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Personaggi

Steve Jobs. Genio reale o costruito ad arte? se ne discute a livello accademico

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Presso l’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Roma Tre si è tenuto un seminario  dal titolo “L’eredità di Steve Jobs e il futuro dell’informatica”.

Il seminario, promosso dal Prof. Vito Michele Abrusci, professore ordinario in Logica e Filosofia della Scienza dell’Ateneo, ha avuto lo scopo di richiamare l’attenzione del pubblico su una serie di aspetti oltre quelli già scritti e riscritti dai media sul tema, evidenziando quelli di maggiore interesse accademico, scientifico, sociale/comunicativo e, ultimo ma non meno importante, informatico.

Personalità scientifiche e docenti dell’Ateneo sono intervenuti, focalizzando aspetti di rilievo ciascuno nell’ambito della propria disciplina privilegiando, però, l’ottica pienamente interdisciplinare. Nell’ordine Domenico Fiormonte, ricercatore universitario in Linguistica; Roberto Vacca, ingegnere, scrittore e divulgatore scientifico italiano; Paolo Cursi, responsabile area telecomunicazioni dell’Ateneo; Roberto Maieli, ricercatore in Informatica presso lo stesso Ateneo. Era previsto anche l’intervento di Teresa Numerico, ricercatrice in Logica e Filosofia della Scienza del medesimo ateneo, che non ha potuto presenziare.

I lavori si sono aperti con il lancio di alcune proposizioni di base da parte del Prof. Abrusci, il quale ha fissato tre unità a caposaldo: Steve Jobs può ritenersi l’autore dell’impiego di massa delle icone, importanti per il passaggio dal testo alla grafica. Gli si può attribuire il merito di aver diffuso il concetto, importante anche sul piano linguistico, di stimolare l’interazione tra mezzi diversi con ruoli diversi (si pensi alle molteplici funzionalità svolte da uno smartphone) e, infine, la spinta verso la decentralizzazione delle risorse, concretizzata in iCloud. Abrusci ha anche lanciato un’ipotesi non del tutto positiva: l’ecosistema Apple, così come è stato concepito, è un walled garden la cui blindatura si contrappone all’apertura intrinseca della filosofia fisica e concettuale delle apparecchiature, contraddicendosi in termini.

Il primo intervento è stato quello del Prof. Fiormonte, che ha ritenuto essenziale evidenziare come l’aspetto mediatico abbia profondamente influenzato una corretta comprensione dello scenario. Si è assistito a fenomeni mediatici prossimi all’autocelebrazione, con conseguente perdita del focus reale sui fatti. Citando statistiche, Fiormonte ha ricordato che nel 2010 il 48 per cento degli italiani ha usato Internet, un valore inferiore a moltissimi altri paesi. E ha ricordato che Padre Roberto Busa è stato personaggio – da molti sconosciuto – al quale possono essere attribuiti meriti di certo non inferiori, quali l’aver determinato il reale incontro tra il computer e il linguaggio. In sintesi, secondo Fiormonte, Apple – quindi Steve Jobs – non ha “inventato” davvero, piuttosto ha senz’altro il merito di aver innovato in maniera radicale l’aspetto complessivo del marketing, sia in Apple che fuori (si pensi alla Pixar, ancora oggi pilastro per la produzione dei cartoni animati con tecnologia digitale ). Alla grande forza innovatrice nel marketing si è affiancata una valenza quasi ascetica, come può facilmente evincersi dai discorsi tenuti da Steve Jobs agli universitari, ai quali raccomandava di “vendere sogni, non prodotti”. Utile anche ricordare la prima pubblicità Apple Macintosh, in cui vi è la forte metafora del mondo grigio di IBM spezzato dal colore. Indubbiamente, ricorda il docente, esiste un ruolo culturale connesso con la “scoperta” dell’utente e con la soddisfazione dei suoi bisogni, corrente che Jobs ha percorso con piena arte e grande bravura. Basti pensare che il concetto di cartella, così come tutti la conoscono nelle attuali interfacce grafiche, risale anch’esso a una metafora, ed è quella che ricalca l’ufficio americano, strutturato come il “desktop”, esattamente con quelle cartelle, dello stesso colore, con la linguetta, identiche. Infine, ha sottolineato Fiormonte, il taglio della tastiera e il ricorso generalizzato al touch ha cambiato il feeling in maniera radicale, facendo sentire l’utente più potente, più a contatto diretto con la “macchina”. Una scelta comoda, senz’altro, ma non casuale: essa lega utente e oggetto in maniera molto più profonda. Il docente ha infine riscontrato nell’architettura cloud di Apple dei risvolti socio-politici, sostanzialmente connessi con la privacy.

