance e cruscotti di analisi dell’andamento dell’impresa, la cui messa a punto rappresenta oggi un compito primario per il Cfo”. Continua Bertoli: “Il tradizionale “capo gerarchico” è ormai un’icona che appartiene al passato. Oggi prevale la cultura della relazione: con fornitori, clienti, dipendenti, competitor, università, centri di ricerca, istituzioni, associazioni. In particolare sono a carico del Cfo le maggiori responsabilità, poichè rientrano tra le sue competenze le attività connesse al funzionamento della macchina, al rispetto delle regole, alla pianificazione, all’organizzazione, al controllo, alle relazioni con gli azionisti e gli stakeholders in genere”. “In sintesi”, conclude Bertoli, “se vogliamo dare una definizione del nuovo ruolo di questo importante manager nel sistema complesso in cui operano e si sviluppano le imprese, questa è: “gestire la complessità”.  

Gianpaolo Bresciani è Chief Financial Officer di IBM Italia, azienda del gruppo IBM, la ‘globally integrated enterprise’ quotata al New York Stock Exchange (NYSE). “Diversi fattori”, spiega Bresciani, “hanno contribuito a mutare il ruolo del Cfo. Anzitutto, la globalizzazione ci ha consentito di lavorare in modo interconnesso, offrendoci maggiori opportunità, ma anche maggiori rischi, legati a loro volta alla fluidità di risorse umane, fisiche e del capitale finanziario. Pensiamo poi alle maggiori esigenze di innovazione e sostenibilità di un’azienda. In altre parole, alla necessità di sostenerne la crescita nel lungo periodo. Tutto questo ha determinato un aumento dei rischi che stanno impattando il ruolo del Cfo nell’impresa. Le nuove responsabilità sono legate alla realizzazione di un modello finanziario che consenta lo sviluppo e la crescita costante di un’azienda nel lungo periodo”. Se è vero che solo il 15% dei rischi per un’azienda è di natura finanziaria e che il restante 85% riguarda invece la strategia e le operazioni, sarà chiaro come diventino fondamentali la prontezza e le competenze di un team aziendale che si trova ad affrontare questi rischi. Quali responsabilità si assume dunque un Cfo oggi? Risponde ancora Bresciani: “In IBM sono responsabile anzitutto nel gestire le performance aziendali e nel rispondere alle esigenze fiduciarie e statutarie dell’azienda. Tra i nuovi compiti, “imposti” dai cambiamenti socio-economici degli ultimi anni, citerei l’identificazione delle strategie di crescita dell’azienda – ricordando comunque che il Cfo, in questa veste, è membro di un team che contribuisce al processo decisionale complessivo. Se prima il Cfo registrava a posteriori i fatti, oggi deve anche saper gestire il rischio e integrare le informazioni all’interno dell’azienda, costruendo delle organizzazioni di finance integrate (in gergo, Ifo, Integrated Finance Organization). In tal modo, la standardizzazione dei processi diventa un vero vantaggio, poichè tutto il processo viene svolto in un luogo solo, anche per diverse aziende affiliate”. Gianpaolo Bresciani si è formato con una lunga carriera in IBM, spostandosi per diverso tempo anche negli Stati Uniti e in Francia. “Negli States”, aggiunge, “ho imparato a pensare con i criteri degli americani con cui oggi mi rapporto quotidianamente. In Francia, dove ero in un contesto di lavoro multiculturale, ho capito che la verità può essere vista in modi diversi. Questo per dire che l’esperienza consente di prendere decisioni complesse, grazie sia alle competenze che all’intuizione”.

testo di Alessandra Ferretti

Citazione
Gli uomini non sono saggi in proporzione tanto all'esperienza quanto alla loro capacità di fare esperienza
George Bernard Shaw

Link utili
www.unibocconi.it
www.andaf.it
www.ibm.it

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