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Personaggi

Il nuovo gentleman della nautica

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Roberto Magri, un grande avvocato penalista che sceglie di appendere la toga al chiodo e dedicarsi in un’impresa nel mondo della nautica. Dai processi sul terrorismo all’importazione di barche dagli Stati Uniti. La carriera e l’evoluzione di un gentiluomo che ha fatto le sue scelte mettendo sempre al primo posto la passione. E lo stile.

Prima di tutto la passione. Forse sta tutta qui la cifra della carriera e della svolta di vita di Roberto Magri. Una svolta che lo ha portato dai banchi del tribunale al timone di un’azienda nautica d’eccellenza. Dopo uno straordinario passato da avvocato penalista – dal processo dei terroristi di Prima Linea al Mostro di Leffe, dalle grandi battaglie sulla tutela dei marchi al penale d’impresa – nel 2006, a sessant’anni, è arrivata la svolta imprenditoriale. Raggiunta la maturità professionale, ancora all’apice del successo, ha scelto di non aspettare il lento declino della routine dell’avvocato ormai affermato. Ha scelto la strada della passione, quella tracciata fi n dalla sua infanzia in Africa, dove ha cominciato a innamorarsi del mare e delle barche. A quei tempi nel porto di Tripoli teneva le scotte di piccole imbarcazioni a vela, oggi è importatore per l’Italia di un importante brand nautico statunitense e investe tempo e risorse in progetti di ricostruzione di imbarcazioni di prestigio. In mezzo a tutto questo una vita sempre piena di impegni: dalla cattedra di Procedura Penale all’università alla presidenza dell’organismo di vigilanza di Ubi Banca. A Business&Gentlemen ha raccontato la storia di questa sua evoluzione. Ancora in corso…

Dalla toga al timone di un’impresa nautica. Da dove arriva questa svolta?
Probabilmente nel mio Dna c’è qualche traccia dell’imprenditorialità che aveva mio padre. Di fatto ho respirato aria d’impresa fi n da bambino, però quella per la nautica è soprattutto una passione. Me ne sono innamorato fin da piccolo navigando con le prime barchette a vela nel porto di Tripoli. E proprio in quegli anni ricordo un segno del destino: a scuola ciascuno di noi aveva ricamato un disegno sul grembiule, il mio era una barca e lo stesso simbolo l’avevo sull’armadietto. Direi che il mio futuro era già segnato.

Ma nel suo destino è arrivata anche l’avvocatura…
L’Africa ai tempi della mia giovinezza era pervasa da un grande fermento di opere, per questo molti giovani sceglievano di laurearsi in ingegneria. Io non ho imboccato quella strada perché ho avuto la fortuna di conoscere l’avvocato Antonio Rodari, un grande penalista che per me ha rappresentato una sorta di archetipo. Così mi sono convinto a iscrivermi a giurisprudenza e una volta laureato sono andato a far pratica proprio allo studio dell’avvocato Rodari. Da lì è cominciata la mia carriera che mi ha visto impegnato con consulenze e assistenze legali nell’ambito penalistico, con particolare attenzione al diritto penale dell’economia, nell’interesse di importanti aziende nazionali e multinazionali, della tutela dei marchi e della proprietà industriale.

Dopo tanti successi, nel 2006 arriva la scelta di lasciare…
Le mie decisioni di appendere la toga “al chiodo” e di intraprendere un’attività imprenditoriale sono frutto di una convinzione maturata fin dagli albori della mia carriera di avvocato. Ho un ricordo che mi è rimasto impresso per tutta la vita. Ero in tribunale per assistere a un processo e c’era un avvocato anziano che difendeva molto male, si notava la perdita di smalto anche se in passato a detta di tutti era stato un ottimo penalista. Mi sono sempre ripromesso di non fare quella fine, di lasciare quando ancora ero all’apice delle mie performance. E questa è una promessa che credo di aver mantenuto.

