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Arte

La leadership nell’arte

napoleone

Un viaggio attraverso grandi opere artistiche per scoprire la vera essenza del leader. Lo studio realizzato dal critico d’arte Fernando Noris in collaborazione con l’Università di Bergamo

L’essenza del “leader” ricostruita attraverso un viaggio tra i capolavori dell’arte. Un lungo itinerario tra volti, opere e testimonianze che hanno costellato la storia italiana e non solo, quali Donatello, Verrocchio, Giorgione, Lotto, Dürer, Moroni, Rembrandt, Bernini e Fra Galgario, artisti che in forme diverse hanno tracciato profili e definizioni in tema di leader.
“Leadership ad arte”, volume realizzato dal Fernando Noris, critico dell’arte, in collaborazione con il Club Aziende Sdm dell’Università degli Studi di Bergamo, offre, attraverso una rassegna di 29 opere d’arte, la lettura di valori e di una visione del mondo, che leader di epoche diverse nel campo della politica, della cultura e dell’imprenditoria hanno interpretato. Attraverso un’attenta e dettagliata ricerca di rappresentazioni simboliche sul tema della leadership, Noris ha delineato un percorso “in ventinove tappe, raggruppate in sei atti, o sezioni, e con il filo narrativo composto da una presentazione di ciascuna opera d’arte (dipinto o scultura) e della parallela lettura in qualcosa che risultasse funzionale ad accompagnare l’itinerario”.

Si parte dalla “formazione di un leader” per poi passare a: “manifestazioni di leadership”, “storie di condottieri a cavallo”, “esempi di funzioni diverse”, “la comunicazione” e “saper leggere i simboli”. “Ricorrere a Donatello, Verrocchio, Giorgione, Lotto, Dürer, Moroni, Rembrandt, Bernini, Fra Galgario – spiega Noris, storico dell’arte che si é formato con Gian Alberto Dell’Acqua all’Università Cattolica di Milano e con Pietro Zampetti dell’Università di Urbino e autore di diversi studi monografici su artisti e problematiche dal XVIII al XX secolo -, è stato un modo per riconoscere in loro una dimensione da leader, come quella di personalità che hanno fatto in modo che le cose accadessero, e che accadessero secondo modalità decisamente efficaci e creative. Si è così presa in prestito l’autorevolezza della loro testimonianza, in una duplice componente: quella della figura dell’artista (con il suo pensiero e la sua visione del mondo) e quella dei soggetti da lui privilegiati, ritratti o storie esemplari che fossero.

Qui, ci si è concessa la licenza che si prende un regista quando sceglie un brano di musica classica per farlo diventare la colonna sonora di un suo film. Nell’operare questa scelta, egli non intende certo sovrapporsi alle originarie intenzioni dell’autore o svilirle con interpretazioni avventurose e forzate. Semplicemente, mediante un’operazione improntata a profonda stima e rispetto, chiede alla grande musica il contributo di una forte presenza simbolica”. Si parte dalla formazione del leader con l’opera “Triplice ritratto di orefice” (Vienna, Kunsthistorisches Museum) di Lorenzo Lotto. “Aprire, con questo ritratto – scrive Fernando Noris – significa proporre, anche solo per chi intende essere guida di se stesso, un esemplare modello di forte autocoscienza”. Le sue caratteristiche possono essere sintetizzate nel “coraggio di un atteggiamento meditativo e riflessivo, adottato come abito mentale”.

Un coraggio che va unito alla motivazione, concentrazione e “coordinamento di ogni più piccolo frammento di energia fisica” come ricorda l’immagine del David di Lorenzo Bernini (Roma, Galleria Borghese): “L’energia esteriore che lo muove – scrive – è il segno distintivo di una capacità di vedere oltre e di essere negli eventi con tutta la forza di un protagonismo risolutore”. E se parliamo di manifestazioni di leadership ecco che “appare” il “Monumento equestre a Erasmi di Narni, detto Gattamelata” (Padova, Piazza del Santo), di Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto Donatello (Firenze 1386 -1466), esempio di autorevolezza, per cui il Gattamelata “pare ispirarsi a una consapevole capacità di instaurare rapporti di fiducia reciproca con i propri uomini”.

Tra gli esempi di leader di alto profilo presentati dalla storia viene messa in risalto la figura di Napoleone, come condottiero, rappresentata da Jacques Louis David nel quadro “Napoleone al Gran San Bernardo“ (Rueil, Museo di Malmaison) a cui viene riconosciuta la “creatività” per aver ritenuto “possibile l’esportazione di una rivoluzione, accerchiata dall’Europa, senza attendere su posizioni difensive, che se ne consumasse la mortificazione”. Un’affermazione di forte identità nella gestione di una squadra arriva dall’opera di Rembrandt Van Rijn con “La Ronda di notte” del 1642 (Amsterdam, Rijksmuseum) in cui viene creato lo spettacolo emozionante di uomini in azione: “L’insieme di queste diciotto figure si muove all’unisono, secondo ruoli e funzioni differenti, ma orientando verso il centro l’avanzamento collettivo e unitario”. Tra le caratteristiche principali di qualsiasi leader la comunicazione ricopre un aspetto fondamentale.

Una comunicazione che parla e si presenta per voce dell’evangelista Marco nell’opera di Gentile Bellini e Giovanni Bellini, “La predica di San Marco ad Alessandria d’Egitto” (Milano, Pinacoteca di Brera). Qui i due artisti mettono in risalto la qualità di oratore, e quindi di leader, di Marco per essere riuscito a “trasformare un interlocutore potenzialmente ostile (come poteva essere la popolazione di Alessandria) in un ascoltatore attento e motivato”. Qualità oggi indispensabile per chi deve parlare in pubblico. “Un vero leader – spiega Noris – non può permettersi una comunicazione stereotipata, banale, viscosa, priva di appeal. Ma la responsabilità maggiore connessa al tema della comunicazione non è tanto e non solo nel suo grado di efficacia, quanto nella sua capacità di essere, contestualmente, rispettosa di ogni persona. Sempre”.

Chiudono la pubblicazione, Hans Holbein con “Gli ambasciatori francesi alla corte d’Inghilterra” e Giacomo de’ Buschis, detto Borlone con “Danza macabra”. Nella sua opera, Holbein ritrae i due francesi in una posa fiera e in vistosa eleganza ma poco politica e trionfalistica. Al contrario, come sottolinea l’autore del libro, i due sono consapevoli di “vivere un’epoca nella quale, tra guerre e conflitti di vario genere, l’affacciarsi sulla storia dei temi propri del mistero della trascendenza, avrebbe potuto costituire un riferimento culturale irrinunciabile”. La trattazione di conclude con la “Danza macabra”, un’allegoria che invita a riflettere sulla complementarietà tra vita e morte.

Testo di Laura di Teodoro

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