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Ecosostenibile

Più coraggio e più cultura per lo sviluppo sostenibile

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mario_salomoneIntervista a Mario Salomone, docente all’Ateneo di Bergamo e rappresentante per l’Italia all’Onu sui temi dello sviluppo sostenibile. Nell’ultima sessione della Commissione si è parlato dell’elaborazione di un insieme di programmi decennali sui modelli di consumo e produzioni sostenibili

Una formazione “imprenditoriale” e “manageriale” orientata alla cultura della sostenibilità, un approccio quotidiano proiettato alla qualità di vita e alla concreta ed effi ciente pratica dell’innovazione. Tre strade da percorrere per un obiettivo comune: lo sviluppo sostenibile. Il monito arriva da Mario Salomone, professore di Sociologia dell’ambiente e di Educazione ambientale alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo e rappresentante per l’Italia alla recente sessione annuale della Commissione per lo sviluppo sostenibile all’Onu.

Lei ha partecipato come membro della delegazione del Governo italiano alla sessione annuale della Commissione per lo sviluppo sostenibile dell’Onu. Che contributo porta l’Italia su questo tema?
Il Governo italiano da un lato ha avuto un ruolo di rafforzamento delle posizioni dell’Unione Europea, dall’altro ha portato specifici contributi su temi come la mobilità alpina, i rifiuti, il settore chimico. Inoltre l’Italia ha un ruolo di primo piano nel tema del consumo e della produzione sostenibili, in qualità di promotrice e coordinatrice di una “Task Force” internazionale sull’educazione al consumo sostenibile che sta lavorando, insieme ad altre task forces guidate da altri paesi, a un piano decennale di azione che sarà approvato l’anno prossimo.

Quali sono gli obiettivi che vi ponete?
In generale, l’obiettivo italiano è di dare più peso e più trasversalità dentro il “sistema Onu” alla Commissione sullo Sviluppo Sostenibile e di favorire la riorganizzazione della “governance” delle Nazioni Unite alla luce della sostenibilità. Il ministro Prestigiacomo, ad esempio, si è impegnata per trasformare l’Unep (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) da semplice “programma” a “organizzazione”, tipo Unesco, Fao e Oms. Infi ne, l’Italia ha una responsabilità di primo piano nella preparazione della conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile che si terrà nel 2012 in Brasile e avrà al centro la “Green economy”. Un dirigente del Ministero dell’Ambiente, il dottor Paolo Soprano, che guida anche la Task Force internazionale sull’educazione allo sviluppo sostenibile, è infatti uno dei dieci membri del gruppo di lavoro internazionale incaricato della preparazione della conferenza.

Cosa può e deve fare l’Italia per lo Sviluppo Sostenibile?
L’Italia ha grandi potenzialità, ha degli ambienti straordinari, ha un passato industriale glorioso ma in parte dilapidato e un eccessivo peso della speculazione e della rendita che porta a una cattiva programmazione dell’uso del territorio. Deve sapere usare la sua grande biodiversità, le sue risorse di creatività, l’eccellenza di luoghi e prodotti per indicare una via di sviluppo basata sulla qualità della vita al primo posto. Dobbiamo trovare un modo per misurare il benessere e il progresso in base a una molteplicità di indicatori e non al semplice PIL. Contano anche fattori immateriali come il grado personale di soddisfazione, la coesione sociale, le relazioni interpersonali, la fi ducia negli altri, il senso del bene comune, la vita spirituale, le opportunità culturali, ecc.

Nello specifico cosa può fare il mondo imprenditoriale?
Vedo emergere progressivamente imprese innovative e con un elevato grado di responsabilità sociale e ambientale, ma bisogna fare ancora molto perché questa cultura di impresa sia diff usa ad ogni livello e in ogni settore. Il mondo imprenditoriale può formare il suo staff , dai top manager fi no agli impiegati e agli operai, può “educare” i fornitori e i clienti e/o i consumatori, lavorando a monte e a valle perché in tutte le fi liere si aff ermi un approccio orientato allo sviluppo sostenibile. Deve insomma credere fi no in fondo all’innovazione e praticarla con decisione: la “green economy” è sia la riorganizzazione dei settori tradizionali, sia la creazione di nuove attività e di nuovi posti di lavoro. Un obiettivo importante è senz’altro quello di una “ecologia industriale”, ovvero di un sistema integrato che progressivamente giunga a funzionare come i cicli della natura: zero emissioni e zero rifi uti. Cominciando con il portare alla luce gli impatti nascosti e con l’analizzare il fl usso di energia e materiali in tutto il ciclo di vita dei beni, ad esempio per costruire sinergie e forme di integrazione tra settori produttivi diversi, in modo che gli scarti di un settore sia usati come materia prima da altri settori.

