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Le leggendarie origini della Coppa America

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Nuova affascinante tappa lungo la storia dello yacht e delle più grandi competizioni nautiche. Ecco come nasce la rivalità tra Inghilterra e Usa con il primo sconto nel Solent che inaugurò le stagioni dell’America’s Cup

La mattina del 22 agosto 1851 si annunciava come una bella giornata con brezza da ovest ed il Conte di Wilton, commodoro del Royal Yacht Squadron con sede a Cowes, sull’isola di Wight, nel Solent, mentre faceva colazione ammirando i velieri alla fonda si domandava se le positive impressioni suscitate qualche giorno prima dalla goletta America, da poco giunta da New York, avrebbero in qualche modo dovuto impensierire gli armatori dei vascelli inglesi. Di lì a poco, infatti, alle dieci del mattino il colpo di cannone avrebbe segnato la partenza della regata denominata “Coppa delle cento ghinee”, tanto infatti aveva preteso il gioielliere Garrard di Londra per fabbricarla. Ma, più correttamente, avrebbe dovuto chiamarsi “Coppa della Regina”, perchè messa in palio dal Sovrano per premiare il vincitore della regata che avrebbe visto i quindici concorrenti iscritti circumnavigare l’isola di Wight, il cui maggior centro, Cowes, era, allora come ora, la Mecca della vela internazionale. Nel corso dell’anno 1850, mister George Schuyler, socio fondatore del New York Yacht Club, aveva ricevuto dall’Inghilterra l’invito a partecipare alla regata che si sarebbe tenuta nelle acque della Manica per celebrare degnamente l’“Esposizione Mondiale” che si sarebbe tenuta l’anno successivo a Londra, appunto nel 1851. Veniva suggerito al commodoro del New York Yacht Club, mister John Cox Stevens, di allestire una di quelle “barche pilota” utilizzate dai nocchieri del porto di New York notoriamente veloci e manovriere.

Tuttavia, creatosi immediatamente un consorzio fra i soci, gli stessi decisero di non utilizzare un’imbarcazione già esistente, bensì di commissionare la costruzione di un apposito vascello, sulle linee d’acqua di quelli usati dai piloti, che fu varato nella primavera del 1851, armato a goletta e chiamato America. In ventisei giorni e sei ore, alla media di sette nodi, America attraversò l’Oceano Atlantico giungendo a Le Havre nella metà di luglio da dove salpò il 31 dello stesso mese alla volta del Solent ormeggiando in prossimità di Cowes. La mattina successiva, la goletta, salpata l’ancora ed issate le vele, fece rotta verso il porto di Cowes distante poche miglia. Lungo il tragitto ingaggiò lo yacht Laverock che, benché si trovasse a pruavia e sopravvento, e quindi in condizioni di favore, venne rapidamente doppiato. La notizia si diffuse rapidamente e molti curiosi si aff rettarono a visitare questo vascello che aveva la singolarità, oltre che di essere americano, di avere linee essenziali, con prua molto affi lata e privo di ogni ornamento. Insomma, un battello fatto per navigare. Sulla scorta di queste premesse, il Conte di Wilton faceva bene a non essere tranquillo. Alle dieci del mattino, quando l’aria fu lacerata dal colpo di cannone e gli yachts iniziarono a salpare le ancore, la goletta America si trovò con l’ancora incattivita e dovette faticare non poco per spedirla con il risultato che salpò per ultima.

Ma, nonostante la pessima partenza, America si aggiudicò nettamente la regata conquistando la coppa che, in suo onore, fu detta, appunto, “America’s cup”, ”Coppa America”, come fu battezzata in italiano, anche se qualche purista vorrebbe che la traduzione italiana rispettasse il genitivo sassone e venisse chiamata “Coppa dell’America”. La vittoria della regata, disputatasi il 22 di agosto del 1851 fu, di per sè, un’impresa modesta. Molti concorrenti sbagliarono percorso, uno yacht andò sugli scogli ed un altro corse in suo soccorso. Due vennero a collisione. Vi fu chi disse che America non avesse rispettato le istruzioni di regata anche se non venne mossa nessuna protesta formale. La supremazia fu così netta che non se ne potè che prendere atto. La regina Vittoria apprese della sconfi tta inglese da bordo dello yacht reale “Victoria and Albert”. Il segnalatore trasmise, a mezzo dei segnalamenti ottici, il seguente dispaccio “ America fi rst, your Magjesty, there is no second”. Di qui, pare, il motto dell’”America’s cup”: “ there is no second”: non c’è secondo. La regata fu banale e la vittoria modesta ma sanciva l’ingresso degli Stati Uniti d’America nel mondo dello yachting internazionale. I colonizzatori del nuovo mondo non si erano preoccupati, almeno sulle prime, della navigazione da diporto: probabilmente impegnati in affari più urgenti e soprattutto occupati nella conquista di un territorio non particolarmente ospitale.

