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Editoriali

Editoriale di Mauro Milesi – B&G numero 16 – Dicembre 2010 – Febbraio 2011

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Con la crisi “Io speriamo che me la cavo”?

E’ passato un altro anno, ma la domanda fondamentale per l’economia e le imprese italiane resta la stessa. A distanza di dodici mesi le previsioni più rosee sulla fine della crisi sono state smentite dai fatti e ci ritroviamo ancora oggi a vivere all’interno di una piattaforma economico- sociale fortemente intaccata dalla recessione. Inutile negarlo, anche noi di B&G l’abbiamo presa un po’ troppo sotto gamba, trascinati dall’entusiasmo e dalla voglia di guardare il bicchiere mezzo pieno.

Questo è un momento difficile per il Paese perché la politica registra l’ennesima profonda spaccatura, le polemiche sterili si avvitano su se stesse, le riforme strutturali non decollano, famiglie e imprese continuano la loro guerra di sopravvivenza. Siamo continuamente costretti a sentir parlare di scandali, anziché di progetti per il futuro e il rilancio dell’Italia. E anche l’Europa vacilla dopo il ko di Grecia e Irlanda a cui si aggiunge il pericolo di crollo di Spagna e Portogallo.

L’euro soffre e c’è chi prevede persino una lenta morte della moneta unica se la Germania smetterà di sostenere il carrozzone. Insomma, rispetto a un anno fa, il cielo sopra le nostre teste ci sembra tutt’altro che in schiarita, ma c’è chi ci chiede di continuare a sperare in un futuro migliore. Tuttavia a noi il concetto di speranza piace davvero poco. Perché la speranza ci chiede di fare un’opera di fede verso l’ignoto, ci chiede di chiudere gli occhi, di avanzare a testa bassa e aspettare di capire come andrà.

“Io speriamo che me la cavo”: vi ricordate? Noi la pensiamo come il compianto Mario Monicelli che diceva che “La speranza è una trappola. Una brutta parola, non si deve usare”. Viviamo nel Paese che sa fare una cosa meglio di ogni altro posto al mondo. Sappiamo arrangiarci, sappiamo sgomitare, sappiamo cavarcela senza l’aiuto di nessuno. La speranza ce la costruiamo da soli ogni giorno. La speranza va bene per quella politica del non fare, dell’illusione, del ponte sullo Stretto di Messina, perché “tanto gli italiani si arrangiano da soli”. Manca un piano per il rilancio e per il sostegno delle imprese? E le aziende italiane se la sono cavata da sole come se la cavano da sole le famiglie di questo Paese. E allora tanto vale lasciar perdere la speranza per concentrarci sulla consapevolezza di noi stessi. Sì, noi preferiamo “credere”, “ritenere”, “provare”, “sbagliare”, piuttosto che starcene qui a sperare. Certo, a volte finiamo per diventare più furbi che bravi, fi niamo per essere sopraffatti dalla cultura dell’orticello o del “quartierino”. E, a volte, nonostante tutto non ce la facciamo. Perché, purtroppo, anche l’arte di arrangiarsi ha i suoi difetti.

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