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Economy

La non-crescita dei salari: produttività, investimenti, e “confidence fairy”

La non crescita dei salari

La produttività del lavoro in Italia è diminuita dal 2000 ad oggi e i salari restano relativamente bassi rispetto a quelli di altri Paesi europei. I motivi sono legati a una mancanza atavica di investimenti e innovazione. Per uscire dalla crisi è indispensabile incentivare la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese

Le discussioni tra governo e parti sociali sulle tematiche del mercato del lavoro italiano si stanno trascinando da mesi, ed è difficile vederne una conclusione operativa. Secondo noi, infatti, i problemi in discussione non sono quelli veri dell’economia italiana. Mi verrebbe da dire che siamo grosso modo in questa situazione: il serbatoio dell’auto è vuoto, e per tornare a viaggiare ci si sta ostinando ad aggiungere olio al motore – magari ne manca un poco, ma forse il problema principale non è il carburante?! 

Il problema del mercato del lavoro italiano è l’assenza di domanda di lavoro da parte delle imprese. Il Paese è in recessione e le imprese vogliono liberarsi di forza lavoro, e liberarsene a basso costo: ecco di che cosa si parla. Mentre si dovrebbe parlare di rilancio dell’economia, della creazione di posti di lavoro altamente qualificato mediante investimenti produttivi nei settori cutting edge della tecnologia, delle comunicazioni, della connettività, dei trasporti, e via ripetendo. La nostra non è una posizione ideologica, ma drammaticamente radicata nei fatti.

Lo stipendio medio annuo di un lavoratore dipendente impiegato in un’impresa italiana è pari a 23.406 euro. A dircelo è Eurostat, che il 24 febbraio ha pubblicato le statistiche relative all’anno 2009 di tutti i Paesi dell’Unione Europea. Meno dell’Irlanda, meno della Spagna, meno di Cipro, poco più del poverissimo Portogallo. Ma noi non ne siamo stupiti.

E allora qual è il problema dell’Italia, o meglio, delle imprese che operano nel nostro Paese? Secondo il ministro Fornero, i lavoratori dipendenti sono così tutelati, così protetti e coccolati dall’articolo 18, al punto che le imprese non possono licenziare i dipendenti poco volenterosi, e la produttività delle imprese diminuisce. Il merito del neo-ministro, se ve n’è uno rispetto ai governi precedenti, è quello di avere un’opinione sul tema, dopo anni di falsi proclami, strizzate d’occhio a Confidustria e sindacati, e continui “nulla di fatto”. Che l’Italia abbia un problema di produttività è palese. Il nostro Paese, unico tra quelli ad alto reddito pro-capite, ha visto la produttività del lavoro diminuire dal 2000 ad oggi.
La teoria economica ci insegna che un dipendente che produce dieci unità di prodotto guadagnerà, all’incirca, il doppio di chi ne produce cinque. Se la produttività del lavoro aumenta, a parità di tutto il resto, i salari medi possono aumentare.

Quindi non ci stupisce affatto che l’Italia sia un Paese il cui salario medio è relativamente basso rispetto a quello di altri Paesi europei. Piuttosto, ci stupisce la reazione del Ministro, e la non-reazione di Confidustria, e delle parti sociali. In Germania, che ha una struttura produttiva e una dimensione comparabile al nostro Paese, il valore dello stipendio medio annuo è di 41.100 euro. È possibile spiegare una differenza di 18.000 euro nel salario medio con un’inefficienza di mercato? Davvero gli operai tedeschi guadagnano quasi il doppio degli italiani perché hanno più voglia di lavorare? O perché sono minacciati dalla possibilità di essere licenziati in caso di inefficienza? Noi ci sentiamo di rispondere “no, no, e ancora no” a tutte queste domande.

