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Economy

Due sistemi di business a confronto

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Può la presenza di azionariato straniero nella compagine sociale delle aziende italiane creare una differenza strutturale?

Una delle più acute distinzioni fra sistemi di business e fra economie di mercato (shareholders) – tipiche dei paesi anglosassoni – e le coordinated economies, tipiche dei paesi del vecchio continente e del Giappone. Al centro della distinzione ci sono differenti sistemi di finanza aziendale e di ruolo svolto dalla proprietà in contrapposizione al Consiglio di Amministrazione. ;I sistemi anglo-americani si caratterizzano infatti da un azionariato diffuso e da un apporto massiccio di mezzi propri. I sistemi tipici dei Paesi come Germania, Italia etc., i cosiddetti stakeholder systems, si fondano invece sulla presenza di ingenti mezzi di terzi (fonti finanziamento esterne) mentre la proprietà e concentrata nelle mani di poche persone, spesso legate fra loro da vincoli di parentela. Letteralmente il termine “stakeholder” significa “portatore di interesse” e include tutti coloro che detengono un interesse ed apportano un valore aggiunto all’azienda. Si possono annoverare al riguardo, oltre ai proprietari (shareholders), anche i i clienti, i fornitori e gli istituti finanziari. E’ caratteristica infatti delle aziende appartenenti ai predetti sistemi, instaurare stretti rapporti con i loro partner commerciali e con tutti coloro che nutrono un interesse nel creare alleanze e sinergie con esse. Tali distinzioni e differenze, non solo terminologiche, fra i due diversi sistemi influenzano anche le politiche del personale e le strategie aziendali: il mercato del lavoro tipico dei Paesi anglosassoni e maggiormente variegato e permeato su un orientamento all’internazionalizzazione; mentre le strategie aziendali pongono un maggior interesse ed attenzione alla profittabilita (di breve periodo) rispetto alla crescita. I sistemi coordinati sui portatori di interesse, invece, sono costruiti su un mercato del lavoro locale e focalizzano le loro strategie sulla crescita (di lungo periodo) rispetto alla profittabilita. Nel 2001l’Economist, uno dei più forti sostenitori del shareholders system, proclamo la fine del sistema degli stakeholders. Senza entrare nel merito e nella diatriba fra i favorevoli ad uno o all’altro sistema, obiettivo del presente elaborato e una breve indagine circa l’eventuale influenza causata dalla presenza nella compagine sociale delle imprese italiane di azionisti stranieri. Teoricamente la presenza di stranieri, maggiormente interessati in un ritorno economico degli investimenti di breve periodo, rispetto alla costruzione di una relazione di lungo periodo, dovrebbe caratterizzare una differenza strutturale della azienda stessa.

 Analisi empirica
Dal database AIDA, sono stati estrapolati i dati contabili/finanziari di alcune aziende, con riferimento alla composizione del capitale sociale (presenza o meno di azionisti stranieri). Il campione cosi formato fa riferimento a 681 aziende. Il numero delle aziende divise fra quelle in cui azionisti stranieri detengono una quota del capitale sociale (249) e quelle interamente possedute da azionisti italiani (432) varia in quanto sono state analizzate esclusivamente le aziende che presentavano un ammontare dei ricavi superiore ai 100.000.000 euro. E’ stato deciso un limite di ricavi cosi alto per permettere una comparazione fra le aziende. Solitamente le aziende che presentano un azionariato straniero sono aziende di grande dimensioni, e l’eventuale comparazione con aziende troppo piccole, avrebbe inficiato la qualità del confronto. La numerosità del campione analizzato e riportato nella tabella 1. Sempre per rendere il confronto fra le due categorie di aziende significativo, si e ritenuto utile separare le aziende che svolgono una attività di servizio – in particolare una attività di commercio – rispetto a quelle il cui oggetto sociale verte la fabbricazione e la produzione. La tabella 1 evidenzia anche quest’ultima distinzione. Considerato l’assenza di un set riconosciuto ed accettato universalmente di indicatori ad hoc per l’analisi che viene qui condotta, si e deciso di usare le misure indicate nella tabella qui di seguito (Tabella 2). I risultati dei valori medi degli indici sopra menzionati sono riportati nella prossima tabella (Tabella 3).

Analisi dei risultati e conclusioni Come si evince da una analisi dei valori espressi nella tabella precedente, emerge istantaneamente un indebitamento maggiore nelle aziende interamente possedute da italiani. Infatti il rapporto di indebitamento (indice n. 3) di queste ultime e nettamente superiore a quelle caratterizzate da azionisti stranieri; confermando quanto espresso inizialmente circa le differenze teoriche fra i due diversi sistemi di business (shareholders vs. stakeholders). Infatti, mediamente, il capitale proprio delle aziende analizzate e circa un decimo (1/9,78) del totale investimenti, contro il quinto (1/4,52) delle altre. Ovviamente tale discrasia influenza significativamente il ROE (indice n. 1): a parità di reddito netto, un patrimonio netto inferiore determina un valore più alto dell’indice stesso. Il ROS (indice n. 2) che esprime la redditività aziendale in relazione alla capacita remunerativa del flusso dei ricavi; suggerisce che nelle aziende interamente italiane, i ricavi sono erosi maggiormente dai costi – non solo caratteristici – sostenuti. A parere dello scrivente, gli ultimi due indici (indice n. 4 e 5) che esprimono rispettivamente il costo ed il valore aggiunto medio per dipendente, sono i riferimenti più interessanti in quanto evidenziano un diverso approccio al dipendente. Nelle aziende a partecipazione straniera, il dipendente viene considerato una risorsa fondamentale nella creazione di valore aziendale e per tale motivo viene mediamente remunerata meglio. Questi valori, per esempio con riferimento alle aziende italiane del comparto commercio, vengono solitamente letti erroneamente: a fronte di una creazione di valore di 79.090 euro, il dipendente viene remunerato 40.360 euro lordi. La corretta lettura e invece esattamente l’opposto: a fronte di una remunerazione di 40.360 euro, il dipendente crea un valore aggiunto per l’azienda di euro 79.090. Cosi facendo, non sorprende che una maggiore remunerazione dei dipendenti in forza presso aziende a partecipazione straniera, generi un più robusto valore aggiunto2. Senza entrare in tecnicismi contabili e in facili critiche anche di natura etica ad un sistema rispetto ad un altro, lo scopo del presente scritto e quello di individuare le caratteristiche tipiche di una certa categoria di aziende, con la speranza che l’imprenditoria italiana, sempre attenta ad individuare nuove soluzioni contro il perdurare della crisi (non solo finanziaria), possa trarre spunto dall’agire dei competitors e, con l’aggiunta della propria creatività, e batterli! Lascio ai lettori le considerazioni sui risultati, ricordando pero che un più alto indice di indebitamento, oltre ad influenzare la redditività dell’azienda a causa della presenza di ingenti oneri finanziari (da indagini passate, mediamente ammontano al 2% dei ricavi totali), possano indurre gli istituti finanziari a bloccare eventuali finanziamenti.

di Andrea Manzoni Esperto di ricerca in Marketing per le strategie di impresa 

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