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Personaggi

Il coraggio di rischiare

bracchi

Manca a molti giovani imprenditori, ma anche alle istituzioni che dovrebbero sostenere le nuove iniziative. L’intervista al supermanager e presidente della Fondazione Politecnico di Milano, Giampio Bracchi che sottolinea le complessità di avviare nuove imprese in Italia e l’importanza di strutture che affianchino le nuove idee

Coraggio di rischiare e investire in nuove imprese. Un monito che arriva per voce di Giampio Bracchi, presidente della Fondazione Politecnico di Milano nata nel 2003 su volontà del Politecnico con l’obiettivo di sostenere il trasferimento alle imprese e alla pubblica amministrazione dei risultati della ricerca e favorire la nascita di attività imprenditoriali innovative. L’impegno si è tradotto nella creazione dell’Acceleratore d’impresa, un incubatore universitario creato per supportare lo sviluppo dell’imprenditoria innovativa e per offrire alle start-up le infrastrutture e i servizi necessari alla loro crescita: ad oggi sono state “incubate” 45 imprese e sviluppati 440 business plan.

La Fondazione Politecnico svolge un ruolo significativo nell’innovazione delle imprese e del settore pubblico, nel trasferimento delle competenze e nella ricerca. Come vi siete mossi per raggiungere questi risultati importanti?
 In questi anni la Fondazione Politecnico si è mossa su due fronti: lo sviluppo di un progetto comune tra il mondo accademico e le imprese e le valorizzazione della ricerca. Nel primo caso il ruolo della Fondazione è stato, e continua ad essere, quello di promuovere le attività. In due anni abbiamo fatto partire circa 200 progetti che hanno coinvolto più di 300 imprese e altre istituzioni, enti pubblici, centri di ricerca, associazioni industriali. Per avviare questi progetti cerchiamo di utilizzare i fondi pubblici e locali di Regione Lombardia, Camera di Commercio, Fondazione Cariplo, Ministero delle Attività Produttive, Università e Ricerca e tutti quei fondi che sono destinati a promuovere l’innovazione nel sistema industriale italiano. Non solo, vogliamo fare in modo che le imprese, per quanto riguarda i progetti di ricerca, riescano a portare a casa fondi dall’Europa soprattutto perché l’Italia contribuisce ai fondi europei in una quota superiore a quanto effettivamente riesce a portare a casa. Il secondo fronte che ci vede impegnati è la valorizzazione economica della ricerca svolta in università: da semplice teoria deve diventare impresa e quindi valore economico, per farlo deve essere portata all’attenzione degli investitori finanziari e industriali.

Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce l’incubatore e acceleratore d’impresa. Quante sono le imprese che ne fanno parte?

Ad oggi abbiamo “incubato” 45 imprese formate da ricercatori e laureati del Politecnico che hanno sviluppato prototipi negli spazi da noi attrezzati. Alcuni di loro hanno raggiunto discreti risultati ma si tratta sempre e comunque di imprese piccole. Siamo partiti dimostrando che si può fare, ora dobbiamo dare ai giovani la possibilità di competere in modo più ampio, non solo sul mercato nazionale ma soprattutto sul mercato mondiale. Per questo chiediamo coraggio, più capitali e una maggiore capacità nell’affrontare il rischio di insuccesso. Stiamo trovando un buon appoggio in Ronald P. Spogli, Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia che ha lanciato “Partnership for growth”, con l’intento di stimolare la competizione economica e l’imprenditorialità investendo nelle piccole aziende per farle crescere, soprattutto all’estero.

Nel concreto come vi state muovendo?
Stiamo cercando di creare e avviare un ciclo di sviluppo per le nuove e piccole imprese: in Italia nascono 300mila aziende all’anno ma solo poche riescono ad avere accesso ai finanziamenti. Stiamo cercando di aiutare quelle che possiamo con l’incubato- re e lo “scouting tecnologico”, portando cioè all’attenzione degli investitori i migliori prototipi di ricerca. Lo abbiamo fatto in tre settori: biotech, nuovi materiali innovativi e informatica e telecomunicazioni. Per i migliori sono stati sviluppati dei business plan per trasformare il progetto in impresa e offrire in questo modo all’investitore una base già solida e ponta.