E quello accademico?
Nell’università c’è una situazione a macchia di leopardo, con forti resistenze di una mentalità accademica legata a vecchi schemi disciplinari. Lo sviluppo sostenibile dovrebbe entrare come tema trasversale nei curricoli di tutte le facoltà e di tutti i corsi di laurea. Non è, infatti, un tema solo per tecnici e per addetti ai lavori, ma una transizione che riguarda tutti gli ambiti e tutte le professioni.

Che tipi di stili di vita e modelli di consumo sostenibili siamo chiamati a mettere in atto per un mondo più sostenibile?
Nella società si vedono segnali interessanti: ogni giorno si ha notizia di trend “eco” e di nuove iniziative, proliferano gruppi di base e comportamenti “sostenibili”. Mangiare cibo locale e di stagione, ad esempio, è un modo semplice ma molto effi cace per contribuire alla sostenibilità, che fa bene anche alla salute. Usare i mezzi pubblici, andare a piedi o in bicicletta è un altro buon esempio. In generale, bisogna puntare alla qualità e alla durata e non all’usa e getta e allo spreco. L’abbondanza di beni di consumo, per lo più a basso costo, tipico dei paesi più sviluppati avviene a spese dell’ambiente e delle condizioni di vita di miliardi di esseri umani.

Quali sono i principali ostacoli che oggi ci dividono da un effettivo sviluppo nel segno della sostenibilità sociale, economica e ambientale?
L’ostacolo maggiore che vedo è di tipo ulturale: disinformazione, pigrizia mentale, visione di corto respiro, incapacità di progettare su tempi lunghi e su vasta scala. Complessivamente, è tutto il sistema Italia che deve fare un salto culturale, in termini di valori, stili di vita, priorità, atteggiamenti e comportamenti. Si parla molto di educare i giovani, ma credo sia urgente educare gli adulti, politici, amministratori, imprenditori, tecnici e i cittadini in genere. Naturalmente, da questa maturazione culturale dovrebbero poi scaturire politiche concrete, sistemi di incentivazione economica coerenti, soluzioni che tengano conto che siamo ormai quasi sette miliardi di abitanti su un pianeta le cui risorse si stanno via via esaurendo e che negli ultimi venti-trenta anni abbiamo sottoposto a una pressione eccessiva.

La commissione per lo sviluppo sostenibile delle nazioni unite
La Commissione per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (CSD dall’inglese Commission on Sustainable Development) è stata istituita con la Risoluzione A/RES/47/191 del 22 dicembre 1992. E’ una Commissione funzionale del Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) con il compito di sviluppare la raccomandazione del Capitolo 38 dell’Agenda 21, trattato firmato a Rio de Janeiro nella conferenza dal 3 al 14 giugno 1992. La Commissione è l’unica istituzione dell’ONU che si occupa nel contempo di questioni legate all’economia, allo sviluppo sociale e all’ambiente. La CSD è composta da 53 Stati membri, secondo una ripartizione geografica. La sessione ordinaria si riunisce ogni anno, con la partecipazione dei 53 Ministri di turno e le Organizzazione Non Governative. In occasione del riesame dell’attuazione dell’Agenda 21, la Commissione ha elaborato il testo del Programma per l’ulteriore attuazione dell’Agenda 21, adottato dalla XIX Sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGASS – giugno 1997).

Mario Salomone
Mario Salomone è professore di Sociologia dell’ambiente e di Educazione ambientale alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo e membro del Collegio didattico della Scuola di Dottorato in Antropologia ed epistemologia della complessità. Dirige dalla sua fondazione (1989) il mensile “.ECO, l’educazione sostenibile” ed è direttore responsabile del semestrale scientifico “Culture della sostenibilità”. È membro del Comitato scientifico nazionale italiano Unesco del Decennio delle Nazioni Unite per l’educazione allo sviluppo sostenibile (2005-2014), del Gruppo di lavoro della Regione Lombardia sull’educazione ambientale nei parchi e nelle aree protette e del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Aurelio Peccei. È, inoltre, segretario generale della rete internazionale di educazione ambientale Weec (World Environmental Education Congress) che ogni due anni organizza i congressi mondiali del settore.

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