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Personaggi

Umiltà, capacità di mettersi in gioco e grande entusiasmo: è essere un giovane imprenditore oggi

Andrea Cumini

Imporsi nel mondo del lavoro e crescere in un periodo ricco di complessità, soprattutto in un Paese come l’Italia dove manca il sostegno delle banche e dove tradizionalmente si investe poco nell’innovazione. Su questi e altri temi abbiamo sentito l’opinione di Andrea Cumini, vincitore del premio nazionale Giovane imprenditore 2011 di Confcommercio

Siamo in tempi di crisi: tempi in cui è difficile tenere in piedi la propria attività, quasi impossibile iniziarne una da zero; tempi in cui ne lo Stato ne le banche si impegnano a sostenere l’innovazione e i nuovi progetti. Insomma tempi in cui se essere un imprenditore può risultare davvero arduo, essere un giovane imprenditore lo è ancora di più.” Argomenti importanti, che oggi come oggi sono all’ordine del giorno perché l’innovazione è la chiave per uscire da questo particolare momento economico e in cui nonostante le difficoltà ci vogliono investimenti, nuove vision e un rinnovato approccio al mercato che, bisogna accettarlo, non tornerà più quello di prima.

In questo contesto sono proprio i giovani imprenditori che possono fare la differenza, dare quello lancio che serve al sistema italiano in primis. Per questo motivo, alla luce della sua recente premiazione come Giovane imprenditore 2011 di Confcommercio a livello nazionale abbiamo parlato con Andrea Cumini, marketing manager del Gruppo Cumini, di queste tematiche di primario interesse. Una nomina, questa, che arriva a breve distanza da quella della Camera di Commercio di Udine come miglior Giovane Imprenditore. Molti i temi trattati nel corso dell’intervista, dal ruolo del giovane imprenditore oggi, con tutte le complessità e le problematiche che questo comporta ma anche con le enormi potenzialità offerte dalle nuove tecnologie, per passare poi ai motivi delle “barriere all’entrata” nelle aziende che secondo il manager 36enne in parte vanno ricercate nelle peculiarità dei giovani di oggi.

L’umiltà, o meglio la sua mancanza” è per Cumini il problema che hanno i ragazzi oggi, la pretesa di arrivare subito, senza mettersi in gioco. La capacità di sapersi adattare è una qualità che permette non solo di entrare nel mondo del lavoro ma anche di crescere a livello personale e di carriera. Per questo, forse un po’ contro corrente rispetto ai dati occupazionali, Cumini sostiene che spesso le materie umanistiche sono maggiormente valorizzate rispetto a quelle prettamente tecniche.

In anni in cui molto si discute di cambiamenti e di rinnovati contesti, il Giovane imprenditore dell’anno si concentra sulla necessità, difficilmente percepita soprattutto nel nostro Paese, di un cambio generazionale ai vertici delle imprese e di come il “vento” si possa migliorare.

In un periodo di grande complessità come è quello attuale cosa significa essere un giovane imprenditore?
Siamo in un momento economico particolarmente impegnativo. Oggi come oggi è difficile avere una prospettiva ma bisogna crearla. Per essere un imprenditore in tempi come questi è necessario pensare a lungo termine, non concentrarsi sul breve periodo. Questo significa innovare e quindi investire. È una scelta rischiosa soprattutto alla luce del fatto che non ci sono aiuti. Sono passati i tempi in cui lo Stato e gli istituti bancari sostenevano economicamente nuovi progetti o imprese, adesso non ci sono supporti. Questo vale sia per aziende consolidate come può essere la nostra sia per un giovane che vuole iniziare una nuova attività imprenditoriale. Ora come ora è difficile se non si hanno mezzi propri.

È una scelta importante e sottolineo ad alto rischio ma che ora come ora è necessaria. In riferimento al sostegno alle imprese, secondo lei è un problema generalizzato?
È una situazione che si presenta prevalentemente in Italia. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti ma anche nel resto d’Europa le banche concedono maggiori finanziamenti a nuove realtà e all’innovazione in generale. Il nostro Paese è tradizionalmente restio ad investire, ora vista la crisi lo è ancora di più.

Le è stato conferito il premio 2011 di Giovane Imprenditore di Confcommercio e la sua è forse una prospettiva privilegiata. Qual è la sua opinione sui giovani e il mondo del lavoro. Secondo lei quali sono le qualità che bisogna avere per entrare nel mondo del lavoro? E quali quelle per emergere?
Bisognerebbe tornare un po’ all’antico. Le università, a mio parere, danno una buona formazione ma i ragazzi pretendono di entrare in azienda e da subito occupare posizioni dirigenziali. Ci vorrebbe una buona dose di umiltà in più e la capacità di adattarsi, soprattutto i primi tempi ma anche in seguito. Non si può cercare il lavoro a cinque minuti da casa. La flessibilità è la qualità che i giovani dovrebbero avere, accompagnata dall’attitudine a rimettersi in gioco. Ci vuole maggiore mobilità internazionale. Con questo non intendo dire che per avere successo sia necessario trasferirsi all’estero ma la predisposizione a viaggiare e a spostarsi anche in diverse città è sicuramente un valore aggiunto per chi cerca lavoro.

Alla luce di quanto appena detto mi sembra che lei non condivida l’idea del posto fisso?
Direi di no. È una peculiarità solo italiana quella di cercare, di ambire, a un lavoro per tutta la vita. All’estero non c’è la volontà di restare sempre nello stesso posto, di fare sempre lo stesso lavoro anzi … c’è voglia di cambiare, di crescere, di provare realtà lavorative nuove per migliorare.

Questa necessità di rimettersi in gioco è sinonimo di maggiore apertura mentale e quindi tendenzialmente di una maggiore predisposizione alle materie umanistiche più che a quelle prettamente tecniche?
Dipende da persona a persona ma in generale si può dire che è così. Negli ultimi anni si è assistito ad una maggiore valorizzazione dei soggetti indirizzati verso discipline umanistiche. Non solo ingegneria quindi ma anche lettere, psicologia, sono materie che più di altre influiscono sulla versatilità di una persona, sulla capacità di adattarsi e di apprendere da ogni situazione senza paura di rimettersi in gioco.

La sua è un’azienda dalla lunga tradizione. Come si sta svolgendo e cosa comporta secondo lei il cambio generazionale in Cumini?
Il passaggio generazionale per noi è costante e continuo. È un processo perenne che avviene in modo naturale e che deve passare attraverso la condivisione delle competenze. Non è sufficiente entrare nel consiglio di amministrazione. I giovani devono ricoprire cariche operative e di responsabilità in modo che portino del nuovo in azienda. In Cumini sono passate ormai 3 generazioni e ognuna ha contribuito a rendere l’azienda quello che è oggi. È un modo di operare che non sempre viene condiviso dalle aziende in Italia. Chi sta in alto deve adeguarsi, i giovani, chiaramente se vogliono crescere (perché c’è chi è ben felice di non avere alcuna responsabilità) devono stare nel cuore dell’attività.

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