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Arte

Kengiro Azuma: una goccia ascoltando l’eterno

azuma

Intervista allo scultore giapponese della Goccia e del Mu

A corroborare il legame tra Italia e Giappone ci sono alcune personalità forse sconosciute al grande pubblico, ma in realtà presenti nell’ordine dei pensieri di chi vive con consapevolezza e qualità il proprio tempo.
Vi ricordate qualche mese fa MiArt e Miraggi, e una  goccia, poetica scultura collocata tra Palazzo Marino e Piazza della Scala?
Abbiamo incontrato il suo autore, Kengiro Azuma, che con un largo sorriso e la saggezza dei suoi 82 anni ci ha accolto nel proprio atelier alle porte di Milano Uno scrigno di opere (persino le prime portate dal Giappone e realizzate da giovane studente alla Scuola d’Arte di Tokyo)  e di pensieri, che abbiamo deciso di proporvi partendo proprio dalla sua storia di giovane studente giapponese.

Una famiglia di artigiani del bronzo, pilota di aerei militari, e l’arte. Una vita intensa…
Una lunga strada. Sono nato da una famiglia di artigiani fonditori del bronzo che fondevano le campane dei templi, i portaincenso, i portacandele. Mio padre era bravissimo, il primo artigiano del paese. Il Giappone era in piena Guerra, io ero a metà degli studi del Liceo Classico ma ho voluto partecipare comunque alla Guerra. Quindi volontariamente ho abbandonato il Liceo per l’Accademia Aeronautica della Marina Militare e sono diventato pilota. Per un anno e mezzo ho partecipato ai combattimenti e sempre volontariamente sono diventato kamikaze: partire con il carburante solo andata, per offrire la mia vita all’Imperatore e alla Patria. Io credevo profondamente al  nostro Dio Imperatore, ero convinto di vincere la Guerra e non avevo paura di morire. Purtroppo pochi giorni prima della partenza è finita la Guerra e dopo qualche settimana sono dovuto tornare a casa.

Purtroppo?
In quella occasione ho avuto un  colpo fortissimo: l’Imperatore non era Dio, ma un uomo normale. Quando l’ho scoperto sono caduto in una spaventosa sofferenza perché ci credevo fortemente. Era la mia Fede e in un attimo non ero più niente. Avevo 21 anni e mi sentivo finito, cadavere. Ho sofferto per un anno, non avevo più la forza di vivere. Finché una notte ho sognato di essere nel campo del’Arte, sereno.

Da qui la scelta di diventare artista?
Per essere artista ci vuole manualità, come l’artigiano. Sono ripartito da zero, sono tornato al Liceo del mio paese, ho ottenuto la maturità classica e poi sono andato all’Università d’Arte di Tokyo. Un’università francese che ho frequentato per quattro anni più due anni di master. A 28-29 anni ero già assistente, ma mi mancava qualcosa da studiare e mi sono deciso a partire per Parigi. Qualche mese prima della partenza, però, ho scoperto una monografia di Marino Marini e con lui una forma completamente diversa dai Rodin, Bourdelle che studiavo a scuola; così sono partito per l’Italia, per raggiungere il mio maestro a Brera.

Come è riuscito ad arrivare in Italia subito dopo la Guerra?
Allora era difficile uscire dal Giappone. L’unico modo era una borsa di studio, che sono riuscito a vincere nel 1956. Sono arrivato a Milano a 30 anni, ero sposato da 10 mesi, ma mia moglie non aveva passaporto e siamo stati lontani per 2 anni e 7 mesi. La borsa di studio durava un anno e dovevo tornare all’Università di Tokyo, ma in un anno non avevo imparato bene. Quanta sofferenza per decidere se rimanere o partire! Finché sono rimasto, per altri 4 anni, e mi sono diplomato nel ’60 a Brera. Dopo 10 anni di studio come scultore ero bravo, e sono diventato assistente all’Accademia di Marino Marini. Un rapporto fortissimo, durato 18 anni. Quando mi chiamava perché aveva bisogno, io rinunciavo ai miei impegni per andare dal Maestro: è un sistema che ho avuto sempre, quello del Rispetto, dell’Imparare. Con lui ho conosciuto tantissime persone, letterati, critici, architetti. Qui sono cresciuto e rimasto, dopo tanti anni non potevo più trasferirmi a Tokyo.

Quindi è venuto a Milano per gli artisti italiani. Come li ha conosciuti?
Quando ero in Giappone non ho mai conosciuto direttamente gli artisti italiani. Nel 1953-54 ero studente all’Università quando è arrivato un gruppo di bravissimi scultori nati dopo la Guerra. Erano Marini, Minguzzi, Manzù, Pericle Fazzini, Emilio Greco, per una mostra a Tokyo. Qui ho visto due opere di Marino che me lo hanno fatto considerare più di tutti gli altri, forse una piccola Pomona e un Toro senza testa. Ho trovato poi una sua monografia – che ho ancora – edita da Galleria Minima di Milano, di Ghiringhelli. Questo è il punto importante: se non ci fosse stata la Guerra, con quella ferita, non sarebbe rinata la mia vita.

Come ricorda il suo incontro con Marino Marini?
La prima volta a Milano vado a casa sua, in Piazza Mirabello 2. “Perché sei venuto da me da così lontano?”, mi dice. Io non potevo rispondergli per via della lingua e stavo zitto.“ Tu sei un tedesco dell’Oriente. Calcolato, quadrato, con poca fantasia. Se stai qui puoi imparare il calore mediterraneo. Se impari bene puoi diventare un bravo scultore”.  A poco a poco ho capito, poi, cosa mi diceva. Intendeva Oriente come popolo freddo, al contrario di “Io sono Mediterraneo, popolo caldo”, anche se lui aveva bisogno della cultura fredda dei Paesi del Nord e dell’Oriente, come la Cina. Marini ha studiato tantissimo l’epoca di Tang per il Cavallo. Una grande lezione, e ho imparato che per capire bene bisogna conoscere gli opposti, come Europa-Oriente, sole-pioggia, Nord-Sud, dolce-piccante, per controbilanciare e controllare se stesso e arricchire l’Uomo.

 

Paola Perfetti

a cura di Luxgallery.it

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