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Per l’Europa occidentale una crescita del 3% entro il 2014

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fare_rete_3Continua lo speciale di B&G sull’importanza di fare rete per le imprese,nspingendole a rivolgere le proprie attenzioni là dove si prospettano le migliori potenzialità di crescita

Speciale “L’importanza di fare rete” – Parte Terza

La storia recente insegna che, da una crisi economica come quella vissuta tra il 2008 e il 2009, ci si deve aspettare, essenzialmente quattro cose: aumento della disoccupazione, diminuzione del prezzo delle abitazioni per 5-6 anni, riduzione del Pil pro capite per un periodo di circa due anni e, infine, crescita rilevante del debito pubblico. Ma se, fino all’altro ieri, gli effetti delle difficoltà si erano ripercossi, per lo più, sui Paesi emergenti e su quelli in via di sviluppo, la vera novità dell’ultima crisi è che, stavolta, lo scotto maggiore è stato pagato dai cosiddetti Paesi avanzati.

I quali, stando alle indicazioni elaborate dal World Economic Outlook (e pubblicate a fine 2009), dovranno inoltre mettere in preventivo periodi di ripresa assai più lunghi rispetto al passato. Ma qual è lo scenario che studiosi e addetti ai lavori prefigurano? I Paesi che, da qui al 2014, si immagina possano crescere del 10% o più, sono quelli della parte centromeridionale del pianeta. Nonostante le brillanti performance messe a segno negli ultimi anni, Cina e India sono viste ancora in decisa progressione; a ruota ci sarebbero alcune repubbliche meridionali dell’ex impero russo oltre all’Iraq. Nel continente africano, Egitto, Libia e Tunisia sarebbero destinati a mettere a segno aumenti del Pil a due cifre; nella fascia sub-sahariana, analoghe prospettive paiono esserci per Zaire, Tanzania, Angola, Zimbabwe e Mozambico. Di una crescita più contenuta, stimata fra il 3 e il 6%, dovrebbero rendersi protagonisti la stragrande maggior parte dei Paesi latino-americani e quelli della regione balcanica. Per Usa e Canada oltre che per l’intera Europa occidentale la crescita dell’indice della ricchezza è stimato fra lo 0 e il 3%. Nell’illustrare la verosimile cornice in cui anche le imprese lombarde si troveranno ad operare, Lucia Tajoli, docente di Economia internazionale al Politecnico di Milano, ha voluto innanzitutto mettere in guardia le Pmi di casa nostra – e in particolare quelle insediate nelle province di Monza-Brianza, Bergamo e Brescia – che tendenzialmente prediligono esportare nell’area dell’euro-zona. “Una scelta per lo più legata ai molti ostacoli incontrati nelle esportazioni” ha spiegato la professoressa nel corso del seminario organizzato da Confindustria Monza e Brianza lo scorso giugno. I principali freni? “Carenza di informazioni, rischi misti all’incertezza, costi troppo alti per le maggiori richieste di finanziamento e un contestuale minor accesso al credito” Ma continuare a lavorare su mercati destinati a registrare irrisori livelli di crescita, potrebbe rivelarsi deleterio.

Per comprendere meglio la situazione, bastano pochi dati: “Nel biennio 2008-2009, il trend delle esportazioni italiane ha viaggiato tra gli 80mila e i 100mila milioni di euro. Il picco si è toccato nel secondo trimestre 2008 (+ 5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), mentre il punto più basso è stato registrato nel primo trimestre 2009 (- 25%)”. Nel dettaglio: le esportazioni verso la Ue hanno oscillato fra i 40 e i 60mila milioni (massimo nel secondo trimestre 2008, minimo nel primo trimestre 2009); quelle verso altri Paesi tra i 30mila e i 40mila milioni (picco nel quarto trimestre 2008 e punto più basso nel primo trimestre 2009). Secondo elemento di riflessione: “Anche in Italia – ha puntualizzato la docente del Politecnico – le protagoniste di quasi la metà (43,6%) dell’export sono imprese con oltre 250 addetti. Le aziende di medie dimensioni si sono ritagliate una fetta pari al 28,1%, mentre le piccole e le micro incidono per il 27,7%”. Tutte queste informazioni – ha suggerito Tajoli – dovrebbe incentivare i titolari di Pmi a rivolgere le proprie attenzioni là dove si prospettano le migliori potenzialità di crescita. Non più ognuno per conto proprio, per le ragioni già evidenziate, ma piuttosto in raggruppamenti quanto più coordinati. Meglio ancora se dotati sia di analisi di mercato sia di partner bancari di spessore internazionale. E a tal proposito, la docente di Economia internazionale ha ricordato che “il 53% del campione intervistato (per lo studio-aggiornamento commissionato da Confindustria Lombardia ndr) dice che avere una banca su cui contare nel processo di internazionalizzazione è importante, mentre il 25% lo ritiene determinante”. Di contro, considerazioni speculari vengono fatte dai potenziali clienti esteri di società italiane. In questo momento, per esempio, negli Emirati Arabi Uniti ci sono in gioco corposi investimenti in infrastrutture, soprattutto ad Abu Dhabi e nelle zone limitrofe all’aeroporto della capitale. Ma ad eccezione di pochissime multinazionali di casa nostra, il made in Italy è poco presente nell’area del Golfo dove comunque i prodotti tricolori sono estremamente apprezzati. Forse, con un minimo gioco di squadra in più…

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