close
Economy

Commercio estero: deficit record nel 2010

Analisi Fabio Sdogati, commercio estero Istat

Il professor Fabio Sdogati, Ordinario di Economia Internazionale, Politecnico di Milano e Mip School of Management, traccia un’analisi all’indomani dei dati pubblicati dall’ISTAT sul commercio estero. Secondo quanto ha reso noto l’Istat infatti, il 2010 si è chiuso con un deficit commerciale di 27,3 miliardi, cifra più alta mai registrata in termini nominali a prezzi correnti. Si tratta di un netto peggioramento rispetto ai -5,9 miliardi del 2009. Nel solo mese di dicembre il disavanzo è stato pari a 2,7 miliardi di euro, mentre era stato di 138 milioni a dicembre 2009.

La ‘Grande Recessione’ ha ormai compiuto tre anni. Annunciata al grande pubblico come ‘crisi dei mutui subprime’ nell’estate del 2007, e nominata in seguito ‘crisi del credito’, il che serviva a sottolinearne le origini finanziarie e non reali, divenne subito una ‘Grande Recessione’, appunto, quando fu chiaro che i guasti sarebbero stati permanenti e avrebbero avuto ripercussioni sull’economia reale, e cioè su produzione e occupazione, su consumi, investimenti e flussi di commercio internazionale.

In quel che segue non intendo discutere questioni di ordine generale sulla crisi e i suoi effetti. Piuttosto, l’obiettivo è valutare il quadro degli effetti che la crisi ha indotto sulla posizione commerciale italiana dal punto di vista della direzione geografica dei flussi. Ciò viene realizzato commentando inizialmente i dati relativi all’interscambio in tutto il 2010 e offrendo poi un approfondimento sulla situazione di più lungo periodo, illustrando i mutamenti in alcuni flussi commerciali importanti a partire dal 2005. Va chiarito che questo non è uno studio sulla competitività delle imprese nazionali, tanto che l’analisi della composizione merceologica degli scambi è praticamente assente, e quei pochi commenti che vi si trovano sono relativi al solo 2010 e alle differenze con il 2009; né è uno studio che tenti di separare gli effetti diretti della crisi su produzione e occupazione dagli effetti indiretti, quelli appunto arrivati indirettamente, attraverso la domanda mondiale di merci di produzione nazionale. L’obiettivo, assai più limitato, è verificare in prima approssimazione se negli ultimi anni la geografia del commercio estero italiano sia mutata in maniera misurabile, e avanzare alcune ipotesi esplicative.

I dati utilizzati sono quelli di fonte governativa, pubblicati dall’Istat mensilmente. Essi sono riportati in forma grafica in allegato. Le serie storiche 2005-2010 sono riferite ai flussi cumulati registrati nei primi undici mesi dell’anno (primi dieci per Brasile, Cina, India e Russia).

Premessa
Per rendere chiara al lettore la collocazione dell’analisi che segue, sarà bene ricordare che le posizioni circa l’evoluzione del ruolo dell’Italia nei flussi di commercio internazionale sono sostanzialmente riconducibili ai seguenti due: da un lato vi sono coloro che sostengono che è certo vero che i volumi delle esportazioni italiane si sono andati riducendo sensibilmente negli anni, ma ciò è stato più che compensato dall’aumento dei valori medi unitari delle esportazioni stesse, un indicatore questo che starebbe a testimoniare dell’aumento progressivo di qualità delle merci di produzione italiana. In breve, il cosiddetto ‘made in Italy’ si starebbe spostando verso prodotti a contenuti qualitativi più alti, verso la ‘fascia alta’ o, come si legge in una recente pubblicazione congiunta di Confindustria, Prometeia e Sace, verso il ‘lusso accessibile’.
Dall’altro lato sono coloro che, come chi scrive, tendono a rifuggire da spiegazioni tanto auto celebrative quanto difficili da dimostrare. Costoro sostengono che l’andamento dei dati di scambio internazionale denunciano una perdita di competitività delle merci di produzione italiana, merci che si caratterizzano per essere prodotte con alto contenuto di lavoro non qualificato e produttività difficilmente migliorabili (i prodotti dei cosiddetti ‘settori maturi’). In questa prospettiva, la globalizzazione dei mercati e dei processi produttivi assegna ai produttori dei mercati emergenti un indubbio vantaggio sulla sola variabile di rilievo nella determinazione della competitività di queste merci, il costo del lavoro per unità di prodotto.