Perché un’impresa nel campo della nautica?
Come dicevo c’è sempre di mezzo la passione. Il mio desiderio di fare qualcosa di più nel mondo della nautica al di là dei miei interessi personali ha avuto una prima esperienza negli Anni Ottanta quando ho fondato una scuola per abilitare alla conduzione di imbarcazioni da diporto, a vela e motore. All’inizio degli Anni Novanta ho ricostituito la sezione della Lega Navale di Bergamo, di cui sono stato presidente per una decina d’anni. Ho cominciato a pensare a un’impresa in questo settore durante l’acquisto di un’imbarcazione: nel corso della trattativa ho conosciuto il rappresentante di un importante marchio di barche e con lui ho maturato l’idea di avviare una società per l’importazione di imbarcazioni da diporto dagli Stati Uniti. Marboats è nata così, anche se oggi ha come core business principale la ristrutturazione di imbarcazioni, che è diversa dal restauro quale operazione conservativa. Ristrutturare una barca significa ripensarla completamente, conservando quegli elementi essenziali di unicità, ma dando vita a un progetto tutto nuovo. La ristrutturazione è un atto creativo, anche se uno degli aspetti fondamentali è la scelta della barca su cui avviare l’intervento. Noi puntiamo molto sulla creazione di oggetti unici, nessun altra barca sarà come quella che si sta ristrutturando. Oggi nel settore nautico compaiono costruttori come funghi, alcuni con validissimi progetti, altri invece destinati al naufragio. Gli insuccessi spesso arrivano perché manca un profondo approccio culturale. Bisogna avere la capacità di investire in ricerca e progettazione, purtroppo molto spesso i piccoli cantieri sono invenzioni del momento che non operano con una visione a lungo termine. Però in Italia ci sono delle eccellenze, anche in Lombardia esistono importanti cantieri conosciuti in tutto il mondo. La qualità e l’eccellenza si fanno sempre strada.

E qual è la vostra strategia di comunicazione per sottolineare l’eccellenza?
Guardi, per noi la strategia della comunicazione non può essere massificata. Dobbiamo metterci dalla parte del consumatore, cercando di spiegargli che noi puntiamo sulla qualità dei progetti, su imbarcazioni che possano essere gestite senza troppi affanni, su una semplificazione della strumentazione che sia al servizio del diportista. Insomma dobbiamo essere in grado di spiegare al nostro pubblico che prestiamo una particolare attenzione a tutti quei dettagli che nella vita in mare fanno davvero la differenza.

Eppure non deve essere facile riuscire a distinguersi nel mondo della nautica.
Vero. Ad esempio nell’automobilismo siamo tutti professori, è un argomento entrato nella vita comune: sappiamo tutto, conosciamo tutto, ci sono prezzi e caratteristiche conosciuti per ogni auto. Nel mondo delle imbarcazioni questo non esiste. E allora quando mi capita di sentire dire che una barca è migliore di un’altra, la mia sensibilità mi porta a fare lo stesso confronto sulle auto: ma come si può dire come un’automobile è migliore di un’altra? Tutto dipende dai criteri di valutazione, ogni auto ha le sue caratteristiche peculiari rispetto al segmento d’appartenenza, non si può fare un discorso in assoluto. Sarebbe stupido comprare una Ferrari per farci un rally nel deserto. Lo stesso assioma vale per la nautica: una barca va vista secondo le finalità del suo impiego, secondo le sue caratteristiche specifiche.

A proposito di finalità d’impiego, in questi anni si è puntato molto sulle barche super veloci…
Credo che il mondo vada verso un ridimensionamento benefico. Anche nella nautica si tornerà a imbarcazioni più a misura d’uomo e dell’ambiente. Su questo prendo come esempio la rincorsa alla velocità delle barche che si è vista in questi ultimi anni. A mio avviso una barca a motore deve avere una velocità media, né troppo bassa né eccessiva. Perché entrano in gioco tre componenti fondamentali per la vita in barca: la sicurezza, la velocità, il comfort. Non si possono mai avere tutte e tre contemporaneamente. Bisogna sempre rinunciare a uno di questi fattori e allora i preferisco scegliere il comfort e la sicurezza.

Si parla sempre più di lusso, in tutti i settori. Quanto è luxury il mondo della nautica?
Io credo che ci sia un equivoco di fondo: non è vero che il mondo della nautica è legato al lusso, è vero invece che il lusso si manifesta ovviamente anche nella nautica. Ma non è un elemento necessario. La vita in barca può anche essere economica, basti pensare all’universo delle imbarcazioni carrellabili, che rappresenta il modo di navigare della stragrande maggioranza degli appassionati. Ovviamente se pensiamo a un’imbarcazione intorno ai 20-24 metri che costa mediamente 2 milioni di euro, riteniamo sia un oggetto di lusso. Ma se oggi un’automobile medio-alta può costare tranquillamente 100 mila euro, allora la proporzione qual è? Il problema è che oggi in Italia abbiamo una visione distorta della navigazione, mentre nel Nord Europa è presente una nautica che potremmo defi nire più autentica, non legata al lusso, dove l’appassionato passa molto tempo in mare e vive ogni gesto in quella prospettiva. Da noi è più una questione di status symbol, ci si identifica più nel possesso che nell’utilizzo vero e proprio. Ma non è questa la fi losofi a delle imbarcazioni che noi realizziamo.

