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La bandiera che sventola nei mari

nautica

“La ragion d’essere di ogni bandiera, nel significato generale del termine, è quello di inviare un segnale, chiaramente visibile a distanza, allo scopo di rendere noto ad ogni osservatore che là dove la bandiera è mostrata vi è un’entità portatrice di un diritto o che un diritto vuole affermare”.

Questo è “l’incipit” di un pregevole lavoro dal titolo ”Insegne, bandiere distintive e stemmi della marina in Italia” edito dalla blasonata “Rivista Marittima” e pubblicato nel 1992 a cura di Gino Galuppini e Franco Gay, alti Ufficiali della Marina Militare Italiana e apprezzati studiosi della materia.

L’uso della bandiera, che all’origine era più semplicemente un “vessilloide”, cioè un oggetto simbolico quali gli emblemi delle legioni romane, è piuttosto recente e si fa risalire al tempo delle crociate, da cui ebbe origine anche la frequente presenza della croce nel decorativo del vessillo.

Nel medioevo, con il progressivo frazionarsi delle entità statali, che lasciavano progressivamente il posto al sistema feudale, i signori adottarono presto segni distintivi per distinguersi tra loro e per essere riconosciuti dagli altri e così nacquero le insegne che consistevano in un drappo di stoffa sul quale erano riprodotti gli stessi segni che erano presenti sugli scudi.

La Marina non poteva andare esente da tale fenomeno e, anzi, rappresentò l’ambito nel quale le bandiere ebbero la massima diffusione dovendo soddisfare oltre all’esigenza di rappresentare anche quella, particolarmente importante in mare, di comunicare. Fu così, quindi, che tutti gli stati sovrani e non solo, si pensi al proposito alla pirateria, trasferirono in mare gli emblemi che li contraddistinguevano in terra dando vita, da un punto di vista distintivo, alla bandiera di marina, rappresentata solitamente dalla bandiera sovrana arricchita sovente da motivi riconducibili al mondo della marineria.

La bandiera più antica, ininterrottamente utilizzata almeno a far tempo dal XIII secolo, è il “Dannebrog”, la bandiera danese che la leggenda vuole essere caduta dal cielo nell’anno 1208 durante la battaglia di Felin, in Livonia, ove i danesi, tentando disperatamente di riequilibrare le sorti di una sconfitta annunciata, invocarono l’aiuto divino.

La bandiera della Marina Militare Italiana, come la vediamo sostanzialmente tutt’oggi, nasce il 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia e la costituzione della Regia Marina Italiana. Al centro, in campo bianco, era presente lo stemma sabaudo sormontato dalla corona che, con il successivo avvento della Repubblica, si trasformerà in uno scudo sannitico con gli emblemi delle quattro repubbliche marinare, sempre sormontato da una corona. E’ curioso osservare come la marineria italiana, pur nella sostanziale uguaglianza, abbia voluto diversificare, come accade anche per altri stati, la bandiera della Marina militare da quella commerciale e lo ha fatto con molta eleganza. Infatti nella bandiera della Marina mercantile lo scudo contenente lo stemma della Marina, e cioè gli emblemi delle quattro repubbliche marinare non è sormontato dalla corona, e l’emblema della repubblica marinara di Venezia è rappresentato dal leone di San Marco la cui zampa, in luogo di brandire la spada, significativamente poggia su di un libro.

Altri stati hanno assegnato emblemi erenti alla Marina mercantile come è il caso della Marina inglese che si differenzia, quanto per quella mercantile, dal colore rosso e dalla assenza della croce, mentre la bandiere militari di Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia, le cui tradizioni si sovrappongono ad ogni piè sospinto, si differenziano da quelle mercantili solo nella foggia.

Si diceva che, specialmente sul mare, la bandiera oltre che essere emblema, cioè elemento distintivo e di riconoscimento, aveva e ha tutt’ora, anche se le moderne tecniche di comunicazione ne hanno ridotto drasticamente l’uso, funzione comunicativa. Una prima forma comunicativa è rappresentata dalla posizione della bandiera che a seconda di dove venga armata, cioè esposta, trasmette all’osservatore delle informazioni. Così, se le insegne di comando sono “a riva” sull’albero di maestra significa che a bordo vi è l’ammiraglio di squadra mentre se quella stessa insegna è armata sull’albero di trinchetto significa che a bordo, in luogo di un ammiraglio di squadra, vi è un ammiraglio di divisione.

Ma certamente la massima forma comunicativa esplicata dalle bandiere è data dal “codice internazionale delle bandiere e dei segnali nautici” riconosciuto internazionalmente, al pari delle espressioni foniche della singole lettere, dalla seconda metà del secolo XIX. Tale sistema comunicativo è stato, per molto tempo, prima cioè dell’avvento delle comunicazioni telegrafiche e soprattutto radiofoniche, l’unico sistema con il quale, a condizione di essere a portata ottica, due navi, o una nave e la costa, potessero comunicare per scambiarsi informazioni, soprattutto inerenti la navigazione.

Ma al di là del mero alfabeto, ciò che ebbe particolare importanza nel segnalamento marittimo fu l’uso di alcune lettere, da sole o in gruppo, che assunsero un particolare signifi cato. Fra le più significative vale la pena di ricordare la arcinota bandiera gialla, lettera “Q” con la quale la nave alla fonda nell’avamporto, esaurita la quarantena, o dichiarando di esserne indenne, chiedeva di poter fare libera pratica, cioè di poter ormeggiare in banchina e  ricollegarsi, per così dire, alla terra ferma.

Similmente va ricordata la bandiera bianca e azzurra, la lettera “A”, con la quale viene segnalata la presenza di un sommozzatore in immersione con l’invito, quindi, di tenersi a distanza ed oggi, nella pratica subacquea, sostituita da una bandierina rossa con fascia trasversa bianca montata su galleggiante. E poi ancora la lettera “Z” che significa “richiedo rimorchio” ovvero per la flotta peschereccia “sto calando le reti”, e ancora la lettera “G” con la quale si “richiede pilota”.

E si potrebbe continuare così per pressoché tutte le lettere dell’alfabeto, dei pennelli numerici e dell’intelligenza. In sostanza, prima dell’avvento della radio, che ha permesso imme-diate comunicazioni fra navi e fra la terra e le navi, le bandiere hanno assolto ad una funzione comunicativa insostituibile.

Le bandiere del codice internazionale svolgono una funzione altrettanto importante nell’ambito delle competizioni veliche dove le comunicazioni tra giuria e regatanti, e viceversa, avviene ancora attraverso l’uso del predetto codice.

Non possiamo però non ricordare, in ossequio all’originale funzione dei vessilli, che la spinta iniziale nasceva dall’esigenza di riconoscere ed essere riconosciuti e pertanto non possiamo sottacere, nel mondo soprattutto diportistico, la funzione dei “guidoni sociali” che contraddistinguono le imbarcazioni armate da soci appartenenti al medesimo sodalizio.

In Italia, come si è avuto modo di ricordare in altra occasione, vi sono svariati circoli velici, alcuni di grande tradizione ed altri di minor rango ma tutti destinati a promuovere la nautica da diporto.

Certamente il più blasonato è rappresentato dallo Yacht Club Italiano, con sede a Genova, il cui guidone sociale non fa mistero di tale appartenenza.

Forse non tutti sanno che, nell’ambito dello stesso club, i soci possono essere autorizzati ad issare a riva, come si suol dire, un proprio emblema che consenta di identificarne l’armatore.

A cura di Roberto Magri

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