close
Personaggi

Cinquant’anni di storia per Brembo. Sempre in corsa verso il futuro

Alberto Bombassei

L’intervista esclusiva ad Alberto Bombassei, presidente di Brembo, che festeggia il traguardo dei cinquant’anni di storia imprenditoriale. Dagli esordi in provincia di Bergamo al successo planetario di un marchio che ha fatto dell’eccellenza italiana un fattore vincente, non solo in Formula 1. Dalle parole di Bombassei tanti aneddoti e retroscena, come quella volta con Enzo Ferrari, ma anche idee chiare su come affrontare le sfide competitive del futuri.

Traguardi. Punti d’arrivo che diventano subito punti di partenza per nuovi orizzonti e nuove sfi de. Come nella Formula 1, dove il pilota esulta davanti alla bandiera a scacchi, ma proietta subito i suoi sforzi verso l’impegno futuro. Perché non basta vincere una gara per essere campioni. Nello sport come nella vita, nella vita come nell’impresa. Cinquant’anni di storia imprenditoriale sono un traguardo. Sono un segno dentro al tempo di una strada che parte da lontano, ma che non ha ancora visto la sua bandiera a scacchi. Non è l’arrivo, è un nuovo punto di partenza.

Lo sa bene Alberto Bombassei, che festeggia con la sua Brembo i primi cinque decenni di un’avventura simbolo dell’eccellenza italiana in tutto il mondo. Una storia in cui ci sono tutti gli ingredienti tipici dell’impresa di successo: il talento imprenditoriale, la capacità di cogliere l’occasione, la fiducia (ripagata) di clienti leader, la costante ricerca innovativa. Con un’intervista esclusiva a Business&Gentlemen, il presidente di Brembo racconta i tratti salienti della sua vita imprenditoriale e traccia le linee dei progetti futuri. Perché come dice Bombassei: “non bisogna accontentarsi mai”.

La prima domanda è praticamente obbligatoria: cinquant’anni d’impresa, che effetto le fa…
Cinquant’anni di lavoro sono proprio tanti e se consideriamo che sono uno dei soci fondatori, il primo pensiero è ovviamente a tutto questo tempo che è passato. Se mi si consente la battuta potrei dire che, nonostante facciamo freni, abbiamo davvero fatto tanta strada. Quando sono partiti mio padre e mio zio nel gennaio del 1961 eravamo una piccola realtà in provincia di Bergamo, mentre oggi siamo un’azienda votata all’internazionalizzazione con un marchio conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

Come tutte le grandi storie, si comincia da un’occasione che fa scattare la scintilla. Un incidente fortunato ha cambiato le sorti della sua azienda…
Nel 1964 siamo stati contattati dall’Alfa Romeo, che era già nostro cliente, per chiedere un nostro intervento di verifica su un carico di dischi freno proveniente dall’Inghilterra. Il camion che li trasportava si era rovesciato e volevano essere certi che fosse tutto a posto. All’epoca i dischi freno erano una novità, oggetti fuori dal comune che ci siamo ritrovati per le mani e che, per timore, trattavamo con la stessa attenzione che si può riservare a un’ogiva nucleare. In quel momento il nostro carattere di veneto-bergamaschi è venuto fuori e non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di studiare attentamente questi prodotti. Ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che, tutto sommato, potevamo farli anche noi e che non c’era bisogno di farli arrivare dall’Inghilterra. Così ci siamo candidati come fornitori di Alfa Romeo e da li è cominciato tutto.

Il tempo passa, la Brembo continua a crescere e nel 1975 arriva l’incontro con Enzo Ferrari…
E’ un ricordo molto importante per me. Enzo Ferrari non era certo una persona facile, eppure la mia incoscienza giovanile ha probabilmente fatto breccia. Prima di allora noi eravamo una realtà come altre, ma grazie a lui e alla fiducia che ci ha dato siamo riusciti a fare un grande passo avanti. Noi sapevamo di poterci meritare questa occasione e ce l’abbiamo messa tutta per dimostrarlo. Essere un fornitore della Ferrari significa avere una medaglia di grande valore sul petto e ne abbiamo fatto un vanto che ci ha dato forza nel mercato. Col tempo il rapporto con la Ferrari si è via via consolidato: noi dobbiamo tanto alla Ferrari, ma abbiamo saputo ripagare con il massimo impegno questa fiducia. Oggi c’è uno splendido rapporto di stima reciproca e siamo pronti ad affrontare tante nuove sfide con loro.