Proviamo a fare un confronto tra le aule di tribunale e la sua nuova attività professionale. Ci sono affinità?
Non mi è mai capitato di fare un paragone tra attività professionale e nautica. Posso evidenziare alcuni elementi che nel mio carattere possono trovare rispondenza in entrambi i mondi. Ad esempio, io ho sempre cercato di affrontare i temi processuali con il massimo rigore, lo studio approfondito, facendo attenzione a tutti gli elementi in gioco. Nella nautica credo di avere lo stesso approccio. Mi piace controllare lo stato di navigazione in modo maniacale. In passato, quando si navigava spesso senza strumenti, facevo continuamente il punto sulla carta e riportavo le mie osservazioni. Questo mi ha permesso di evitare anche qualche piccola tragedia.

Solo nautica o ci sono altre passioni nella sua vita?
Adoro la caccia che è una delle mie grandi passioni. Ho tentato anche di giocare a golf con scarso successo. La verità è che sono un “ondivago”, mi piacciono troppe cose contemporaneamente, mentre il golf richiede una costanza notevole. Così ho abbandonato: preferisco fare le cose che mi riescono al meglio.

E poi, lei è un “accademico” della cucina…
Per quanto riguarda la cucina, io non credo di avere grandi meriti. Preferisco definirmi un grande assaggiatore; ci sono persone che hanno una preparazione e una abilità incredibili, per me è più che altro una passione. L’obiettivo dell’Accademia è la salvaguardia delle tradizioni tipiche della cucina italiana, oltre alla ricerca storica. Mi piace cercare di dare il mio contributo su questo fronte.

Alla luce della sua importante carriera, quale consiglio si sente di dare ai più giovani per avere successo professionalmente?
Vivo quotidianamente il rapporto con i giovani essendo professore universitario di Procedura Penale. Mi piace molto stare con loro perché la possibilità di trasmettere conoscenza ed esperienze ai giovani è molto appagante. Io non ho una ricetta speciale, però ritengo sia importante riuscire a fare ciò che ci piace di più o che ci dispiace meno. Fare qualcosa di piacevole è la forza per continuare nel corso del tempo, perché ci sono tante difficoltà da affrontare ogni giorno: la vita è come il mare, dietro ogni onda può nascondersi un pericolo, quindi conta molto poter praticare un’attività che piace al di là di tutto il resto. In secondo luogo bisogna cercare di affrontare i problemi con scientificità e metodo, al meglio delle nostre possibilità. Infine ci vuole una buona dose di fortuna, ma la fortuna va agevolata, perché è una mescolanza di occasioni e intuizioni. Bisogna essere sufficientemente pronti a cogliere il momento buono.

La Carriera
Nato a Tripoli nel 1945 da padre bergamasco, imprenditore nel settore edile, e da madre parmense, casalinga, frequenta i primi anni di liceo presso il “Liceo italiano all’estero Dante Alighieri” di Tripoli completando gli studi superiori in Italia dove la famiglia, nell’anno 1961 era rimpatriata. Si iscrive all' Università degli studi di Milano ove consegue la laurea in giurisprudenza nell’anno accademico 1969-70. Inizia quindi la pratica professionale in Bergamo sotto la guida dell’Avvocato Antonio Rodari. Superato l’esame di stato inizia la libera professione e costituisce a Bergamo uno dei primi studi legali associati di cui cede le quote alla fine del 2006 dedicandosi esclusivamente all’insegnamento presso l’Università degli Studi di Bergamo ove è docente a contratto di diritto processuale penale avanzato. E’ stato membro del locale Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e, nell’anno 1989 è stato presidente della commissione per gli esami di avvocato presso la Corte d’Appello di Brescia. Nei primi anni ’90 ricostituisce a Bergamo la sezione della Lega Navale Italiana della quale è stato presidente per circa un decennio. La passione per il mondo della nautica si era già manifestata quando, a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 era stato, per alcuni anni, presidente della classe velica FJ, allora di interesse federale. E’ socio del Rotary Club di Bergamo Ovest dall’anno di fondazione di cui è stato presidente nell’anno sociale 1990-91. Dall’anno 1992 al 1996 è stato assistente del Governatore per il gruppo orobico. E’ stato capogruppo consiliare al Comune di Bergamo nella legislatura 1999-04. E’ presidente dell’organismo di vigilanza ex L.231 di UBI Banca.

Testi di Mauro Milesi

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