Quali sono le difficoltà maggiori che queste imprese incontrano nel momento in cui vogliono entrare nel mercato?
I problemi sono di vario genere. Superato l’ostacolo culturale, in Italia la nuova impresa è composta in prevalenza da “colletti blu”, con un basso livello formativo. Chi, al contrario, ha un alto livello formativo dimostra una poca propensione a volersi mettere in gioco e raramente punta i propri risparmi in un’impresa a rischio; probabilmente perché in Italia esiste una legge fallimentare che marchia il “fallito” a vita e non lo aiuta. Dovremmo al contrario essere in grado di vedere quella persona come qualcuno che ci ha provato, comunque, e che non è stato fortunato, invece gli vengono tolte tutte le possibilità di riprovarci. Quindi solo chi non ha nulla da perdere, vedi un operaio, rinuncia al posto fisso e si lancia in qualcosa di nuovo, gli altri invece non rischiano e questo è un problema perché le imprese tecnologiche richiedono persone con molta formazione alle spalle, persone che hanno fatto un dottorato e conoscono la ricerca.

Manca il coraggio quindi?
Esatto, soprattutto da parte dei “colletti bianchi”. Se a questo ci aggiungiamo il fatto che l’Italia resta alla periferia del mondo delle tecnologie e non al centro, la strada si fa ancora più in salita. La ricerca si fa soprattutto in altri Paesi quali India, Cina, Corea e Stati Uniti e per fare il salto serve coraggio e una sforzo maggiore soprattutto da parte dei giovani. In ultimo, in molti Paesi europei sia il pubblico che il privato investono in start up tecnologici, in Italia invece non c’è mai stato un intervento pubblico. In questo momento, attraverso l’opera della Fondazione e dell’Associazione italiana del private equity e venture capital, stiamo riuscendo ad attivare il fondo per la finanza d’impresa, previsto dalla Finanziaria 2008 che prevede due soluzioni: se una persona investe in un’azienda innovativa che ha successo e la rivende, il suo guadagno è esentasse purché quello stesso denaro venga reinvestito in una nuova impresa. La seconda soluzione prevede la possibilità, da parte di questo fondo per la finanza d’impresa di coinvestire in fondi di venture capitale che raccolgono capitali di investitori privati a favore di giovani imprese. Questa misura è già stata adottata in Francia e in altri Paesi e ha permesso di finanziare 2.500 nuove imprese, creando 40 fondi specializzati in venture capitale.

Secondo lei, alla luce degli scenari che ha appena delineato, come si pone il mondo accademico? Offre gli strumenti giusti per affrontare il rischio?
Il nostro mondo accademico prepara bene dal punto di vista tecnico e solo ora si sta iniziando ad avvicinare i giovani al concetto di imprenditorialità. Spesso formiamo persone funzionali ad andare a lavorare nelle medie e grandi imprese, in un mondo dove molti posti si possono creare mettendo in piedi nuove iniziative e progetti. Dovremmo formare molto di più i giovani insegnando loro come mettere in piedi una loro attività. Non devono per forza fare gli impiegati, ci sono altre strade che dobbiamo far loro conoscere.

Quali sono i maggiori settori di sbocco?
Sicuramente il mondo delle tecnologie, l’informatica, le telecomunicazioni, i media e il mondo delle biotecnologie, dove però i risultati arrivano nel lungo periodo e gli investimenti sono molto alti. Non siamo certo il Paese delle tecnologie radicalmente innovative, ma siamo capaci di adattare le produzioni tradizionali introducendo la componente innovativa.

Informatica, infrastrutture, banche, finanza, innovazione. Lei è attivo su diversi fronti. Esiste un denominatore comune, un filo che unisce questa vastità di interessi e ruoli?
Infrastrutture per l’innovazione: la Fondazione Politecnico è un’infrastruttura per valorizzare la ricerca universitaria; l’AIFI riunisce tutti gli operatori del settore con lo scopo di sviluppare il mondo del capitale di rischio per investire sulle imprese italiani esistenti e nuove tramite il venture capital; la Serravalle è un’infrastruttura vera e propria. Insomma il filo conduttore è quello.

Guardando al futuro, cosa le manca per completare un curriculum professionale già ricco e prestigioso?
Penso che per me sia sufficiente fare le cose che sto facendo soprattutto per la valorizzazione della ricerca universitaria, tema che in Italia non è ancora sviluppato.

