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Arte

Silvia Berselli, quando la foto è arte

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silvia_berselli“Un investimento sicuro? Una fotografia d’autore”, parola di una delle maggiori esperte di restauro e fotografia della Penisola intervistata per noi da Luxgallery

Silvia Berselli, docente di Restauro all’Accademia di Belle Arti di Brera, direttrice del Centro per il Restauro e la Conservazione della Fotografia di Milano, principale punto di riferimento italiano per il mondo della fotografia e responsabile del reparto fotografie della sede romana della celebre casa d’aste Bloomsbury, racconta in esclusiva la sua ascesa professionale, interessanti curiosità, aneddoti e prospettive del mercato delle aste fotografiche in Italia.

Come nasce la passione per la fotografia? Come si è manifestata l’idea di puntare sul mondo della fotografia nel 1958, in un momento storico in cui non era ancora considerata appieno una disciplina artistica?
La mia passione per la fotografia nasce in concomitanza con la passione per il restauro, oggetto di studio di tutta la mia carriera universitaria. Dopo la maturità classica, ho frequentato la Scuola di Restauro di Firenze dove ho incontrato il mio primo mentore, Maurizio Copedè, docente di Storia delle Tecniche che mi ha aperto al mondo del restauro delle fotografie. Durante il corso universitario di Storia dell’arte a Bologna arriva il punto di svolta rappresentato dal viaggio negli Usa, luogo in cui la fotografia è in pieno sviluppo e ben valorizzata.
Fondamentale l’incontro con il professore Grant Romer all’International Museum of Photograpy George Eastman a Rochester, un vero e proprio pioniere del restuaro fotografico, che mi ha spinto verso esperienze formative prima all’Atelier de Restauration des Photographies del comune di Parigi e poi a Lussemburgo.
Dopo questo bagaglio di esperienze e piena di entusiasmo sono tornata in Italia con la volontà di trapiantare nel Belpaese tutto ciò visto e appreso all’estero.

Come è nata l’idea di aprire lo Studio Berselli? Ci può raccontare i progetti più recenti e i più interessanti?
Lo studio nasce nel 1988 a Bologna, poi si trasferisce nel 1996 a Milano dove si trova tutt’ora. L’idea è stata quella di creare un luogo in cui valorizzare le foto e trattarle come veri e propri oggetti da collezione. Con la volontà in primis di risolvere i problemi conservativi delle foto e poi di curarne diversi aspetti quali l’allestimento delle mostre, la preparazione di condition report sulle foto per musei e per privati. L’ultimo lavoro di cui ci siamo occupati riguarda il recupero dell’Archivio fotografico della Biennale di Venezia per un totale di 27000 negativi e 40000 pellicole da restaurare e archiviare relative alla Biennale d’arte, di architettura, di danza e della Mostra del cinema dal 1898 ad oggi.
I progetto più interessanti sono quelli riguardanti grossi archivi e grossi fondi, come il restauro del Fondo Tuminello composto dai primi calotipi, pezzi antichi e preziosi per il ICCD (Istituto Centrale Catalogo Conservazione). E’ stato un lavoro minuzioso e davvero interessante.

In cosa consiste la sua collaborazione con la casa d’aste Bloomsbury?
Bloomsbury nasce come casa d’aste a Londra principalmente nel mondo dei libri , poi si è ampliata grazie all’apertura di due sedi, una a NY e l’altra a Roma e all’ interessamento a diversi settori come quello della fotografia. A quel punto serviva nella sede romana un esperto con competenze nel settore, contatti con professionisti e padronanza della lingua inglese così hanno pensato a me. Ad oggi, io sono responsabile del reparto fotografie a Roma per le due aste annuali che si tengono una in primavera, l’altra in autunno.
In quanto esperta del settore, ho un ruolo di mediazione tra i privati che vogliono vendere le fotografie e la casa d’Aste. Non si tratta solo di una valutazione effettiva dell’esemplare ma anche di una valutazione commerciale allì’interno del mercato. Per quanto riguarda le foto internazionali è tutto più semplice in quanto sono disponibili alcune banche dati a cui far riferimento, mentre subentrano alcune difficoltà per le foto italiane in quanto il mercato nazionale non è ancora così sviluppato e organizzato.

