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Economy

Alle aziende familiari manca solo capitale di rischio

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Le aziende familiari ottengono buoni risultati economici. Secondo l'Osservatorio AIdAF-Unicredit-Bocconi su tutte le aziende familiari di medie e grandi dimensioni il vero problema e' la carenza di autofinanziamento

Non solo di manager esterni e ricambio generazionale, ma anche e soprattutto di capitali di rischio ha bisogno l’azienda familiare. Sono le conclusioni alle quali giunge l’Osservatorio AIdAF-Unicredit-Bocconi su tutte le aziende familiari di medie e grandi dimensioni, presentato oggi alla Bocconi (ore 17,30, aula N01, Velodromo piazza Sraffa 13) alla presenza degli amministratori delegati di Unicredit Corporate Banking, Gianni Coriani, e Unicredit Private Banking, Dario Prunotto e del presidente AIdAF, Maurizio Sella. Il ricambio è già stato avviato, afferma, rivoltando un luogo comune, l’Osservatorio, che per la prima volta analizza assetti societari e bilanci di tutte le imprese familiari italiane con un fatturato superiore ai 50 milioni di euro (4.251 aziende, che si riducono a 2.484 eliminando le duplicazioni date da imprese monobusiness facenti capo a una holding familiare). Tra il 2003 e il 2007, infatti, il 20% delle imprese familiari ha sostituito almeno un amministratore delegato.

Ma non solo: la soluzione familiare molto spesso è quella che funziona meglio. Nello stesso quinquennio 2003-2007, le aziende familiari con la redditività più alta sono quelle nelle quali la gestione è in capo al binomio presidente familiare/amministratore delegato familiare o amministratore unico familiare.

Il vero problema delle aziende familiari, acuito dal periodo di crisi, è invece la carenza di capitale di rischio. “Già alla fine del 2007 le aziende familiari tendevano a utilizzare in misura maggiore delle altre aziende il debito bancario”, afferma Guido Corbetta, Cattedra AIdAF-Alberto Falck di strategia delle aziende familiari della Bocconi e coautore del rapporto, e nel corso del 2008 il ricorso al debito è ulteriormente aumentato”. Il rapporto tra posizione finanziaria netta (debiti finanziari – disponibilità liquide) e ebitda (margine operativo lordo) delle aziende familiari è stato, nel quinquennio 2003-2007, più alto di quello di ogni altro tipo di impresa e nel corso del 2008, secondo dati preliminari, è cresciuto di un altro punto percentuale, con il 41% delle aziende al di sopra della soglia critica di 5. Tra il 2007 e il 2008 sono aumentate dal 2,5% al 7% le aziende familiari con ebitda inferiore allo zero, e dunque con serie difficoltà prospettiche nel ripagare il debito.

In un momento in cui la crisi offre opportunità per acquisizioni o progetti straordinari, le aziende familiari rischiano di non sfruttarle per via di una posizione finanziaria debole: solo il 15% delle aziende familiari, alla fine del 2007, aveva disponibilità liquide superiori ai debiti finanziari, rispetto al 38% delle filiali di multinazionali e al 30% delle aziende controllate dallo stato o da enti locali.

“Tutto ciò induce a suggerire a molte famiglie imprenditoriali italiane che sia necessario procedere a rafforzare il capitale proprio delle aziende controllate con risorse familiari o di altri soggetti”, concludono Corbetta e Alessandro Minichilli, i due autori dello studio.

L’Osservatorio fa giustizia di alcuni luoghi comuni che vorrebbero le aziende familiari come arretrate rispetto al resto dell’economia. In realtà il loro tasso di crescita dal 2003 al 2007 è stato del 50,5%, poco al di sotto di quello delle imprese controllate da coalizioni (54%), ma superiore a quello delle altre tipologie: aziende controllate dallo stato o enti locali (48%), filiali di multinazionali (38%) e cooperative (36%). La loro redditività degli investimenti (9,1%) è superiore a quella di ogni altra classe e gli stipendi che assicurano ai dipendenti sono mediamente più alti del 5% rispetto a quelli degli altri.

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