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Arte

I Monotipi di Vedova a Milano

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E’ stata inaugurata questa settimana, nella Galleria Dep Art di Milano, l’esposizione di Monotipi di Emilio Vedova, realizzati nel 2006, anno della scomparsa del maestro

È nella pratica del monotipo che prendono corpo gli ultimi lavori di Vedova. Alle spalle i primi esperimenti condotti alla fine degli anni Ottanta con i grandi monotipi che vedono la luce sotto il sole californiano di Santa Barbara e, l’anno successivo, sulla West Coast newyorkese nell’atelier di Garner Tullis.

Più avanti, nei primi anni Novanta, Vedova è invece invitato a Spruce-Pine nel North Carolina: nei Rarvey Littleton’s Studios sperimenta l’incisione su vetro giungendo a siglare un proprio modus operandi e a realizzare le sue vetrografie. Queste esperienze e le molte altre che si potrebbero richiamare e la dedizione al monotipo sono saldate in un rapporto di continuità ma, ancor più precisamente, di consonanza. È proprio la natura intima e unica del monotipo, la sua intrinseca complessità pronta ad accogliere infinite variazioni, a configurarlo oltre la prassi tecnica quale medium concreto. Viatico privilegiato del farsi del pensiero di Vedova, un farsi che si attua in quello che lui stesso definisce Spazio Opposto.
Il monotipo, unica impronta di nome e di fatto, ha fisionomia episodica, di evento, al pari della natura e della pittura. È il frutto maturo di una migrazione intuita voluta perseguita su carta di un fluido momento pittorico denso di olio, tempera o inchiostro. Tra l’orizzonte della superficie non assorbente, sia questa vetro, metallo o plexiglass, e il lido cartaceo: il gesto. Ora segno adesso pressione ma comunque fatto lontano da qualsiasi mediazione.

A essere consegnato allo sguardo attraverso la calibrata pressione manuale è dunque l’opposto, su carta. A nulla o quasi è concesso albergo sulla superficie prima della composizione, che è quindi supporto, spazio praticabile ma effimero. Il monotipo respira la propria unicità, il suo farsi oggetto tra le mani quale evento altro. Non contro, ma inverso e contrario. Spazio opposto a quello della pittura, allora, sebbene questa ne sia genesi irrinunciabile ma irrisolta fino alla migrazione, al compiersi sull’altro lido. Luogo interstiziale, per definizione, agito nella propria ambigua fisicità, sonda privilegiata di quella possibilità, in primis semantica, che è carne stessa della pittura, è allora varco, segno liberato dalla servitù dell’essere traccia. La permutazione su carta è teatro di un nuovo evento: tellurico sì ma ancor più sacro. Oltre il tempo dell’ordine – qui Vedova e la pittura – il tempo dell’apertura, del rito e della festa: dell’alterità che si compie nell’alchimia di un gesto antico.

 

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