Nella sua esperienza, qual è la foto più cara e quella che inaspettatamente ha superato le aspettative di vendita?
Di recente un privato mi ha portato una foto della Marchesa Luisa Casati di Adolf De Meyer datata 6 agosto 1913 ed impreziosita da una dedica di Gabriele d’Annunzio: “la carne non è se non uno spirito promesso alla morte” comprata per 500 mila delle vecchie lire. La stima era di 5000-8000 euro ma è stata acquistata per 17.360 euro da un collezionista privato. Si tratta di una foto di grande valore in quanto di De Meyer si hanno pochi esemplari e in più dedica intelletuale avanguardistico.

Cosa dà valore ad una fotografia?
In primis l’autore della foto, lo stato di conservazione di quest’ultima, caratteristica richiesta soprattutto nel mercato internazionale, ed ovviamente dalle dinamiche della domanda-offerta. A volte anche le dimensioni, anche se ci sono moltissimi esempi di piccoli formati ben pagati, come nel caso delle foto di Francesca Woodman.

Quante foto possiede personalmente? C’è una foto che non venderebbe mai?
Tantissime, non so quantificarle. Il mio archivio è composto da pezzi antichi e pregiati che spesso mi sono stati regalati da chi voleva disfarsene in un periodo storico in cui non si immaginavano le prospettive di mercato, che ora mi vengono “richieste” scherzosamente visto il valore che hanno acquisito nel tempo.
Altre sono state acquisite in una sorta di baratto in cui in cambio dei miei lavori di restauro ricevevo fotografie che nel corso degli anni hanno acquistato valore. Un esempio su tutti Mimmo Jodice.
Principalmente si tratta di foto di matrice italiana: autori bravi poco conosciuti con un grosso potenziale.

In questo momento qual è il fotografo più quotato? Perchè?
Sicuramente i fotografi che sono artisti a tutto campo e che si cimentano anche nell’arte contemporanea. Grande riscontro anche per i fotografi che militano nel mondo della moda, soprattutto per quanto riguarda il nudo d’autore. Tre nomi su tutti Newton, Penn e Avedon. Le foto del primo sono valutate intorno ai 400.000 euro tra le quali scatti per Playboy.

Qual è il target degli acquirenti alle aste fotografiche?
Rispetto al target della pittura dell’800 è un cliente più giovane, intorno ai 40-50 anni, senza differenze di nazionalità: si va dalla presenza massiccia degli americani, ai cinesi, russi, inglesi.
Sicuramente è un acquirente con disponibilità economica ma anche una notevole sensibilità estetica.
Il 60per cento è una clientela straniera, il restante italiana. L’acquirente italiano ha di solito vissuto all’estero o per lavoro vive realtà esterofile e per questo ha una forma mentis più orientata all’investimento in questio campo.

Il mercato delle aste fotografiche è da ritenersi in crisi? Come vede il futuro?
Non è in crisi soprattutto nel segmento medio-alto. Ne hanno risentito maggiormente le fotografie della fascia medio-bassa, ma nel complesso si tratta di un mercato fiorente, che ha avuto una rivalutazione dell’ 81 per cento dal 1999 al 2010 secondo una recente ricerca sull’argomento. Con l’arte contemporanea, la fotografia è un settore in pieno sviluppo, al contrario del mercato dei pittori dell’800 che al momento vive una situazione di stallo dovuta principalmente al cambiamento del gusto collettivo orientato più sulla contemporaneità.
Per quanto riguarda il futuro vedo un mercato in crescita visto che il numero di collezionisti che si affacciano al mondo della fotografia non esita a diminuire, anzi aumenta ad ogni asta.

Comprare una foto è un investimento?
Sì, ovviamente dipende dalla fotografia e dall’autore, ma in generale c’è sempre un gaudagno anche se minimo.

Monica Monnis

A cura di Luxgallery

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