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Un viaggio a Marrakech, la Perla del Sud e di tutto il Marocco: i luoghi da visitare e gli indirizzi di punta in un viaggio raccontato per Latitudine X da Stefania Cubello

A chi ci arriva per la prima volta, Jemaa el-Fna, la piazza principale di Marrakech e simbolo della Medina, offre esattamente lo spettacolo che uno si aspetta. Il cuore pulsante della Città rossa, che fino al XIX secolo è stata teatro di sanguinarie esecuzioni capitali e si estendeva sino alla moschea di Ben Youssef, con la sua corte dei miracoli dai riti e i gesti che si perpetuano, uguali, da secoli è stata raccontata innumerevoli volte al cinema, in letteratura: “Al principio ti sorprende, poi ti penetra in profondità” ne scriveva Fernando Pessoa nei suoi quaderni di viaggio.

Questo grande palcoscenico a cielo aperto, dove il tempo sembra essersi fermato e dove ogni giorno va in scena gran parte di tutta la vita sociale della città moresca, è proprio così: stordisce e incatena al suo fascino eterno, così caotico, disordinato, misterioso. Incarna l’idea e gli stereotipi della cultura, del folklore e delle tradizioni della città, la Perla del Sud, e di tutto il Marocco. Gli incantatori di serpenti, che fanno gruppo con gli addestratori di scimmie, oggi come ieri attirano i turisti con prevedibili show: ma attenzione a non ricompensare adeguatamente l’affabulatore con qualche dirham dopo che si è sottoposto all’inevitabile foto di rito: si vendicherà istigando il suo minaccioso feticcio contro il malcapitato.

Concerti di musicisti-dottori, gli gnaoua, in lungo abito bianco danzano incessantemente al ritmo ipnotico delle garagab, le tipiche nacchere fatte di ferro, e offrono la propria arte divinatoria. Si distinguono per il caratteristico costume rosso e il grande cappello di paglia, ornato con fiocchi dai colori sgargianti, i garrab, i venditori d’acqua che spillano dall’otre di pelle di capra che indossano e servono in ciotole di ottone. Condividono il resto della scena con saltimbanchi, giocolieri, mangiatori di fuoco, guaritori, venditori di cianfrusaglie, musici, cantastorie e varia umanità: ciascuno occupa il proprio halqa, un cerchio immaginario, quasi magico, palcoscenico privato. Quando scende la sera, a loro si sostituiscono le voci dei venditori delle montagne di arance, esposte su coloratissimi carri, di kefta, polpette di carne insaporite con coriandolo, di fumanti merguez, salsicce di agnello, e di cous cous che si possono gustare seduti a uno delle decine di banchetti e tavoli che trasformano la piazza in una gigantesca sagra senza fine. Sono le voci che dal 18 maggio 2001 l’Unesco ha dichiarato Patrimonio orale dell’Umanità, le stesse, dalla melodia incomprensibile eppure così nota, che hanno ispirato “Le Voci di Marrakech”, il capolavoro di Elias Canetti composto dopo averci soggiornato, nel 1954: “gli altri, la gente che ha sempre vissuto là e che non capivo, erano per me come me stesso” scriveva. Sono le stesse voci che si alzano anche nel suk, tra i più affascinanti del Maghreb, a nord della piazza: un labirinto di stretti vicoli polverosi, dai muri decorati con la tecnica tadelakt, rigurgitanti odori, colori e mercanzie di ogni tipo e che l’incessante passaggio di carretti, motorini e auto rendono impenetrabili a ogni ora del giorno. Eppure queste voci eterne, che hanno incantato l’Unesco e che ancora seducono intellettuali, viaggiatori, modaioli e celebrità più spicce, non sono più quelle dentro cui si perse, romanticamente, Chatwin. La leggendaria piazza, che è stata ripulita e pavimentata, perdendo così il suo sapore autentico, oggi è solo un’appendice per turisti nel grande salotto del lusso in cui si sta trasformando la capitale marocchina. La città, infatti, eterno rendez-vous del bel mondo, degli expat, cioè i residenti stranieri fra cui tantissimi europei e italiani, che fu l’amour fou di Yves Saint Laurent, è sempre più vicina alla visione del re Mohammed VI e al suo ambizioso Plan Azur di fare di Marrakech e del Marocco una Saint-Tropez del deserto.

