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La Human Satisfaction? Ha il merito di mettere al centro l’uomo, l’etica della vita, il rispetto e consegna all’azienda risultati più duraturi nel tempo. Ne è convinto Giacomo Samek Lodovici, filosofo e docente nell’Università Cattolica di Milano che giudica il metodo messo a punto da Bonferroni, “una prospettiva estremamente pregevole perchè rispecchia e rispetta l’essere dell’uomo, evitando erronei e nefasti dualismi di vario genere”.

Speciale Human Satisfaction Quarta parte

Come spiega lo stesso professore “la Human Satisfaction contrasta il dualismo emozione/ragione, oppure corpo/spirito, ed evita altresì quel riduzionismo che risolve l’uomo in un mero fascio di emozioni: in realtà noi siamo distinti dalle nostre emozioni”.

Un secondo punto a favore di questa pratica è l’idea del dialogo: “E’ importante promuovere una comunicazione incentrate sulla relazione. È un aspetto che credo sia molto redditizio: come insegnata Aristotele, “l’uomo è un essere sociale e nella relazione trova la sua soddisfazione”.

A detta del docente della Cattolica inoltre, la metolodologia avrebbe un ritorno positivo per l’azienda stessa: “La pubblicità emozionale può generare dei risultati che cessano poco dopo la fine di una campagna pubblicitaria, perché l’emozione è breve, istantanea, rapidamente sostituita da quella successiva. Quindi una pubblicità che suscita emozioni difficilmente può produrre risultati a lungo termine. Invece, una pubblicità che si rivolge alla ragione è più duratura nei suoi risultati, perché nel lungo periodo quest’ultima, coi i suoi argomenti, può conseguire risultati più profondi e duraturii.

Un altro concetto chiave del metodo Human Satisfaction è quello della Comunità “di marca”, ergo il punto di incontro per clienti attuali e potenziali. Un concetto su cui è tornata Ariela Mortare, docente di Sociologia dei consumi all’Università IULM di Milano. “Create dai consumatori, o volute dalle aziende, le comunità di consumo si sono affermate nell’ultimo decennio dimostrando la loro utilità come efficace strumento di comunicazione tra i consumatori e le marche, testimoniano del passaggio da un modello di comunicazione one-to-many, tipico della comunicazione pubblicitaria, che prevede un flusso comunicativo che parte dall’impresa e arriva ai consumatori, a un modello many-to many che si basa sull’interazione tra i consumatori tra di loro e dei consumatori con la comunità”.

Con la diffusione dell’accesso a internet, il boom dei social network, le comunità virtuali hanno contribuito a migliorare l’immagine del brand. “Esse – prosegue Ariela Mortare -, rappresentano un ottimo punto d’osservazione per i marketing manager che hanno la possibilità di seguire l’evoluzione delle percezioni, dei sentimenti e dei significati simbolici riferiti alla marca, permettendo di intervenire prontamente sulle criticità eventualmente messe in rilievo dalla comunità. Il monitoraggio delle dinamiche relazionali e dei dialoghi fra i consumatori fornisce anche spunti interessanti per lo sviluppo di nuovi prodotti o di nuovi concept di comunicazione (la logica del marketing collaborativo, della co-creazione e della cooperazione tra aziende e consumatori deriva in gran parte dalle comunità)”.

Unica controindicazione: “Esiste comunque il rischio di una riappropriazione del brand da parte dei consumatori, pratica questa che può portare anche a un’interpretazione “deviata” (si pensi al fenomeno del cultural jamming)”.

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