close
Economy

Manager: la chiave di volta verso il cambiamento

manager_italia.jpg

Manager al centro del cambiamento. Un manager che oggi più che mai deve avere un ruolo dominante nella gestione della crisi, nello sviluppo e nella diffusione dell’innovazione e nella capacità di lavorare in rete per arrivare a guidare l’imprenditore al successo e alla crescita continua.

Parola di Luigi Catalucci, Presidente di Manageritalia Milano che traccia in questa intervista una fotografia del management italiano. Una fotografia che parte da un dato poco rassicurante perché oggi in Italia i dirigenti nel settore privato sono solo lo 0,9 percento dei lavoratori dipendenti contro il 3 percento della Francia e della Germania e il 6 percento della Gran Bretagna. Cosa fare? Dare al manager il ruolo che gli spetta, soprattutto nelle piccole e medie imprese per “dare organicità, struttura e organizzazione a tutti i processi di business e razionalizzare e organizzare il talento imprenditoriale”.

Qual è il principale ruolo che ricoprono oggi i manager nelle aziende italiane? Quale il loro valore aggiunto?

Manager e imprenditori sono le due facce di una stessa medaglia: la capacità di fare business. Il manager deve garantire la gestione manageriale, mentre l’imprenditore deve sviluppare nuove idee. Ma è una visione riduttiva perché ormai queste due facce sono intrinsecamente correlate e legate e non ci può essere l’una senza l’altra e soprattutto entrambe traggono giovamento da una forte sinergia. Infatti, la strategia e lo sviluppo di nuovi business devono trovare linfa nei vantaggi competitivi attuali e in quelli portati dall’innovazione, tutti aspetti dell’operatività quotidiana. Quindi, quello che serve è un’ottima integrazione tra imprenditore e management per dar luogo ad un connubio sinergico e virtuoso che porti l’azienda a sviluppare vantaggi competitivi e produrre valore. Ed è sicuramente il management che deve entrare nella gestione strategica piuttosto che l’imprenditore in quella operativa. Il valore aggiunto dei manager nel caso italiano è molteplice, ma prima di tutto il loro obiettivo è quello di dare organicità, struttura e organizzazione a tutti i processi di business. Insomma, razionalizzare e organizzare il talento imprenditoriale guidandolo con una adeguata gestione manageriale al successo e alla crescita continua.

In cosa si sono rinnovate le com-petenze manageriali?

Nella gestione della crisi e del cambiamento, sviluppo e diffusione dell’innovazione, nella capacità di lavorare in rete (ormai le aziende vincenti entrano a far parte di catene o reti del valore globali) e internazionalizzazione.

In un contesto di crisi, di cambiamento del mercato e di incertezze come i manager possono valorizzare le realtà in cui operano e guidare l’imprenditore verso nuove prospettive?

Riuscendo a dare certezze in un mondo che non ne ha e offrendo continuità con la gestione della discontinuità. Non sembri un gioco di parole, ma la gestione manageriale è questo. Basti citare le dichiarazioni recentemente fatte in pubblico da Roberto Cavalli, noto stilista e da Alberto Bombassei, noto imprenditore di Brembo nonché vicepresidente di Confindustria. Il primo ha detto: “Un anno fa ho affidato la gestione ai manager. Il mio modo di lavorare è migliorato. E anche i conti”. Stessa cosa per Bombassei, mai tenero con i manager, ma oggi capace di riconoscerne ruolo e importanza dicendo proprio recentemente: “Con il rafforzamento del team manageriale di Brembo vogliamo accompagnare la forte crescita interna-zionale del gruppo anche attraverso il contributo di nuove competenze. … Sono convinto che, grazie al lavoro dei nuovi e degli attuali manager della società, sapre-mo raccogliere ancora meglio le opportu-nità e le sfi de di un mercato sempre più globale e competitivo”. Più in generale, nel nostro paese, il vastissimo mondo delle PMI, potrebbe trarre impulso e tangibili benefici da una forte iniezione di elementi di managerialità.

Quanto la crisi ha cambiato il rapporto manager-imprese? E quanto ha cambiato il modo di lavorare del manager stesso?

