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Economy

I neolaureati lombardi, una generazione “flessibile”

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Diminuiscono i laureati senza occupazione. Per trovare lavoro occorrono in media 5 mesi: ma a un ingegnere occorre la metà del tempo di uno psicologo o un filosofo

Oltre 33 mila i neolaureati che hanno trovato lavoro lo scorso anno, un calo del 5% rispetto all’anno precedente. Cinque mesi il tempo medio necessario per trovare un’occupazione per un neolaureato ma a un ingegnere occorre la metà del tempo di uno psicologo o un filosofo. A un anno dalla laurea solo il 12% ha un lavoro a tempo indeterminato (dato in calo) e circa uno su tre non lavora. I senza lavoro diminuiscono del 2%,  grazie alla “flessibilità”: aumentano i lavoretti, lavori senza contratto e fughe all’estero.

A due anni dalla laurea oltre il 40% ha sperimentato diverse imprese e contratti. C’è chi sceglie la via dell’impresa: non solo l’impresa di famiglia, ma anche come risposta ad una situazione di disoccupazione o sotto-occupazione.  Emerge una relazione tra livello di istruzione e flessibilità: i contratti temporanei sono più frequenti per i laureati magistrali rispetto ai  triennali e sono più rari tra chi ha interrotto gli studi universitari e si colloca come diplomato.

Questi sono alcuni dei risultati della ricerca Specula Lombardia della Camera di commercio “Quali orizzonti per i neo laureati lombardi” realizzata da Formaper – Camera di commercio di Milano e promossa da Regione Lombardia, Camere di Commercio lombarde, Università, Provincia di Milano. “È paradossale – ha commentato Umberto Bellini presidente di Formaper, azienda speciale della Camera di commercio di Milano – che il segmento della forza lavoro più vitale per il futuro incontri difficoltà crescenti ad entrare adeguatamente nel mercato del lavoro. Nella realtà sta saltando il modello virtuoso secondo cui l’istruzione favorisce maggiore occupabilità, maggiore remunerazione, maggiore qualità del lavoro e quindi maggiori profitti per le imprese. Non a caso si parla di trappola. Una trappola da cui si può uscire solo tornando ad investire sulle competenze, a retribuirle in maniera adeguata. A iniziare dai giovani”.

Nel 2011 il sistema lombardo ha dato lavoro a 33.453 laureati del triennio 2008-2010, contro i 35.308 laureati 2007-2009 inseriti nel 2010. Il calo, del 5%, è stato trainato soprattutto dai due settori che tradizionalmente domandano più laureati: il settore pubblico (-13%, di cui Pubblica Amministrazione: -33%, istruzione: -10,8%, sanità: -11,5% e università: -12,1%) e i servizi alle imprese (-5,7%, di cui comparto bancario e assicurativo: -23,9%). Tiene invece la manifattura, grazie soprattutto alla meccanica ed elettronica (+4,5%) e al settore alimentare (+11,4%).  In lieve aumento la domanda proveniente dal commercio all’ingrosso, costituito in prevalenza da filiali commerciali di imprese multinazionali, (stabile quello al dettaglio) così come il settore dell’alloggio/ristorazione (+2,4%) e delle attività immobiliari (+17,4%). Scende invece l’industria della moda (-5%), il settore della ricerca e sviluppo (-12,4%) e gli studi di architetti e ingegneri (-10,7%). Considerando i laureati 2010 che hanno trovato un’occupazione come dipendenti, collaboratori, stagisti o imprenditori in Lombardia (escludendo quindi chi è uscito dalla regione Lombardia, praticanti e professionisti autonomi), il tempo medio intercorso tra la laurea e l’avvio è di 141 giorni (un po’ meno di 5 mesi), dato confermato sia per i laureati triennalisti sia per i magistrali. Gli indirizzi che consentono un più veloce inserimento lavorativo sono quelli sanitari e ingegneristici (tempo medio per odontoiatria: 84 giorni; ingegneria dei materiali: 91), seguiti da economia (economia del turismo: 115) ed informatica (122), ovvero gli stessi indirizzi che presentano migliori performance in termini di percentuale occupati. Psicologia (176 giorni), filosofia (175) e architettura (173) invece le lauree che hanno bisogno di più giorni. Generalmente ai contratti più stabili, offerti in genere ai laureati più richiesti, sono associati tempi di inserimento più brevi. Specularmente i laureati meno richiesti si inseriscono più tardi e con contratti più deboli: tempo determinato, somministrato, collaborazione a progetto, collaborazione occasionale e tirocinio. L’andamento degli indirizzi non è però sempre coerente con le richieste del mercato: crescono alcuni degli indirizzi più ricercati, come quelli economici (+604 laureati) e paramedici (+188), ma diminuiscono i laureati nelle ingegnerie (-273), da sempre richiesti dalle nostre industrie manifatturiere.