È quindi intervenuto l’Ing. Roberto Vacca, che con la sua proverbiale e ben nota sagacia ha provveduto a smontare pressoché una per una tutte le tesi orbitanti nei media e nell’immaginario collettivo sull’ecosistema Apple e sulla “informatica moderna”, parlando come suo solito in maniera tanto colta e forbita quanto spiritosa. “Ma quali icone? secondo il celebre Ingegnere le icone sono cose da cinesi. Su di esse non c’è uno standard, dunque si rischia di non capirle con certezza. Persino sugli elettrodomestici, in auto, ovunque ci sono icone: secondo Vacca sono un’autentica invasione e in certi casi neppure gli addetti delle officine specializzate ne conoscono con certezza il significato.  Il touch? Nulla di fatto: secondo Vacca la tastiera dà luogo a molti meno errori, mentre il touch richiede una manualità particolare che non sempre dà certezza dell’atto. Vacca ha provveduto anche a smontare la tesi del “bello”, ricordando il celebre proverbio “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”, lasciando intendere che la grande ammirazione suscitata potrebbe essere indotta, più che reale. Non è passato neppure il “personaggio Jobs” preso in assoluto: secondo Vacca è di molto maggior rilievo un personaggio come Tim Berners Lee, il papà del World Wide Web, come pure lo sono Sergey Brin e Larry Page, in quanto padri di Google. Vacca è contrario alla ECDL che non attesta null’altro se non una conoscenza superficiale e pratica del computer: quando si programma ci vuole matematica, questa l’idea del celebre ingegnere, e solo quello significa capire e conoscere il computer e l’Informatica, il resto sono accessori. Chat? Sciocchezze:  quando si chatta si improvvisa, nulla di serio. Il che oggi evidenzia l’impiego prevalentemente ludico del computer, quando esso, invece, dovrebbe servire per scrivere, calcolare e disegnare. Tra i tanti altri dettagli smontati, emerge una del tutto spassionata visione del cloud computing: poco male se qualcuno vede i propri dati, ciò che non va è il concetto di delega che in esso risiede. Delegare, secondo Vacca, è attività difficile e rischiosa, a  cui vi è una sola risposta: Total Quality Management, che esclude a priori qualunque concetto cloud, qualunque interfaccia user friendly.”Quelli che ti fregano sono proprio gli amici”, chiude ironicamente Vacca.

La parola quindi passata a Paolo Cursi, che ha illustrato brevemente la crescita graduale dell’Ateneo negli ultimi 15 anni. Cursi ha delineato tutti i passaggi, illustrando tre aree principali in cui si è sviluppato il programma di innovazione dell’Ateneo, passato in un arco di tempo relativamente breve da una situazione di informatizzazione e connettività poco più che sperimentale a un sistema omogeneo e completo, oggi dotato di connettività Internet a 1 Gigabit/secondo grazie alla Rete GARR. Oggi l’intero flusso documentale, gli applicativi gestionali, gli archivi e i servizi di telecomunicazioni sono integrati con la rete dell’Ateneo, cablata in Gigabit Ethernet sin dal 2007. Completa il panorama anche il percorso degli Access Point WiFi, iniziato con dieci esemplari nel 2003 e oggi pari a 150, messi a disposizione degli studenti, dei docenti e del personale. Tra le priorità ora l’Ateneo ha quella di passare a un’unica centrale telefonica in tecnologia VoIP rispetto alle tre attuali, dislocate nei principali edifici.

Ha terminato la serie di interventi il Prof. Maieli, sottolineando come non sia affatto detto che il futuro non lo si veda guardando indietro: negli anni 70 – ricorda – quando c’erano i grandi computer VAX, si sosteneva che nel futuro il potere sul computer sarebbe stato governato da pochi. Ebbene oggi, incalza il docente, si ripete la medesima circostanza: i computer man mano vengono denudati delle loro piene autonomie e queste vengono in varia forma e foggia devolute alle strutture cloud. Dunque, nulla di nuovo, secondo il docente. Maieli ha voluto sottolineare come non meno importante della scomparsa di Jobs sia stata quella di Dennis Ritchie, pioniere dell’informatica moderna in quanto è a lui che si debbono pilastri fondamentali come  il Linguaggio C, grazie al quale ha preso forma la programmazione a oggetti e grazie al quale sono state poste le basi per il sistema Unix, dal quale sono poi derivate tante altre successive realtà come lo stesso Linux, le sue varianti, le sue forme e distribuzioni e le novità ad esso ispirate: il docente ha ricordato che lo stesso Android ne è un erede a tutti gli effetti. Infine, Maieli si è dichiarato non contrario al concetto di cloud computing purché  lo si affronti scientificamente, senza farsi “prendere la mano” e ricordando, tra le righe, quanto il mondo abbia tratto giovamento proprio dalle architetture aperte, una filosofia che, secondo il docente, deve saggiamente guidare l’utente anche mentre guarda alle nuvole, diffidando dai sistemi troppo chiusi.

I lavori si sono conclusi con l’intervento finale del Prof. Abrusci, che oltre a ringraziare i partecipanti ha ricordato come ancora adesso sia squisitamente compito della Logica aiutare la dottrina dell’Informatica a crescere in tutte le direzioni, individuando quei settori dove ancora mancano modelli logici idonei a fornire completezza disciplinare e formalità in aree inesplorate.

Di certo c’è da riflettere. Di certo Logica e Informatica camminano – devono farlo, del resto – pressoché mano nella mano. Di certo uno dei primi criteri da tenere a mente è l’efficacia: se, dato uno scenario, risultano più efficaci le 80 colonne per 25 righe di beata memoria, ben vengano. Se, dato un altro scenario, risultano più efficaci le icone e la grafica, ben vengano.
Da Jobs senz’altro ci sono diverse lezioni da imparare, come ci sono da tutti gli altri “grandi” citati nel corso dei lavori. Sta alla modestia di ciascuno non credere di saper fare meglio a priori e prendere, da ciascun intervento di questo seminario come da tutte le altre occasioni d’apprendimento che offrono oggi la Rete e i media, il meglio per sé e saperlo, possibilmente, comunicare agli altri. Ricordando bene che ciò che si comunica ad altri non si perde: si continua a saperlo.

A cura di Marco Valerio Principato

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