Premio Nazionale per l’Innovazione Il primato va a EpoS
Il Premio Nazionale per l’Innovazione, organizzato dalla Fondazione Politecnico di Milano e dall’Acceleratore d’Impresa del Politecnico di Milano, ha visto in gara 57 idee d’impresa e 198 aspiranti imprenditori, di cui 50 donne. La sfida tra le migliori idee d’impresa ad alto contenuto tecnologico, provenienti da 42 atenei italiani aderenti al PNI Cube – l’associazione che riunisce gli incubatori e le business plan competition universitarie (Start Cup) ha premiato con un riconoscimento di 60mila euro consegnato da Pietro Guindani, Amministratore Delegato di Vodafone Italia a EpoS, Electronic Power SinteringStart-Cup, progetto proveniente dalla Start cup Torino Piemonte. Il secondo premio, da 30mila euro è stato consegnato da Gianni Lorenzoni, presidente del PNI Cube per il progetto GHOST, proveniente dalla Start Cup Trieste. Medaglia di bronzo, da 20mila euro, è stata consegnata da Alessandro Spada, Consigliere della Camera di Commercio di Milano e Presidente di Innovhub per il progetto Parallel Trading System alla Start Cup Milano Lombardia. Il Premio speciale per la migliore idea imprenditoriale femminile, voluto dalla Fondazione Politecnico di Milano e consegnato dal suo presidente Giampio Bracchi, per valorizzare la presenza delle donne nel mondo industriale, è stato consegnato alle componenti del gruppo NanoWeb- Fun, della Start-Cup Veneto. Il premio porterà una di loro nella Silicon Valley. Sempre alla start-Cup del Veneto, ma questa volta al progetto Cleanlight, è stato consegnato il Premio per l’innovazione extra-ordinaria: risposte alle sfide del pianeta, di Siemens Italia. I partecipanti avranno la possibilità di essere ospitati presso il centro di ricerca del quartier generale del Gruppo Siemens in Germania per presentare in prima persona il proprio progetto e conoscere da vicino come e dove nascono le innovazioni di una grande realtà multinazionale.

Il ritratto
Giampio Bracchi, presidente della Fondazione Politecnico di Milano, ricopre diversi importanti incarichi: Professore ordinario di Sistemi informativi presso il Politecnico di Milano; Membro dei consigli di amministrazione di alcune aziende e istituti, fra cui Banca Intesa (della quale è Vice Presidente), Associazione Bancaria Italiana e CIR; Presidente del Comitato nazionale per la valutazione dei progetti di egovernment e Presidente dell’Istituto Scientifico Breda; Membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani; Membro del Comitato “Information Systems” della International Federation for Information Processing; Coordinatore del rapporto sul Sistema Finanziario Italiano della Fondazione Rosselli; Presidente di A.I.F.I. (Associazione Italiana per il Private Equity e Venture Capital). In passato è stato: Pro-rettore del Politecnico di Milano dal 1990 al 2002; Presidente del Consorzio Politecnico Innovazione; Presidente nazionale di AICA (Associazione Italiana per l’ Informatica); Consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con specifico incarico per il riordino e l’automazione del settore pubblico presso il Dipartimento della Funzione Pubblica; Membro del Comitato Tecnico-scientifico del Fondo Nazionale per la Ricerca Applicata; Presidente del Comitato Guida per il Sistema Informativo Regionale della Regione Lombardia e Vice Presidente di Lombardia Informatica; Membro dei Consigli di amministrazione di INPS, Cariplo, Teknecomp e Sorin Biomedica. Inoltre ha condotto studi, ricerche e progetti realizzativi nelle aree dell’innovazione delle aziende, delle banche e della pubblica amministrazione, dei sistemi informativi, delle banche di dati, del commercio elettronico e del trasferimento tecnologico, i cui risultati si trovano riportati in 15 libri e 200 pubblicazioni scientifiche.

testi di Laura di Teodoro

La citazione
L'intelligenza sta nell'essere prudenti quando cala la nebbia sul rischio di cadere; troppo facile avere la lucidità di quelli che non sanno camminare.
Max Gazzè

Link utili
www.fondazionepolitecnico.it

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