A soffrire maggiormente della contrazione nella domanda di occupazione sono soprattutto le lauree umanistiche, scienze della comunicazione, scienze politiche, scienze motorie, economia del turismo e per l’ambiente e la cultura, poco richieste e con poche possibilità anche all’estero o come lavoratori autonomi, ma anche architettura, giurisprudenza e psicologia, che scontano numeri troppo elevati rispetto al bacino di riferimento costituito dalla popolazione del territorio. Ma difficoltà caratterizzano anche le lauree scientifiche, penalizzate da investimenti in ricerca in contrazione e persino indirizzi tradizionalmente “forti” come quelli economici, che devono fare i conti con una fase di incertezza che caratterizza molte imprese.  Nonostante i dati lombardi segnalino una diminuzione della domanda (-5%), la percentuale di neolaureati senza alcuna occupazione diminuisce (-1,7 punti percentuali: da 32,73% a 31,03%).

Questo avviene grazie soprattutto all’intensificarsi della “fuga all’estero” (che oramai tocca quasi 2 neolaureati lombardi su 100, quasi mille tra i neolaureati del 2010), che smentisce in qualche modo lo stereotipo di giovani incapaci di tagliare il cordone ombelicale, e alla crescente adattabilità a qualunque occupazione, come testimoniano l’aumento di stage (+0,18% in un anno: il 5,84% del totale dei neolaureati è stagista a un anno dalla laurea), nonché la recrudescenza del lavoro senza contratto (+2,2 punti percentuali in un anno, +1.000 neolaureati, per un totale del 4,05% delle situazioni occupazionali) e del lavoro occasionale. Confermano la non sempre elevata “qualità” delle posizioni lavorative anche i dati sulle qualifiche, con alte presenze di commesse, baristi e distributori di volantini. I cosiddetti “lavoretti” non sono solo un’esperienza del periodo universitario, utile a pagarsi gli studi o le vacanze, ma sono ormai una realtà per molti laureati. Tra le altre situazioni occupazionali, aumenta il ricorso all’apprendistato (+0,46%), una crescita che tuttavia è avvenuta primariamente a scapito del tempo indeterminato (-0,36%).

I laureati magistrali hanno tassi di occupazione lievemente più elevati rispetto ai triennalisti (1,7 punti percentuali in più), ma presentano generalmente contratti più deboli. Tra i laureati magistrali sono infatti molto meno numerosi i lavori dipendenti, sia a tempo indeterminato, sia a tempo determinato, e gli imprenditori; sono invece più numerose le collaborazioni a progetto, stage e praticantati, lavoro extra Lombardia e lavoro autonomo professionale. In questo senso sembra che il ricorso a tipologie flessibili cresca al crescere del livello di istruzione.

L’interruzione degli studi universitari non sembra pregiudicare significativamente l’occupabilità: rispetto ad un laureato la probabilità di trovare un’occupazione è ridotta di alcuni punti percentuali (51,1% per gli abbandoni rispetto al 53,5% per i laureati), soprattutto per chi proviene da un percorso liceale, ma in compenso si tratta in genere di una occupazione più stabile, a ulteriore riprova della relazione tra istruzione e flessibilizzazione del lavoro.
A distanza di 24 mesi dalla laurea il 25% ha un contratto stabile, ma permane una vasta area indefinita tra l’occupazione e la disoccupazione. Spesso i neolaureati sperimentano una variabilità di imprese (41%) e/o contratti ( 47,6%) che non facilita un percorso virtuoso. Quanto allo stage, il 26,3% si trasforma in altro contratto nella stessa impresa (nell’11,4% un tempo indeterminato, nel 6,9% un altro “contratto formativo”), il 39,6% cambia contratto e impresa e il 30% scompare.

In contro tendenza rispetto al passato diminuisce il numero di neolaureati che risultano imprenditori (-0,25%) nell’anno di laurea o a distanza di un anno dalla laurea, imputabile soprattutto al peggioramento delle opportunità offerte dalle imprese di famiglia. Questa riduzione degli imprenditori per cooptazione familiare è tuttavia parzialmente compensata da una crescita dei laureati che diventano imprenditori con l’avvio di una nuova attività a distanza di qualche anno dal conseguimento del titolo. Una crescita che sembra rappresentare anche una reazione ad un mercato del lavoro avaro, affidandosi alla propria creatività e iniziativa e costruirsi un’occupazione. Tra i laureati 2008 che nel 2011 risultano imprenditori, quasi il 30% lo è infatti diventato tra il 2010 e il 2011, per lo più provenendo da una situazione di occupazione instabile.

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