close
Internazionalizzazione

Il Processo di internazionalizzazione: aspetti teorici e strategie

internazionalizzazione

La tensione delle aziende verso i mercati esteri è sempre più importante per la crescita e il successo del proprio business: ecco un’utile sintesi di come funziona questo meccanismo

Il tema dell’internazionalizzazione, sia in periodi prosperi e (soprattutto) durante momenti caratterizzati da durature crisi, rimane sempre un argomento di attualità. Ma cosa si intende esattamente con il termine internazionalizzazione? Assume una valenza ed una connotazione piena con riferimento ai costi (di approvvigionamento) oppure ai ricavi (di vendita) ovvero entrambi? In cosa consiste e come si sviluppa? Nel corso del presente articolo si cercherà di rispondere in maniera esaustiva al tema dell’internazionalizzazione cercando di definirne l’ambito, le teorie ed i modelli maggiormente perseguiti dalle aziende. Con il termine internazionalizzazione si intende il processo di crescita – da parte di una azienda domestica – sui mercati esteri. Da questa semplice definizione si può desumere come, evidentemente, il processo di internazionalizzazione può essere analizzato, promosso e sviluppato sia sul lato dei costi sia su quello dei ricavi; infatti tutti gli strumenti e le tecniche a disposizione di una impresa possono essere adottate sia in fase di approvvigionamento dei fattori produttivi sia in fase di allocazione e vendita dei prodotti. Prospettive teoriche Da un punto di vista cronologico, lo studio sistematico del processo di internazionalizzazione delle imprese nasce nel 1960 con il contributo di Hymer. Infatti prima di allora, l’attenzione a questo fenomeno veniva posta a livello di Nazione e non di impresa, focalizzando le analisi sui flussi di beni e capitali scollegati alle attività di impresa. La spiegazione di tali movimenti trovava fondamento teorico nel divario esistente tra le diverse Nazioni. I modelli del Vantaggio Assoluto (Smith, 1776) e del Vantaggio comparato (Ricardo, 1817; Heckscher e Ohlin, 1933) si basano infatti sul concetto legato all’esportazione, da parte di una Nazione, dei soli beni che vengono prodotti localmente ad un costo inferiore, assoluto o relativo, rispetto a tutte le altre Nazioni.

Più che di processo di internazionalizzazione, i predetti studi possono rientrare nel più generico ambito del commercio internazionale. Come già anticipato, l’economista canadese Hymer fu il primo teorico sull’internazionalizzazione delle imprese e nel 1960 arrivò alla conclusione che gli investimenti (diretti esteri) operati sui mercati esteri non dovessero essere considerati come meri flussi internazionali di capitale, bensì come un insieme complesso, coordinato ed organizzato di transazioni operate da imprese interessate in uno specifico mercato. Il ruolo svolto dall’analisi dell’economista canadese fu così innovativo e stravolgente che tutta la produzione letteraria successiva al suo lavoro del 1960 venne da lui influenzata. Lo schema a seguire cerca di dare una rappresentazione semplice e parzialmente esaustiva dei principali economisti che hanno contribuito in misura robusta all’evoluzione degli studi afferente il processo di internazionalizzazione di una impresa. Strategie adottate dalle imprese Da un punto di vista operativo, le principali strategie e modalità di espansione oltre confini a disposizione di una impresa possono essere così sintetizzabili:

 Importazioni
1. / esportazioni. Insieme di beni e servizi che vengono trasferiti da un nazione ad un’altra. Tale metodologia può essere condotta sia monitorando tutte le fasi che intercorrono dal momento in cui il prodotto / servizio esce dall’azienda produttrice sino a quando risulta disponibile all’acquirente (importazione / esportazione con controllo diretto) oppure esternalizzando in outsourcing (importazione / esportazione con coinvolgimento di strutture esterne) tutte le fasi di cui sopra.

2. Modalità collaborativa:
• con accordi di licenza Si tratta di una strategia collaborativa fra due imprese, una estera e l’altra locale (con riferimento ad uno specifico mercato) nella quale l’azienda locale produce un determinato bene o servizio utilizzando delle conoscenze, soprattutto tecnologiche, sviluppate dall’azienda estera; la quale concede in licenza l’utilizzo di una sua conoscenza. Tale accordo consente, sfruttando il divario esistente fra due imprese o mercati, ad una impresa di ottenere benefici dall’utilizzo oltre confine di una propria “scoperta” senza il rischio e l’onere di sostenere ingenti investimenti (cfr. IDE) né tantomeno condividere risorse, strutture, organizzazioni e conoscenze (cfr. joint venture).
• joint venture La strategia di ingresso della joint venture consente ad una impresa di accelerare l’ingresso in un Paese / Mercato estero in quanto si fonda sulla collaborazione di una società (straniera con riferimento ad un mercato) con una azienda locale (co-venturer) ben insediata nel mercato oggetto di penetrazione. Oltre al superamento delle barriere all’entrata, quali ad esempio quelle legate al divario tecnologico e culturale, la suddetta modalità collaborativa garantisce una riduzione dei tempi di insediamento ed una “subadditività” o riduzione dei costi di investimento. I principali svantaggi legati alla joint venture sono legati alla bassa inclinazione delle imprese a condividere con i propri partners tutte le conoscenze tecnologiche che intende invece preservare a favore dell’insediamento produttivo che detiene senza partners né stranieri né locali. Un altro svantaggio legato a questa tipologia di alleanza strategica è legato alla difficile convivenza causato dalle differenze strategiche ed organizzative degli associati partners.

3. Investimenti diretti all’estero (IDE):                                                                                                                                                                       Con il termine investimenti diretti all’estero (FDI – foreign direct investment) si intendono gli investimenti internazionali effettuati da un soggetto in certa Nazione in cui risiede un durevole interesse. A seconda che questo interesse venga sostenuto mediante la costituzione exnovo di una business unit o viceversa con l’acquisizione di una già esistente, l’IDE può essere defi nito diretto con costituzione o viceversa diretto con acquisizione. Come risulta evidente, la caratteristica fondamentale, rispetto alle altre strategie di internazionalizzazione, degli IDE è la natura dell’interesse, durevole e profondo. Con riferimento all’intensità dell’interesse nutrito dall’azienda e la sua espansione verso mercati esteri, qui di seguito viene rappresentato, in ordine crescente, le diverse strategie a disposizione dell’azienda. Conclusioni I processi di internazionalizzazione delle imprese, oltre alle tecniche e strategie sommariamente elencate nel presente articolo, devono tenere conto anche di variabili qualitative afferenti i contesti sociali, politici e culturali della Nazione nella quale una impresa intende operare. Si può pertanto asserire che i suddetti processi economici non solo attraversano confini territoriali ma bensì delle frontiere sociali.

Ritengo quindi utile concludere il presente elaborato sottolineando che le diverse tecniche a disposizione di una impresa (esportazione/importazione; modalità collaborative con accordi di licenza o joint venture; investimenti diretti all’estero) saranno scelte anche e soprattutto in considerazione alla conoscenza e all’ “ospitalità” riservata all’azienda nel mercato straniero. Verranno privilegiate forme collaborative con partners locali qualora il mercato di riferimento risulti poco conosciuto o restio all’accettazione di aziende straniere; viceversa l’investimento diretto è la modalità suggerita qualora il mercato di riferimento risulti caratterizzato da forti barriere all’entrata anche di natura legislativa e fiscale.

di Andrea Manzoni esperto di ricerca in marketing per le strategie di impresa

Business&Gentlemen

The author Business&Gentlemen