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Economy

Rinnovarsi per uscire dalla crisi

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La rivalutazione dei modelli di business e delle risorse umane, unitamente alla flessibilità gestionale, sembrano essere le strade attraverso cui passa la ripresa. E’ quanto emerge dalla ricerca condotta da Manpower per indagare il sentire delle aziende italiane rispetto alla situazione economica attuale

Il peggio sembra essere passato e gli imprenditori iniziano a guardare al futuro con maggiore ottimismo. Lo dicono i numeri contenuti nella ricerca, condotta dall’ufficio studi di Manpower nel mese di maggio, per indagare il sentire delle aziende italiane rispetto alla situazione economica attuale, ma soprattutto le aspettative per il prossimo futuro.

Ventotto pagine di relazione che raccolgono le impressioni registrate su un campione di 1000 imprese sparse su tutto il territorio nazionale, appartenenti a differenti settori industriali e differente classe dimensionale. Quello che emerge è, a sorpresa, un nuovo ottimismo che porta gli imprenditori a guardare al futuro del Paese con una predisposizione positiva e la speranza in un percorso di ricrescita che passa da alcune variabili imprescindibili: parliamo del ruolo chiave delle risorse umane e della flessibilità. Due parole che ricorrono spesso nella ricerca condotta da Manpower, dalla quale emerge che, nel prossimo triennio, ben il 45% degli imprenditori intervistati prevede una decisa ripresa del sistema economico e in generale esprime fiducia sulle prospettive dei mercati. Scenario positivo confermato anche dalla previsioni di fatturato che seguono direttamente e proporzionalmente le aspettative di mercato (il 44% prevede fatturati in crescita già nel 2010 rispetto al 2009).

E a pensare positivo sono soprattutto le grandi aziende, a differenza delle Piccole e medie imprese che appaiono più caute, sia per quanto riguarda i mercati, sia per quanto riguarda i fatturati previsionali fino al 2013. Ma la crisi ha fatto sentire i suoi effetti e ha cambiato le carte in tavola: l’indagine, a questo proposito, mette in evidenza il fatto che la congiuntura economica negativa ha portato le aziende ad attuare una revisione (e in alcuni casi addirittura un capovolgimento) degli asset. Fondamentale è, ad esempio, lo sforzo che le imprese stanno compiendo per ridefinire i business model strategici, a cui stanno lavorando circa il 65 per cento delle imprese, con la consapevolezza (non solo per le grandi) che questo sarà necessariamente influenzato da variabili di natura internazionale. E nei prossimi mesi il numero delle aziende che avvieranno una ridefinizione dei modelli di business sembra essere destinato a crescere ulteriormente. Lo ha affermato Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower, durante la presentazione della ricerca presso il Parco scientifico e tecnologico Kilometro Rosso di Stezzano (Bergamo).

“I prossimi cinque anni saranno anni delicati, in quanto le aziende dovranno riesaminare la proposta di valore verso il mercato – ha dichiarato Scabbio -. Mentre le grandi aziende hanno già avviato il processo di cambiamento, le pmi stanno iniziando ora a mettersi in discussione e a rivedere i propri modelli. Certo è che la cultura del fare impresa non potrà più essere circoscritta, ma avrà sempre più bisogno di poter contare su una visione allargata, che tenga in considerazione quelle che sono le trasformazioni avvenute, tra queste lo spostamento dell’asse produttivo verso i Paesi emergenti”. Per Scabbio, dunque, la ripresa dovrà essere accompagnata “da modifiche sia a carattere strutturale, che dovranno necessariamente essere stimolate dalle istituzioni, sia a carattere culturale”. La parola d’ordine, quindi, sembra essere rinnovamento: un passaggio necessario per rispondere alle esigenze dei mercati globalizzati e più attente alla distribuzione dei fondi.

