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Editoriali

Editoriale di Mauro Milesi – B&G numero 10 – Febbraio – Marzo 2010

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Più volte abbiamo rimarcato su B&G la svolta ecosostenibile del mondo impresa. Un tema da tempo a noi caro, non certo perché tutti ne parlano, né per opportunismo ma per opportunità. La questione è principalmente etica, ma anche un’interessante prospettiva di business.

Questo inizio 2010 ha confermato la gravità della questione occupazionale in tempo di crisi, con segnali tutt’altro che rassicuranti per i lavoratori e le imprese.
Eppure alcune professioni fanno registrare un’importante crescita in totale controtendenza all’andamento generale del mercato del lavoro. E’ il caso del green job che, anche in Italia, viaggia in costante incremento anche se i parametri per fare delle analisi approfondite ancora non sono del tutto definiti.

Eppure oggi esiste qualche punto di riferimento in più rispetto al passato per fare alcune valutazioni. Ad esempio una ricerca sul “Progetto ambiente” dell’Isfol, l’Istituto per lo Sviluppo e la Formazione Professionale dei Lavoratori, offre alcuni dati che proiettano prospettive positive. Da questo studio si evidenza che oltre l’80% dei neoesperti in tutela ambientale trova lavoro in meno di sei mesi dal completamento della loro formazione. La statistica si alza ancor di più nel caso la formazione si completi con master di secondo livello, con punte dell’85% di successo nella ricerca di un’occupazione. Di pari passo cresce l’offerta formativa specifica nel nostro Paese dove ormai sono oltre 50mila i partecipanti ogni anno a corsi legati alle professioni verdi che possono scegliere tra più di 2mila proposte di formazione.

Certo, non è tutto oro quello che luccica. Molti di questi “colletti verdi” sono professionisti e consulenti che seguono più progetti contemporaneamente e non è detto che il settore ecosostenibile offra loro occupazione per il 100% del loro tempo. Però il fenomeno è certamente in crescita e ci offre alcuni input da prendere in considerazione. Primo: i giovani si concentrino meglio sulla scelta del loro percorso formativo, valutando anche le potenzialità dei green job e ragionando sempre più sulle concrete possibilità occupazionali delle loro stesse scelte. Secondo: le imprese non devono solo fare una conversione ecosostenibile di prodotti e processi, ma possono anche sviluppare nuove opportunità di business strettamente correlate al “think green”. Terzo: pensare il business in verde non deve sottendere, tuttavia, un piano speculativo, ma un progetto a lungo termine che crei economia reale, che offra valore aggiunto e che consenta davvero di fare un salto verso l’offerta di servizi di nuova generazione. Quarto: se c’è un settore occupazionale che cresce, perché non premiarlo anche sul fronte fiscale con una detassazione di alcune specifiche categorie professionali; questo incrementerebbe l’interesse delle aziende e premierebbe chi ha scelto di puntare su un percorso formativo green. Quinto: pensare in verde, significa semplicemente pensare bene, ma pensare in verde deve anche rappresentare una sfida competitiva in un’economia globalizzata che tende a delocalizzare i processi produttivi a basso valore. Bisogna solo capire chi ha “gli attributi” per mettersi in gioco.

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