Il problema delle imprese italiane non è quello di trovare il modo di licenziare le mele marce. Anzi, quegli strumenti esistono già, e sono anche ben normati. Noi crediamo che la produttività del lavoro diminuisca per la mancanza di investimenti, ed in particolare per la mancanza di investimenti in capitale fisico ed umano. Torniamo all’esempio precedente, e ammettiamo che al lavoratore che produceva cinque pezzi all’ora sia data una macchina che gli permette di produrne trenta. Ammettiamo pure che non abbia troppa voglia di lavorare, e che invece di trenta pezzi ne produca venti. Il suo stipendio sarà comunque il doppio del lavoratore che produceva dieci pezzi! Quindi in Italia abbiamo una mancanza atavica di investimenti, non dipendenti poco volenterosi. Perché non investiamo, perché non innoviamo? Perché, prima di tutto, le nostre imprese non crescono.

Un tessuto produttivo cresciuto auspicando di rimanere piccoli, occupando le nicchie di mercato, basato su distretti industriali di micro-imprese si è rivelato dannoso nel lungo periodo. Il nanismo industriale italiano ha origini lontane: Marcello de Cecco individua nello sciopero degli investimenti degli anni ’60 il primo fattore che ha modificato la struttura produttiva del Bel Paese, rendendola enormemente diversa da quella delle altre potenze industriali europee e dal Giappone. L’assenza di investimenti nel decennio 1963-1973 ha portato l’Italia a soffrire di una cronica assenza di competitività, all’alba degli shock petroliferi. La via italiana alla competitività è quella delle svalutazioni competitive, che diventano, per vent’anni, il principale strumento di politica economica. Le svalutazioni della lira, le tutele ai lavoratori garantite solo alle imprese di grandi dimensioni, e un “decentramento produttivo” che trasformava medie e grandi imprese in microaziende invisibili al fisco, non generano certo gli incentivi necessari agli investimenti e alla produttività. E al tempo stesso, generano una domanda strutturale di lavoro a bassa qualificazione tecnologica: gli imprenditori non hanno bisogno né di nuovi macchinari, né di dipendenti qualificati, formati, o laureati1.

Una recente analisi dell’Economist ha mostrato la correlazione negativa tra dimensione delle imprese e crescita della produttività. Come ci aspettavamo, più un Paese impiega i suoi lavoratori in microimprese e più la produttività rimane bassa. Non è un caso che più del 90% dei lavoratori tedeschi sia impiegato in medie e grandi imprese, mentre la più grande diffusione di piccole imprese si registri in Grecia, Spagna, Portogallo e Italia. (http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2012/03/productivity)

Con la fine delle svalutazioni competitive negli anni ’90, i nodi vengono al pettine. Quindi la fuga dei cervelli, la produttività calante, e i salari bloccati. La crisi del 2007 non ha fatto altro che esacerbare i problemi: il crollo della domanda mondiale accelera le pressioni competitive tra imprese e le prime a soccombere sono quelle che non hanno investito negli ultimi anni.Come risolviamo il problema? C’è chi auspica di modificare il mercato del lavoro in uscita. Tocchiamo l’articolo 18 e le imprese verranno a investire in Italia – dicono – perché troveranno condizioni di investimento migliori. Non regolamentate, appunto, quasi “cinesi”. Come se ci fosse una “confidence fairy”2 che spinga le imprese a investire laddove il costo del lavoro è più basso, laddove il mercato è liberalizzato, laddove il sindacato diminuisce le proprie richieste. Ma potremo mai competere con la Cina, con il Vietnam, con il Bangladesh se percorriamo questa strada? Insomma, davvero si può pensare che togliere tutele al lavoro genererà investimenti e produttività?

Sarebbe meglio, forse, incentivare la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese per vedere i nostri salari e i nostri redditi crescere, e, per uscire da questa crisi, stimolare l’investimento privato aumentando la domanda del settore pubblico. Domanda che potrebbe essere rivolta verso quel lavoro qualificato raramente richiesto dalle imprese italiane e che cerca fortuna e salari migliori all’estero. 
Ma, anche stanotte, aspetteremo la nostra fatina.

testo di Luca Macedoni e Andrea Rongone, con introduzione di Fabio Sdogati, docente di Economia Internazionale al Politecnico di Milano

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