Da allora, tanti traguardi, tanti successi e riconoscimenti. Ma cos’è che accomuna questi cinquant’anni di storia della Brembo?
La regola numero uno per noi è semplice: non accontentarsi mai. Nel nostro stesso Dna c’è la voglia di fare sempre qualcosa di migliore, di non essere uguali agli altri, ma di essere sempre un passo avanti. Questo è lo spirito che ci ha sempre contraddistinto, oltre alla grandissima curiosità e alla voglia di scoprire sempre cose nuove. Nel nostro settore i concorrenti sono dei giganti, l’unico modo per dire la nostra è stato quello di fare dei prodotti migliori a prezzi competitivi. Sembra una cosa facile da dire ma molto, molto difficile da fare. Se guardiamo la strada che abbiamo percorso possiamo dire di esserci riusciti, ma non possiamo accontentarci mai. Mio padre mi ha lasciato un grande insegnamento che è quello di continuare a investire per crescere e migliorare. Abbiamo fatto anni di duro lavoro a testa bassa e oggi guardiamo a questi primi cinquant’anni con una certa fiducia per il futuro.

Tanti investimenti in R&S, ma anche sul fronte dell’internazionalizzazione…
Con gli anni siamo cresciuti molto, abbiamo cominciato a mettere il naso fuori dall’Italia approdando in Germania che è un mercato che ci ha dato grande soddisfazione. La fiducia dei tedeschi ce la siamo dovuti guadagnare, non era suffi ciente essere bravi, dovevamo essere molto bravi per poter essere presi in considerazione. Ma tutto questo è avvenuto senza preconcetti perché l’industria tedesca ha avuto il merito di valutarci per quello che eravamo davvero, senza alcuna prevenzione sull’industria italiana. Noi abbiamo imparato molto dal rapporto con l’impresa tedesca, soprattutto da una realtà come Porsche, dove siamo entrati in punta di piedi e da allora siamo sempre stati al loro fianco fino a diventare fornitori unici. In un contesto così innovativo, in cui non c’è possibilità di errore, dove i prodotti hanno una grandissima evoluzione tecnica, noi siamo riusciti a dire la nostra, a dare quel pizzico di italianità che ha trasformato il disco freno da oggetto semi-sconosciuto in qualcosa di bello, dall’inconfondibile design, che in seguito ci ha permesso di guadagnare il “Compasso d’oro”.

Crede che essere italiani ancora oggi possa darci un vantaggio competitivo su alcuni fronti?
Sicuramente noi abbiamo qualcosa che pochi altri popoli al mondo hanno: il gusto del bello, il buon gusto. Non è stato necessario prendere un famoso designer per vincere il “Compasso d’oro”, abbiamo lavorato con un team di sviluppo che amava fare il proprio lavoro: noi italiani il gusto del bello ce l’abbiamo dentro. Questo senso dell’estetica non è così diffuso ed è un fattore che ci ha permesso di farci strada in tutto il mondo in svariati ambiti. Quando abbiamo trasformato un pezzo banale come un disco freno in un pezzo di design abbiamo rivoluzionato in qualche modo la concezione delle case automobilistiche che da quel momento hanno “aperto” le ruote consentendo ai dischi di mettersi in mostra. Basta l’esempio di Porsche che impiega dischi con pinze rosse o gialle. Di fatto questo elemento è entrato a far parte dell’estetica complessiva dell’auto come la concepiamo oggi.

Cinquant’anni di Brembo: chissà quante storie, quanti aneddoti si potrebbero raccontare. C’è un episodio particolare che le piacerebbe raccontarci…
L’ho già accennato, ma ci tengo a sottolineare l’incontro con Enzo Ferrari. Quando mi sono trovato davanti per la prima volta questo mostro sacro ho scoperto nella realtà un uomo molto alla mano, molto semplice. Una persona dura, severa, ma che ha saputo rischiare per dare fiducia a un giovane. Era un grande conoscitore di persone, sapeva valutare gli uomini. Anche i primi anni con Porsche sono stati indimenticabili. L’ho sempre considerata una sorta di università dell’automobile e la nostra partnership è stata un’esperienza di grande crescita. Oggi c’è una certa esasperazione dei rapporti, ma allora ci si confrontava di più personalmente. C’erano belle discussioni, si lavorava sodo, con tante prove pratiche. Mi ricordo alcuni test invernali in Svezia sulle piste ghiacciate, oppure sullo Stelvio. Sono cose che arricchiscono, che restano nonostante il passare degli anni.