Il 2010 e le variazioni rispetto al 2009

Qui si vogliono semplicemente riassumere alcuni punti salienti che emergono dall’analisi dei dati pubblicati recentemente dall’Istat

  1. Nel mese di dicembre 2010 tanto le esportazioni che le importazioni sono cresciute di molto rispetto al dicembre 2009. Le importazioni sono cresciute, ancora una volta, più delle esportazioni.
  2. Su tutto il 2010 il valore delle esportazioni è cresciuto del 15,7%, quello delle importazioni del 22,6%.
  3. Il deficit di bilancia commerciale dell’Italia verso il resto del mondo è salito dai 5,9 miliardi del 2009 ai 27,3 del 2010.
  4. Nel 2010 forte crescita delle esportazioni di coke e prodotti petroliferi raffinati, sostanze e prodotti chimici, prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca, metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti e autoveicoli.
  5. Parallelamente, in forte crescita le importazioni di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti, coke e prodotti petroliferi raffinati, computer, apparecchi elettronici e ottici, petrolio greggio, prodotti tessili e carta e prodotti in carta, prodotti della stampa e della riproduzione di supporti registrati.
  6. L’anno 2010 è stato caratterizzato da saldi ampiamente positivi nei confronti di Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Particolarmente negativi i saldi registrati nei confronti della Germania e dei Paesi Bassi, della Cina e dell’OPEC.

I cambiamenti intervenuti tra il 2005 e il 2010

Il Grafico 1 mostra come nel 2010 il traffico commerciale internazionale dell’Italia sia appena tornato all’incirca ai livelli del 2006. Un deficit commerciale cronico, che pure si  era ridotto negli anni 2007 e 2008, è anco’esso tornato al livelli del 2006.

Il Grafico 2 riporta i valori dei flussi in uscita e in entrata rispetto alla Unione Europea a 27. Qui suona un primo campanello d’allarme, poiché i valori dei flussi sono inferiori a quelli del 2006. Ora, che lo siano le importazioni potrebbe non preoccupare nell’ipotesi che le nostre fonti di approvvigionamento si siano progressivamente spostate versi i paesi a basso costo del lavoro per unità di prodotto e, quindi, più competitivi degli altri paesi membri dell’Unione. Ma le esportazioni? Il loro valore nel 2010 è non solo più basso di quello del 2006, ma per la prima volta in sei anni cade al di sotto del valore delle importazioni. Questo dato mi sembra particolarmente preoccupante perché lascia spazio ad una ipotesi inquietante: se è vero che dai paesi emergenti si dovrebbe acquistare sempre più merce ad alto contenuto di lavoro qualificato, mentre dai paesi ad alto reddito procapite si dovrebbero acquistare mezzi di produzione e tecnologia, potremmo pensare che il paese sta importando scarse quantità di questi ultimi? Se così fosse, la capacità produttiva delle nostre imprese si va restringendo?

Il Grafico 3 riferisce sui flussi di scambio con i paesi extra-UE. Qui il quadro è diverso da quello relativo agli scambi con Unione Europea: le importazioni dominano sempre le esportazioni, e il divario nel 2010 non è sensibilmente diverso da quello degli anni precedenti (l’eccezione del 2009 è dovuta al fatto che tutto il traffico mondiale cadde drammaticamente in quell’anno in entrambe le direzioni). Ma questa dominanza delle importazioni sulle esportazioni sta ad indicare una incapacità cronica ad aggredire quei mercati con le esportazioni, segno questo che delle due l’una (o entrambe): la composizione merceologica delle nostre esportazioni non è adeguata alla domanda espressa da quei paesi, o semplicemente le nostre imprese non sono competitive. Tertium non datur.

Il Grafico 4 sintetizza tutti i dati finora riportati nella forma di saldi della bilancia commerciale per grandi aree geografiche. Si nota come il saldo positivo nei confronti dell’UE27 sia passato da positivo a negativo nel 2009 e sia ancora più negativo nel 2010. Nonostante una leggera contrazione del saldo negativo rispetto al complesso dei paesi extra-UE, il saldo negativo nei confronti del resto del mondo è cresciuto ai livelli massimi degli ultimi sei anni. Abbiamo scelto alcuni paesi ad economia di mercato emergente per verificare, in modo certamente non sistematico e probatorio, se questi paesi possano rappresentare per l’industria italiana più un mercato di sbocco o uno di approvvigionamento.