La crisi ha cambiato questo rapporto perché ha convinto anche i più scettici che senza gestione manageriale e senza presenza e cultura manageriale oggi non si riesce a stare sul mercato. In un paese che di manager e managerialità ne ha troppo pochi (basti pensare che i dirigenti nel settore privato sono oggi in Italia lo 0,9% dei lavoratori dipendenti, contro il 3% in Francia e Germania e il 6% in UK). Quindi, seppure con segnali deboli e ancora da rafforzare parecchio, la crisi ha avuto la forza di innescare un profondo e indispensabile cambiamento culturale che, nel paese dell’imprenditoria diffusa, fa capire agli imprenditori che senza l’apporto dei manager non si va più da nessuna parte. Ha cambiato il modo di lavorare del manager sotto vari aspetti. In primo luogo fare il manager è diventato ancora più sfidante e rischioso (tantissimi sono i dirigenti che hanno perso l’incarico e stentano a ritrovarlo). Inoltre oggi fare il manager vuol dire gestire il cambiamento continuamente, prima di tutto su se stessi, sviluppare innovazione e guardare e andare sui mercati globali. Ultimo, ma non per importanza, anche l’aspetto legato alla sostenibilità ambientale, etica ed economica che sta entrando prepotentemente nella vita del manager.

Quale ruolo possono e devono avere i giovani per la crescita del management nazionale?

I giovani hanno il compito di fornire ricambio e nuova linfa all’attuale classe manageriale e, forti di quanto fatto da chi li precede e dal successo dell’opera di acculturazione per dare anche all’Italia una vera gestione manageriale nel privato e nel pubblico, portare l’Italia e le sue imprese a un ruolo sempre più vincente nello scenario globale. Saranno loro a trovare, insieme agli imprenditori, le strade per riprendere a crescere e a svilupparci. La mia speranza è che i giovani possano riuscire a trasformare l’Italia nel paese dei manager e della managerialità; ne avremmo bisogno per ridare normalità e competitività all’Italia.

Che tipo di preparazione serve ai giovani che vogliono intraprendere questa strada?

Oggi lauree di tipo economico, giuridico o tecnico come ingegne-ria vanno benissimo, meglio se abbinate a un master specializzato. Le competenze devono arrivare dall’istruzione ma l’esperienza sul campo è indispensabile, meglio ancora se fatta in realtà multinazionali perché in Italia l’export rappresenta uno dei settori più forti. Più il manager è aperto all’estero, più la sua preparazione è trasversale e globalizzata più le aziende, soprattutto le PMI, possono trarne vantaggi competitivi.

In quali settori specifici la formazione manageriale gioca un ruolo chiave?

In tutti settori e per tutti i business e le aziende, senza ombra di dubbio. Dove non c’è formazione non c’è crescita e sviluppo. Siamo talmente convinti di questo che, primi e ancora unici in Italia e forse nel mondo, nel 1992 abbiamo introdotto la formazione nel Contratto Nazionale dirigenti del Terziario. Abbiamo dato vita al Centro Formazione Management del Terziario (CFMT) proprio per permettere a tutti i dirigenti e alle aziende del settore di fare formazione continua, per essere sempre al passo con i tempi, competitivi, vendibili e spendibili e dare competitività alle aziende e ai manager.

In Lombardia quali sono i settori in cui l’attività manageriale è più richiesta?

Sicuramente il terziario con settori quali moda, editoria, pubblicità e comunicazione.

Quali sono le principali richieste e criticità del mondo dei manager che come Associazione raccogliete?

Negli ultimi anni è diventato molto caldo il problema del lavoro. Sempre più spesso i dirigenti perdono l’incarico, non per incapacità, ma perché l’azienda chiude, ristruttura ecc. Questo avveniva anche in passato, ma oggi avviene con maggiore frequenza e soprattutto a fronte di un mercato che offre poche possibilità, e comunque molte meno di prima, anche per chi accetta incarichi precari e flessibili. A questo si aggiunge la richiesta di accompagnarli con formazione, informazione e supporti vari in un mondo del  lavoro, soprattutto quello manageriale, diventato sempre più mutevole e sfidante. C’è inoltre la richiesta di agire come soggetto collettivo economico e sociale per chiedere e contribuire a dare a questo Paese un futuro fatto di crescita e sviluppo. Per non parlare di tasse e pensioni: nel nostro paese lavoratori dipendenti e pensionati sono l’ampissima maggioranza di chi dichiara più di 50mila euro lordi annui (l’85% di chi dichiara più di 100mila euro sono dirigenti in attività o in pensione). E tutte le volte che servono soldi la politica mette le mani in tasca a questi soliti noti. Il tutto mentre gli ignoti, ma ben visibili, evasori la fanno franca e continuano ad evadere e a fare il danno di tutto il Sistema. La recente manovra correttiva ha riproposto questo problema andando a colpire le pensioni di tanti nostri associati che dopo anni di duro lavoro, forti responsabilità, rischi e cospicui versamenti previdenziali, maturano rendite superiori a 2.400 Euro lordi al mese e ad ogni piè sospinto (era già successo nel 2008) si vedono bloccata la rivalutazione delle loro pensioni che già perdono potere d’acquisto.