Fuori le mura della città antica, Guéliz, a nord-ovest, è la seconda anima di Marrakech. Il quartiere residenziale (o Ville Nouvelle), che fu fondato dai francesi nel 1913, è un fiorire di ville Art Deco, roseti, ampi viali, rondò e palazzi d’epoca coloniale come il Gidel, all’angolo di avenue Mohammed V e rue de la Liberté. Ospita uno dei locali storici, fra i ritrovi irrinunciabili della città: il Café Renaissance, in stile originale parigino degli anni ‘50. Se fino ad una decina d’anni fa Guéliz era oscurata dal fascino incantatore della medina, oggi il quartiere sta vivendo il suo Rinascimento con l’apertura di nuovi locali, negozi alla moda, boutique e design hotel. Fra questi, uno dei simboli della sua recente trasformazione in vetrina internazionale è il Bab Hotel. Inaugurato da un anno, tra boulevard Mansour Eddahbi e rue Mohammed el Beqal, è un piccolo omaggio al design di Philippe Starck. Proseguendo verso sud, Guéliz diventa Hivernage. L’elegante quartiere residenziale d’epoca coloniale custodisce uno degli angoli più verdi della città: i giardini imperiali della Menara, un’oasi di pace e serenità ricco di ulivi, aranci, palme, un tempo rifugio privato dei sultani almohadi, una delle cinque dinastie che dominarono la città. Al confine con i bastioni della medina, oltre la Bab el-Jedid, si trova La Mamounia: il leggendario hotel, che nei mesi scorsi ha riaperto i battenti dopo tre anni di faraonici lavori di restyling, è oggi l’emblema della capitale marocchina che punta al lusso. Un tempo ospitò personalità mondiali come Hitchcock, Roosevelt e Churchill. A Guéliz, Rue de la Liberté è una via Montenapoleone dello shopping chic, pur se a prezzi smart: a differenza del souk, però, qui non è bello contrattare sul prezzo.

Fra gli indirizzi di punta, Atika conta affezionati da tutto il mondo per le scarpe multicolore stile Tod’s; Intensité Nomade, all’angolo con Avenue Mohammed V, è rinomato per i pregiati caftani e i jeans dello stilista di Casablanca Karim Tassi; Moor, in rue des Anciens, è la boutique per la casa del designer Yann Dobry, un cult. Dopo l’ora del tramonto, i nuovi socialites si ritrovano più che al Grand Café de la Poste, un evergreen amato specialmente dagli expat francesi, allo chiccoso Skybab Bar, sul rooftop del Bab Hotel: stile minimal, decor total white, ci si sente come al Delano di Miami ma all’ombra vigile e severa della Koutoubia, la moschea medievale emblema di Marrakech che con il suo minareto di 77 metri domina la città intera. Da Guéliz, lungo il viale alberato di jacaranda, avenue Mohammed V, si torna nel cuore antico della città attraverso Bab Nkob, una delle monumentali porte (bab) che si aprono nei 19 chilometri di bastioni d’argilla che circondano la medina. Dentro le mura, il fascino del passato opulento e imperiale di Marrakech e del Marocco è evidente ancora oggi attraverso le decorazioni di zellij di Palazzo Dar Si Said (rue Riad Zitoune Jedid), ora sede del museo omonimo d’arte e cultura berbera, o nei soffitti di cedro dipinti con arabeschi del vicino palazzo Bahia, capolavoro architettonico del XIX secolo. Non lontano, nei pressi di Bab Agnaou ci sono le rovine maestose del Palazzo el-Badi, un tempo considerato la meraviglia del mondo musulmano; le Tombe Saadiane, la necropoli reale del XIV-XVI secolo; e il Mellah, l’antico quartiere ebraico del XVI secolo. Ma si trova anche uno dei nuovi simboli del presente dorato di Marrakech voluto dal suo re, il Royal Mansur, fra gli ultimi sfarzosi riad nati nella medina, progetto personale di Mohammed VI (royalmansour.com). Nell’intrico dei vicoli che si snodano intorno a Djemaa el-Fna, anche lo stile di fare shopping, famoso e tanto amato in tutto il mondo, sta cambiando.

Al gorgogliare di merci di ogni genere e al vociare dei commercianti del suk medievale, che resta comunque la maggiore attrattiva, molti danarosi, fra cui tanti vip, preferiscono le esclusive boutique che stanno fiorendo intorno al suk. Riceve solo su appuntamento, per esempio, Kis (Keep It Secret), piccolo emporio del lusso all’ultimo piano di una casa che si trova al 36 di Derb Fhal Chidmi, nei pressi della più nota rue Mouassine per le botteghe di lanterne e tappeti berberi. Vende raffinati caftani, borse e gioielli disegnati dalla globe-trotter glamour brasiliana Adriana Bittencourt. Dietro place Bab Fteuh, in rue Laksour si entra in un altro piccolo tempio dello shopping del lusso. Beldi è la boutique che veste la Marrakech più elegante e alla moda con le sue camicie di lino dal taglio sartoriale, le giacche di cashmere alla mandarina, i caftani di seta. È la stessa Marrakech che di sera si ritrova poi anche a cena nei ristoranti della medina, come a Le Toblis (22 Derb Moulay Abdallah) dove i piatti della cucina tradizionale, dalle pastilla alle tajine, sono accompagnati da suonatori gnaoua, o al Dar Yacout, vicino a Bab Doukkala, tuttora un’istituzione soprattutto per gli interni scenografici, tripudio di colonne scanalate, fontane, decori tadelakt, progettati all’inizio del secolo scorso. È invece un tuffo nel passato, con foto di una Marrakech ancora in bianco e nero, Le Tanjia, nel quartiere di Mellah. Il ristorante, su più piani, sforna tajine di tenero manzo e spettacoli di danza del ventre. L’atmosfera cambia radicalmente ed è più romantica nel discreto Le Foundouk (Souk Hal Fassi), che propone piatti della tradizione marocchina, francese e thailandese. Un riuscitissimo esperimento di integrazione culturale a tavola. Un po’ come quel grande palcoscenico di razze e culture che è Djemaa el-Fna, la piazza che anche di notte è sempre là fuori che chiama e aspetta.

A cura di Latitudine X

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