Il Grafico 5 riporta i dati di interscambio Italia-Russia, dati dai quali risulta che il valore delle esportazioni italiane nel 2010 è al livello di quelle del 2006, mentre quello delle importazioni è fermo al 2005. E’ evidente che la caduta del prezzo in dollari del petrolio dal massimo del 2008 ha beneficiato il lato passivo degli scambi italiani, ma è altrettanto evidente che anche il minor reddito derivate alla Russia da esportazioni di prodotti dell’energia ha pesato sulla capacità di quel paese di importare dall’Italia. Ne è risultato un saldo commerciale di dimensioni praticamente costanti nel tempo. Tutto ciò ci porta a dire che i valori dell’interscambio sembrano dipendere crucialmente dall’andamento del reddito del nostro partner e che non si individuano segnali di rottura dei trend generati, ad esempio, da aumenti di competitività degli esportatori i quali avrebbero dovuto mostrarsi come delle irregolarità nell’andamento dei saldi.

Un esempio di quanto appena detto è rintracciabile nel Grafico 6, relativo all’interscambio Italia-Brasile. Qui si nota anzitutto che durante la grande contrazione del 2009 le esportazion italiane sono scese sotto il picco del 2008 ma sono rimaste al di sopra rispetto agli anni precedenti; che nel 2009 le importazioni italiane sono cadute più delle esportazioni, generando un saldo commerciale praticamente nullo; e, infine, che nel 2010 il valore delle esportazioni italiane supera quello delle importazioni: un fatto importante, che è possibile interpretare come il risultato di un aumento combinato dei redditi nei due paesi e della capacità di penetrazione delle imprese italiane sul mercato brasiliano.
Un andamento assai positivo dell’interscambio è quello tra Italia e India.

Il Grafico 7 mostra che la crescita tendenziale è sostanzialmente lineare in entrambe le direzioni, che la caduta del 2009 fu sostanzialmente molto contenuta, e che il saldo, pur negativo per l’Italia, si mantiene stabile.
Diverso, e preoccupante, è l’andamento dell’interscambio con la Cina. Le esportazioni italiane, stabili fino al 2009, crescono nel 2010, ma il loro andamento nei sei anni e paurosamente lento.

Si evince dal Grafico 8 che, nonostante il mercato cinese sia per le nostre imprese assai più stabile di altri, come mostra il fatto che nel 2009 l’assorbimento delle nostre merci non ha subito shocks rispetto agli anni precedenti, è evidente ehe le nostre imprese non riescono a rendere i loro prodotti interessanti ad un mercato che cresce a ritmi forsennati: evidentemente, per tutto il parlare che si fa di Cina e di ’Made in Italy’ e di ‘lusso accessibile’ di ‘fare sistema’, le nostre merci sul quel mercato non arrivano. Ma le merci cinesi sul nostro arrivano, nonostante tutti gli sforzi protezionistici messi in atto negli anni (e in particolare nel 2005, gran fautori l’allora Commissario Mendelhson e il Ministro italiano Tremonti). Usciamo dalla contrazione del 2009 con una piccola ripresa delle nostre esportazioni e una gran ripresa delle importazioni, nonostante che il potere d’acquisto delle famiglie italiane nel frattempo sia diminuito .

Il Grafico 9 riporta l’andamento dei saldi commerciali dell’Italia con Brasile, Cina, India e Russia. Con la sola, piccola eccezione del Brasile nel 2010, i saldi italiani sono sempre negativi, e quello con la Cina lo è sempre più al passar del tempo.

Il Grafico 10 sintetizza l’andamento dei flussi di traffico da e verso le aree geopolitiche considerate fino ad ora con il rapporto tra valore delle esportazioni e quello delle importazioni nel 2005 e nel 2010, a prezzi correnti.

Il Grafico 11 riporta le stesse informazioni contenute nel 10, ma in forma di rapporto tra indici, 1995=100 sia per esportazioni che importazioni.

Infine, i Grafici 12 e 13 offrono informazioni circa la destinazione geografica delle esportazioni e l’origine geografica delle importazioni italiane. Nel 2005 il 62% delle esportazioni italiane era destinato all’area UE27; nel 2010 quel valore si è ridotto al 58%. Parallelamente, la quota destinata al resto del mondo non-UE è ovviamente aumentata  di 4 punti percentuali. Nello stesso periodo la quota delle importazioni dall’UE27 si è ridotta dal 59% al 55% del totale, e quella non UE-27 è passata dal 41% al 45%. Questo andamento non è di per sé né positivo né negativo. Esso può essere il segno che le imprese stanno dirigendo i loro sforzi verso i mercati emergenti avendo colto l’indicazione che quelli sono i mercati a crescita più elevata nel futuro prevedibile; ma dall’altro questo potrebbe essere il segno di una perdita di competitività sui mercati ad alto reddito procapite, il che starebbe ad indicare che l’attenzione prestata ai mercati emergenti è soltanto una soluzione di ripiego.


Business&Gentlemen

The author Business&Gentlemen