Bisogna quindi attendere il XIX secolo per assistere al fenomeno diportistico con la costruzione del “Cleopatra’s Barge” di 191 tonnellate di stazza e di 25 metri di lunghezza al galleggiamento e che fu il primo yacht americano, nel 1817, ad attraversare l’oceano ed a visitare i paesi rivieraschi d’Europa e fra questi l’Italia. Il suo proprietario, il commerciante George Crowninshield di Salem nel Massachusetts, aveva già posseduto una imbarcazione da diporto, uno sloop chiamato “ Jefferson” che nel 1812, contro la flotta di Sua Maestà Britannica, fu armato a nave corsara. Lo schooner America sarà la seconda imbarcazione da diporto ad affrontare l’oceano, come si è visto, nel 1851. Bisogna attendere il 30 luglio 1844 per assistere alla costituzione del New York Yacht Club ad opera di nove uomini che si riunirono a bordo di una piccola goletta, la “ Gimcrack”di sedici metri, ormeggiata in porto e di proprietà di John Cox Stevens, che poi diverrà il commodoro del club. L’anno dopo, la sede del club fu trasferita in una piccola costruzione in legno, in stile gotico posta a Elysian Field nel New Jersey. Più tardi, nel 1904, la casa fu smontata e ricostruita a Glen Cove a Long Island per poi defi nitivamente essere trasferita, nel 1949 a Mystic Seaport nel Connecticut.

Ma la vera sede del NYYC si trova nel cuore di Manhattan, frutto della prodigalità del socio John Pierpont Morgan, re delle ferrovie e commodoro del club, che nel 1898 regalò lo stabile di sei piani in cui si articola la sede, affi dandone la progettazione allo studio dell’architetto Whitney Warren che lo realizzò riproducendo, alle fi nestre del primo piano, la poppa dei vascelli olandesi del XVII secolo. L’accesso al club era rigorosamente riservato ai soli soci, od ospiti accompagnati da soci, secondo un articolato regolamento e sino agli anni ottanta interdetto alle donne. La maggiore attrattiva e peculiarità del club è certamente la collezione di modelli navali dovuta al fatto che la consuetudine prevedesse che ogni socio partecipante a regate dovesse donare un modello dell’imbarcazione al club: i modelli raccolti sono più di mille. Per la verità, come è singolarmente accaduto in tanti altri paesi, il NYYC, il più importante sodalizio d’oltreoceano, tutt’ora attivo ed ininterrottamente imbattuto per ben 25 sfide di Coppa America nell’arco di 132 anni, non fu il primo yacht club ad essere fondato in America.

La palma spetta al “ Boston Boat Club” fondato dieci anni prima, nel 1834, ma che scomparve ben presto senza lasciare tracce signifi cative. Il New York Yacht Club fu, invece, immediatamente molto attivo. Già nell’agosto dello stesso anno della costituzione fu organizzata la prima crociera da New York a Newport e l’anno successivo, in luglio, fu disputata la prima regata nella baia di New York, che fu anche la prima negli Stati Uniti d’America. Si deve al NYYC ed ai suoi dirigenti la prima, e forse rozza, stesura di un regolamento di stazza che permettesse ai vari yachts di competere tra loro indipendentemente dalle dimensioni ed armamento. Pochi anni dopo, era il 1865, venne fondato il Boston Yacht Club che aveva avuto come predecessore il Boston Boat Club, di cui si è già detto, ma al quale nulla lo legava se non la sostanziale omonimia. Sembra infatti che i soci dell’allora Boston Boat Club fossero più dediti ai picnic ed al gioco d’azzardo che alla navigazione sportiva. Nel 1870 Boston avrà il secondo yacht club: verrà infatti costituito l’”Estern Yacht Club Boston”.

Testi di Roberto Magri

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