Ma il problema c’è anche per i dirigenti attivi che sono comunque lavoratori dipendenti, che pagano tutte le tasse e hanno retribuzioni lorde medie annue di poco superiori ai 100mila euro e quindi circa 4mila euro netti al mese. Una buona retribuzione certo, ma legata a un ruolo e a determinate responsabilità. Ma il vero problema di quest’ultima manovra correttiva e di tante finanziarie precedenti è che si chiedono sacrifici sempre ai soliti noti, non si toccano gli evasori ignoti, la politica e le sue corti, senza che questo serva per un vero rilancio del Paese e per dare un futuro alle giovani generazioni.

Come ManagerItalia, quali sono i principali obiettivi che vi siete posti?

Rappresentare i manager oltre che contrattualmente (discutiamo 6 contratti nazionali dirigenti), anche verso politica, istituzioni e società. Vogliamo aggiungere al contributo che i manager danno quotidianamente in azienda quello che in termini di idee, progetti, proposte e azioni possono dare al Paese attraverso le loro associazioni. Noi siamo veicolo e soggetto del contributo che i manager vogliono e possono dare per lo sviluppo del Paese. Questo a livello nazionale, ma anche territoriale, a livello di regione, provincia e comune. A proposito di territorio, Manageritalia Milano è presente in Lombardia con sette delegazioni che erogano servizi e rappresentano un punto di ascolto e di iniziativa. Nella nostra organizzazione un vicepresidente si occupa, specificatamente, del coordinamento delle attività locali. Offriamo poi anche servizi e appartenenza, cioè valori nei quali riconoscersi e progetti e iniziative per le quali lottare.

In questo senso siamo anche un movimento, o meglio vorremmo diventarlo sempre più. Basti pensare che negli ultimi anni, oltre alla diffusione di una maggiore presenza, competenza e cultura manageriale nelle imprese e nel Paese, abbiamo lavorato per far crescere il settore terziario, vero volano delle economie più avanzate, per dare un miglior presente e futuro ai giovani e alle donne nel mondo del lavoro e quindi nella società. Per arrivare ad un Paese più equo, produttivo e meritocratico. Insomma, questi sono solo alcuni dei nostri recenti cavalli di battaglia che la dicono lunga sul fatto che vogliamo portare al Paese il contributo dei manager, perché i dirigenti avendo un ruolo importante e vitale in tante aziende possono e devono essere classe dirigente anche fuori dall’azienda e lavorare per un paese migliore.

Quali i principali supporti che offrite ai vostri manager?

Abbiamo costruito in oltre 60 anni di storia un contratto (il contratto collettivo na-zionale dirigenti del terziario) moderno e al passo con i tempi, che è un modello a livello europeo. Un contratto che accomuna tutela del lavoratore (ricordiamo che il dirigente è sempre licenziabile) con necessità di flessibilità ecc.. Un contratto che ha un pacchetto di welfare privato contrattuale all’avanguardia e in grado di essere complementare ad un welfare pubblico sempre più in ritirata. Resta poi il fatto che noi offriamo a dirigenti, quadri e professional del terziario, insomma a tutte le alte professionalità, servizi moderni in ambito di consulenza contrattuale, formazione e sviluppo pro-fessionale, previdenza, coperture assicura-tive da rischi vari e a questo aggiungiamo momenti di incontro, networking, sia fisici (incontri professionali, culturali e spor-tivi) che virtuali (abbiamo tre blog ecc.). Crediamo che supportarli per una continua crescita professionale sia il miglior modo per tutelare il lavoro dei manager e delle alte professionalità, per offrire loro opportunità di crescita e di ricollocazione. A questo aggiunga che il nostro impegno a livello istituzionale e politico per dar voce alle loro esigenze e alle loro aspettative fa sì che tanti si sentano rappresentati, si sentano di appartenere a un’organizzazione della quale sono fieri di far parte (membership) e nella quale si impegnano per dare forza e futuro ai loro valori e alle loro idee.

Business&Gentlemen

The author Business&Gentlemen