Ingegnere, ci sembra di percepire un po’ di nostalgia…
Ero giovane. Ricordo quando mi sedevo al fianco dei collaudatori in alcuni percorsi invernali un po’ esasperati. Mi ricordo le prove di alta velocità sulla pista di Nardò, i brividi della guida sportiva. Nel passato al volante qualche soddisfazione me la sono tolta anche io. Oggi è diverso. Attraverso la simulazione è possibile replicare un’infinita varietà di situazioni in condizioni diverse e non c’è più bisogno di andare sullo Stelvio a fare certe prove. E’ tutto cambiato, anche se in realtà è cambiato in meglio perché a trarne grandi vantaggi è stata innanzitutto la sicurezza. Con la simulazione possiamo fare una tale quantità di test che ci consentono di presentare prodotti che hanno sempre maggiori performance e che incrementano sempre più la sicurezza delle auto. Oltretutto in passato ci volevano almeno 5 anni per sviluppare un nuovo prodotto, oggi basta la metà del tempo e con maggiori garanzie di qualità e durata. Si è persa la parte sentimentale, ma l’innovazione può viaggiare molto più velocemente.

Sempre in tema d’innovazione, lei è il fondatore del Parco Scientifico Tecnologico Kilometro Rosso. Come è nata questa idea?
Anni fa ci siamo ritrovati ad esaminare i primi sviluppi della globalizzazione, con la conseguente crisi industriale europea e abbiamo compreso ancor di più quanto fosse importante investire in ricerca e sviluppo per essere competitivi in un mercato sempre più vasto e difficile. Ovviamente Brembo ha sempre puntato sull’innovazione come elemento fondamentale del proprio Dna, ma la stragrande maggioranza del tessuto produttivo italiano fatto di tante Pmi fa fatica ad affrontare questa sfida competitiva. In molti casi manca proprio questo tipo di cultura e i rischi di non riuscire a sviluppare nuove idee o di non trovare terreno fertile per generare valore sono molto alti. Così abbiamo pensato di dar vita a uno spazio in cui le grandi eccellenze si ritrovassero con le piccole realtà interessate a investire nella ricerca e sviluppo, attraverso una prospettiva di open innovation. Un posto dove il privato possa dialogare concretamente con il mondo dell’università e della ricerca creando quella contaminazione, quegli stimoli che sono alla base del successo in un mondo sempre più competitivo. Abbiamo subito condiviso questo pensiero e cercato i migliori architetti del mondo per dare un messaggio d’innovazione anche sul fronte architettonico, come è stato con l’opera di Jean Nouvel per Brembo e di Meier per Italcementi. In molti hanno deciso di credere in questo progetto come appunto Italcementi, l’Istituto Mario Negri, l’Università di Bergamo, Porsche Consulting e tante altre aziende che ora si trovano in Kilometro Rosso.

Lei ricopre anche incarichi istituzionali in Confindustria ed è in corsa per la nuova presidenza. Ma da imprenditore agli altri imprenditori, cosa si sente di dire per affrontare questo diffi cile momento per l’economia e il Paese?
Credo che la risposta sia proprio in quello che stiamo facendo come Kilometro Rosso. Non possiamo pensare di vivere in un mondo in cui tutto è cambiato tranne noi. Occorre sforzarsi di fare un passo avanti e molti, a dire il vero, lo fanno. Bisogna cercare di fare rete, di puntare su prodotti innovativi e straordinari. Per mantenere le nostre posizioni competitive dobbiamo evolverci, non c’è altra scelta. Sarebbe molto bello se il territorio capisse di più il progetto Kilometro Rosso e contribuisse a farlo crescere. Non è nel mio interesse, non è un’iniziativa che vuole portare il cappello di Brembo, ma qualcosa che intende creare valore anche attraverso un indotto di 2-3mila persone impiegate come operatori dell’innovazione. Sarebbe una ricaduta di ricchezza anche culturale, ma è un progetto ancora poco capito anche se ho fiducia che si possa fare davvero qualcosa di importante.

Business&Gentlemen

The author Business&Gentlemen