Ma mentre alcune aree sembrano mostrare segnali di ripresa, altre continuano a soffrire: dopo molti anni di ascesa incontrastata, oggi sono in caduta libera i budget nell’area promozionale classica. Dalla ricerca emerge che il 32,5% delle aziende intervistate ridurrà ulteriormente i fondi destinati alla comunicazione e il 29,6 quelli sul marketing. “Si tratta delle spese più facili da tagliare – ha sottolineato Pierluigi Magnaschi, Direttore di Italia Oggi, durante la presentazione della ricerca –, ma le aziende trascurano il fatto che saper cosa produrre e far saper cosa si sta producendo oggi sono delle misure importantissime per rimanere sul mercato”. Resistono, invece, gli investimenti volti a migliorare la presenza delle aziende sul web, considerato sempre più non solo vetrina, ma canale diretto di vendita, e crescono quelli in ricerca e sviluppo: il 91% del campione, dichiara, infatti di voler investire importanti risorse in quest’area. Interrogato nello specifico sulle modalità contrattuali, il 78% del campione si dichiara favorevole alle forme di gestione del contratto di lavoro flessibili: il 41% degli intervistati ha sottolineato di far ricorso a Contratti a Tempo Determinato, il 21% a Contratti di Somministrazione Lavoro e il restante 37% fa ricorso ad altre forme gestionali, indice di un’esigenza particolarmente sentita di seguire – anche in termini di forza lavoro – l’andamento delle fluttuazioni internazionali.

Si riparte dalla flessibilità

La flessibilità gestionale è lo snodo decisivo per competere a livello europeo e internazionale. Ma il cambiamento delle aziende deve essere accompagnato da riforme strutturali in grado di far ripartire il Paese nel medio periodo. La parola agli esperti

Maggiore flessibilità nella gestione delle risorse umane: sembra essere questa una delle chiavi per la ripresa. Lo dicono l’84% per cento delle grandi e medie aziende e del 68,3% delle piccole. Interrogato nello specifico sulle modalità contrattuali, il 78% del campione si dichiara favorevole alle forme di gestione del contratto di lavoro flessibili: il 41% degli intervistati ha sottolineato di far ricorso a contratti a Tempo Determinato, il 21% a contratti di Somministrazione Lavoro e il restante 37% fa ricorso ad altre forme gestionali, indice di un’esigenza particolarmente sentita di seguire – anche in termini di forza lavoro – l’andamento delle fluttuazioni internazionali. Ma alla richiesta di flessibilità si accompagna l’attenzione all’efficienza del personale e alla produttività: in vista dell’implementazione di nuovi business model, infatti, le aziende confermano un trend di investimenti sul personale interno decisamente positivo. Investimenti volti a ottimizzare i processi di selezione, di formazione, i percorsi motivazionali e di collaboration.

A riprova di ciò, dalla ricerca emerge che il 42% delle aziende ha già avviato il processo di riorganizzazione e ottimizzazione del personale, partendo dalle figure manager e top manager (in questo caso sono le grandi imprese a dettare il passo) e un ulteriore 23% ha in programma e sta ragionando su un ‘giro di poltrone’ ai vertici. Una vera e propria rivoluzione è in atto anche rispetto a soluzioni che impattino direttamente sulla cultura del merito, sulla gestione del clima interno e sulla misurazione delle performance, aspetti su cui le imprese italiane si rivelano innovative e dinamiche. Oltre il 65%, infatti, ha già implementato – o sta per farlo – strumenti e modelli volti a ottimizzare i risultati del personale, il 28% è in fase di valutazione di sistemi specifici e solo l’8% non pensa di farvi ricorso. Insomma, il capitale umano torna ad avere un ruolo strategico per l’azienda. “Nel futuro – ha assicurato Giulio Sapelli, docente di Storia Economica all’Università Statale di Milano – conterà sempre di più la reputazione delle persone, per questo sarà importante per un’azienda avere nel proprio organico dei dipendenti qualificati. Contano sì le competenze, ma contano molto anche le capacità, e le aziende dovrebbero tenerne conto. Dalla crisi di potrà uscire solo se si considererà questo fattore, unitamente ad un altro punto chiave: la ridefinizione dell’agenda dei consumi e cioè la presa di coscienza che ad una crisi si resiste cambiando l’agenda delle preferenze”.

Il cambiamento, però, dovrebbe essere sostenuto da riforme efficaci. Lo ha dichiarato Angelo Marcello Cardani, docente di Economia Politica all’Università Bocconi di Milano, il quale ha parlato di un grande assente in questo processo e cioè lo Stato. “I risultati di questa ricerca – ha rilevato Cardani – potrebbero essere riassunti in un’unica parola e cioè flessibilità. Ma questa tendenza delle aziende a cercare nella flessibilità il cambiamento dovrebbe essere accompagnata dall’impegno delle istituzioni, che renderebbero certamente più efficaci i loro sforzi. Purtoppo le istituzioni, dalla giustizia all’istruzione, in questo momento nel nostro Paese sono molto carenti. Mancano riforme strutturali, in grado di far ripartire la nostra Penisola nel medio periodo”.

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