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Economy

I nuovi trend del mercato legale

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La maggior competitività del settore legale a vantaggio delle imprese : a fornirci tutti i dettagli sull'argomento interviene il nostro esperto Mario Alberto Catarozzo in un articolo pubblicato sul nuovo numero di B&G

Che il XXI secolo si sia aperto all’insegna della globalizzazione con tutto il carico delle implicazioni che questo comporta non è certo una novità. In particolare nell’ultimo anno si sta assistendo alla prima crisi economica globale, nel senso di mondiale, partita oltreoceano e approdata come una sassata sulle coste dell’economia del vecchio continente, con echi sulle economie di tutti i maggiori paesi industrializzati. Una crisi che sta ridisegnando strategie ed equilibri, in un mix di innovazione, fisiologica e necessaria, verso nuovi mercati, nuove fonti energetiche, nuove filosofie più etiche e pulite (in tutti i sensi) perché non si riproponga il black-out di questi mesi. Anche l’Italia – meno a dire il vero di altri paesi – sta pagando il suo scotto e con l’italico genio ne verrà fuori, a piccoli passi, ma forse più strutturata e rinnovata. E di rinnovamento si può parlare a pieno titolo anche per uno dei settori professionali più tradizionali del nostro Paese e cioè l’avvocatura. Un rinnovamento che, a ben guardare, potrebbe rappresentare un vero vantaggio per le imprese che si avvalgono dei servizi legali, soprattutto nell’ambito della consulenza, in termini di off erte di servizi più competitivi e altamente qualificati. Partito questo rinnovamento nel 2006 con la riforma dell’allora ministro Bersani sulla liberalizzazione delle professioni e delle tariff e forensi e completato dalla crisi finanziaria internazionale, oggi il mercato legale italiano sta ridisegnando nuovi assetti a vantaggio di una maggior competitività del sistema che, se non prenderà derive incontrollate, potrà rappresentare per le imprese italiane una vera opportunità, consentendo alle stesse di poter scegliere tra off erte di servizi legali di maggior qualità e a prezzi più contenuti perché all’interno di una logica di libero mercato. Lo stesso libero mercato che invece fa paura ad una parte dell’avvocatura che, all’opposto, teme la guerra dei prezzi al ribasso con conseguente ribasso anche della qualità dei servizi off erti.

È presto per fare bilanci, per ora limitiamoci ad assistere ai nuovi trend di sviluppo di un settore in fermento e che si interseca indistricabilmente con il tessuto economico delle grandi come delle piccole e medie imprese italiane. Da un lato si assiste alla nascita di grandi studi legali d’affari che, sul modello delle law fi rm anglosassoni, americane e inglesi, approdate sul nostro territorio nell’ultimo ventennio (Cliff ord Chance, Allen&Overy, Freshfi elds, Lovells, Linklaters, Backer&McKenzie per citarne solo alcune) si sono strutturati come veri colossi per l’assistenza legale nazionale e internazionale, con dipartimenti dedicati alle singole practice (M&A, corporate, banking&fi nance, labour, intellectual property, energy, tax, litigation, le principali), con sedi nei principali paesi emergenti (tra cui India, Cina, Sud Est asiatico, Russia, Brasile, Libia, Turchia), spesso facenti parte di network internazionali che ne garantiscono la presenza praticamente in tutte le aree del mondo e l’attività 24 ore al giorno. Parliamo di studi legali con centinaia di avvocati all’interno, iperspecializzati, abituati a lavorare in team e a seguire il cliente anche sui territori internazionali. Tra i più famosi troviamo, solo per citarne alcuni, lo studio legale Chiomenti, Bonelli-Erede-Pappalardo, Gianni-Origoni-Grippo, Nctm, Camozzi-Bonissoni-Varrenti.

A ben guardare il mercato legale italiano, tuttavia, il grande studio legale d’affari con centinaia di avvocati, molteplici sedi in tutto il mondo su cui si concentrano operazioni di capital market, M&A, banking&fi nance non rappresenta ad oggi il modello dominante, nonostante il volume d’affari da essi generato sia di tutto rispetto per l’elevato va lore delle singole operazioni trattate. Qual è dunque lo studio legale-tipo oggi in Italia dove sono circa 226mila gli avvocati iscritti agli albi di cui “solo” 160mila che esercitano effettivamente la professione organizzati in più o meno 50mila studi legali? Beh i conti sono presto fatti. È lo studio tradizionale di medio-piccole dimensioni con due-tre avvocati al suo interno; è la c.d. “boutique del diritto”, come viene definita oggi proprio per distinguerla da strutture molto più articolate e organizzate con processi più vicini a criteri “industriali” che non al tradizionale ufficio legale a cui erano abituati i nostri genitori. Il modello italico è ancora caratterizzato da un numero esiguo di avvocati al suo interno – spesso ancora con il solo dominus con la segretaria e il praticante, soprattutto nei centri più piccoli – quasi sempre solo in condivisione di spese, mentre altre volte organizzati in forma associativa professionale.

