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Editoriali

Editoriale di Mauro Milesi – B&G numero 08 – Settembre – Ottobre 2009

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Il ruolo di servizio pubblico degli istituti di credito

La banca non è un’impresa come tutte le altre. Non è un’azienda che produce t-shirt, pneumatici o mobili da giardino. Pur avendo una struttura privata e organizzata come un’azienda, gli istituti di credito hanno una funzione pubblica, cioè offrono un servizio che è nell’interesse della collettività. La crisi che ci colpisce ha fotografato alcuni aspetti critici dell’operato delle banche, inutile tornare su questo punto.
Però la crisi avrebbe dovuto offrire l’occasione di cambiare le cose, anche sul fronte dell’atteggiamento, delle strategie e delle politiche delle banche.

Il condizionale è d’obbligo perché ci pare di verificare che il panorama non sia poi così tanto cambiato, anzi. Assistiamo ancora a forti concentrazioni di istituti di credito che sembrano colossi spesso più grandi di certi stati nazionali e questo incide anche sul fatto che le banche non di rado si trovano a comandare sulla politica. Il loro operato nella prospettiva di funzione pubblica ci appare ancora troppo distante e sembra davvero, come ha segnalato anche il Ministro dell’Economia Tremonti, che non siano le banche al servizio di imprese e famiglie, ma l’opposto. Siamo costretti a domandarci, pressati dalle segnalazioni dei lettori, quanto grande sia il fenomeno del credit crunch e soprattutto a prendere atto di un paradosso. Le banche e il loro organismo associativo negano la contrazione del credito, le aziende invece polemizzano su quanto sia così vasto questo fenomeno. Un fenomeno forse un po’ mascherato dall’inasprimento delle procedure che portano alla concessione di un mutuo. Anziché negare, vengono richiesti requisiti estremamente restrittivi. Questo in parte è un bene, perché permette alle banche di fare le banche e non i casinò (come ci disse in passato in un’intervista il professor Ruozi).

Però si guarda sempre meno alla bontà dei progetti, alle persone e alle aziende per quello che davvero rappresentano. Contano solo le procedure e i parametri di rating. Allora perché le banche non esplicitano chiaramente quali sono questi criteri di rating in modo che le aziende possano fattivamente lavorare per una maggiore qualificazione sotto il profilo finanziario? Purtroppo occorre prendere atto che le banche restano al servizio dei loro azionisti. Un ragionamento che, tirato per i capelli, potrebbe anche starci, perfino all’interno della loro funzione pubblica. Però le banche quando sono state in difficoltà hanno chiesto l’aiuto dei governi, cioè hanno chiesto l’aiuto dei cittadini che pagano le tasse. Allora qualcosa non torna. Ci si appella al ruolo di servizio pubblico per chiedere sostegno pubblico, ma poi si continua a fare l’interesse privato e a guardare al proprio bilancio, trascurando di pensare a un bilancio “d’insieme”. A un bilancio del Paese. Quei soldi che hanno concesso ossigeno alle banche riteniamo non siano stati tanto utilizzati per aprire la porta del credito alle imprese, quanto per sistemare i conti interni delle banche. Il problema è anche lo scarso contatto col territorio, proprio perché le banche si aggregano in grandi gruppi che sono sempre più lontani dalla gente, dai bisogni concreti.

Perché un’azienda di Catania ha problematiche diverse da un’azienda di Milano. Eppure si scontrano con procedure standard (vogliamo parlare di Basilea II?) che non tengono conto del fattore territoriale. Questo è un male perché le banche non vedono le persone e i progetti ma vedono solo le cifre scritte su un foglio. Per non parlare dei costi delle operazioni e di come sia stata risolta la questione del massimo scoperto. Fatta la regola, si è subito trovato il sistema di cambiare le carte. Ma la colpa non è soprattutto delle banche. La colpa principale resta della politica che ha sostenuto gli istituti di credito senza fare un patto vero di sostegno al Paese. La politica deve rivendicare il diritto di fare le regole e di vigilare sull’operato delle banche affinché continuino nel loro ruolo di servizio pubblico. Noi imprenditori vorremmo vedere le banche come un partner. Un alleato importante per avviare nuovi progetti, per crescere, per operare al meglio. Ovviamente, in alcuni casi, questo succede. Basti pensare al buon lavoro svolto da alcune associazioni d’impresa che hanno stretto accordi strategici con gli istituti di credito del territorio per allentare il cappio del credito alle imprese. Insomma, in un panorama che resta oscuro, qualche raggio di sole c’è. Ma all’orizzonte le nubi sono ancora troppo compatte.

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