Moltissimi non hanno un proprio sito internet, una brochure dello studio, una rete intranet, non si avvalgono di agenzie di comunicazione. Sono studi molto radicati sul territorio, con solide tradizioni, spesso di generazioni familiari alle spalle, clientela fidelizzata dove il passaparola resta ancora il miglior strumento di marketing. È il nome, il rapporto di fidelizzazione e la fi tta rete di relazioni sul territorio a garantire il posizionamento dello studio. Ed è proprio questa duttilità distruttura, la sua flessibilità, la multiprofessionalità ad aver messo al riparo le law firm italiane dalle onde di crisi che hanno invece investito, soprattutto sul versante anglosassone, le grandi strutture internazionali obbligandole a chiudere interi dipartimenti fino a quel momento dedicati alle grandi operazioni fi nanziarie. Se il modello “boutique” persiste nelle realtà locali, leggermente diverso è il trend a cui si assiste nei centri di maggiori dimensioni e in particolare nelle grandi città dove è in atto un processo evolutivo della professione forense verso forme sempre più organizzate e strutturate, complice da un lato la necessità di riduzione dei costi e dall’altro di aumentare la propria competitività su un mercato in forte evoluzione.

 

Si assiste così alla nascita di strutture legali articolate, con più di una sede e spesso la seconda in aree geografi che strategiche, in cui sono presenti competenze e specializzazioni su specifici servizi legali utili a soddisfare le esigenze di clienti di medie e grandi dimensioni, prima solo appannaggio delle grandi law firm italiane o internazionali. E ciò in linea con la composizione del tessuto economico del nostro Paese, costituito prevalentemente da Pmi, con un crescente bisogno di servizi legali dedicati, che non si limitino più alla generica assistenza legale giudiziale o stragiudiziale, ma che sappia sostenere e sviluppare i piani e le strategie di riorganizzazione o di espansione dell’azienda. Mai come in questo periodo le spinte recessive della crisi da un lato e la spinta innovativa dall’altro hanno fatto decollare settori come il labour e corporate restructuring e hanno lanciato la corsa all’accaparramento della consulenza in nuovi settori industriali – primo fra tutti l’energy – e nei nuovi mercati internazionali (Cina, India, Russia, Paesi arabi in testa). Sempre in quest’ottica evolutiva diretta ad offrire servizi di alta qualità iperspecialistici si è negli ultimi anni registrata la nascita di nuove realtà legali settoriali, quali ad esempio studi legali specializzati esclusivamente nel settore giuslavoristico, oppure interamente dedicati al diritto commerciale e internazionale per assistere le aziende italiane – prime fra tutte quelle del settore tessile, metalmeccanico, trasporti e logistica – decise ad aprire sedi in Vietnam, Cambogia o Cina.

Per non parlare poi del Made in Italy dove i legali rappresentano sempre di più il fulcro per la tutela della proprietà industriale, dei marchi e delle opere dell’ingegno, non più soltanto in fase “patologica”, e quindi per via giudiziale, ma in fase preventiva, strategica, dove il legale è chiamato dall’azienda sin dalle prime battute per condividere scelte e fornire consulenza tecnico-giuridica, attività questa non più percepita dall’azienda solo come un “costo”, bensì come un’opportunità di sviluppo e di crescita a cui il legale può strategicamente contribuire. Sul versante consumer, infine, l’offerta legale da quando nel 2006 si è assistito alla liberalizzazione delle tariffe registra la nascita di nuove forme di business caratterizzato da uno stretto legame della professione con la “strada”. Nascono così i c.d. “studi legali su strada”, dove la location dell’ufficio legale si sposta dai piani alti dei palazzi alla strada. Lo studio legale dell’avvocato è così trasformato in veri e propri negozi giuridici con tanto di vetrine e insegne che preludono ad un rapporto immediato con il cliente, privo di molte formalità quali l’appuntamento, dove la prima consulenza – a dire il vero come già è prassi per molti professionisti tradizionali – è gratuita e i prezzi, in parte già prefissati per le singole consulenze, contenuti. Un nuovo modo di pensare la professione, dunque, come location e come strategia. Prima fra tutte è la catena in franchising ALT (Assistenza Legale per Tutti) con uffici nelle principali città italiane (tra cui Milano, Roma, Napoli, Rimini, Parma) che offrono consulenza a privati e imprese.

di Mario Alberto Catarozzo

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