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Economy

La stagnazione in Europa. Come uscirne

sdogati

Il punto di vista del professor Roubini sulla crisi dell’Eurozona. Investimento in capitale umano, formazione e istruzione le leve per ripartire

Nell’accingermi a scrivere questo pezzo, sono andato a rileggere quanto scrivevo per questa rivista esattamente un anno fa: scoraggiante, avrei potuto copiare e incollare esattamente quell’articolo e nessuno se ne sarebbe accorto guardando alla situazione economica. Disoccupazione alta allora, ed oggi ancora più alta, debito pubblico ancor più alto di allora, prodotto interno lordo in caduta nonostante tutte le promesse di “stabilità”, recessione forte in Italia e in tutta l’Europa meridionale. Che dire? ma soprattutto, che fare?

Per rispondere a questo quesito prendo spunto da una lezione che il Professor Nouriel Roubini ha tenuto all’inizio di novembre al Politecnico di Milano. Roubini è attualmente Professore di Economia alla New York University Stern School of Business e non ha bisogno di presentazioni. La ragione per cui ritengo utile riportare per i lettori alcune delle opinioni di Roubini è che le cose che ci ha spiegato, pur da economista di rango qual è, sono così piene di buon senso che mi sono dovuto chiedere, ancora una volta, perché in questo nostro Paese esse siano tanto estranee al consenso affermatosi attorno a un programma che prevede recessione, pareggio di bilancio, dismissioni del patrimonio pubblico. Perché dobbiamo invitare economisti americani per sentirci suggerire ricette ‘normali’, siano essi Paul Krugman due anni fa o Nouriel Roubini oggi?

Il quesito nella mente di tutti è, ovviamente, perché questa crisi continui a colpire l’Europa e, in particolare, l’Eurozona. Gli Stati Uniti hanno certamente i loro problemi, tra cui l’ormai famoso “fiscal cliff” e un tasso di crescita non esaltante, ma l’Europa è in una situazione “media” di stagnazione e molti paesi sono in grave recessione. L’ipotesi presentata da Roubini è che quattro sono le ragioni principali del perdurare della crisi e sulle quali occorre intervenire al più presto:
L’austerità fiscale, un eufemismo per “politiche per la recessione”, la quale è stata troppo aggressiva nel breve periodo e che occorre compensare attraverso misure di segno contrario, in primo luogo tramite una maggiore spesa; La sopravvalutazione dell’Euro, il cui valore deve essere ridimensionato così da migliorare la competitività di prezzo dei prodotti realizzati nell’Eurozona; Una stretta creditizia messa in atto dalle banche, la quale deve essere allentata nei prossimi mesi se si vuole che l’economia riparta;
Una diffusa mancanza di fiducia tra tutti gli agenti economici e tra le imprese, fiducia che occorre ristabilire al più presto.

Il giudizio di Roubini sulle politiche adottate per contrastare la recessione e forse anche per far ripartire l’economia, è che la situazione sia leggermente migliorata negli ultimi mesi, grazie principalmente al fatto che: La BCE si è comportata in modo opportuno, fornendo liquidità al sistema bancario. Ciò nonostante, la sua azione è stata troppo limitata, e molto di più si sarebbe dovuto fare sia a livello quantitativo che qualitativo;
Il MES è stato progressivamente messo nelle condizioni di operare; Il progetto di un’unione bancaria merita sicuramente di essere portato avanti, purchè il regolatore sia consapevole che esso funzionerà tanto meglio quanto più chiaro sarà il suo obiettivo: ovvero, l’essere un primo passo importante verso un’autentica unione economica, politica e fiscale.

In breve, occorre ristabilire in fretta le condizioni per la crescita, ma questo non sembra essere all’ordine del giorno delle agende dei nostri governi da anni a questa parte, ormai. Che l’intervento dei governi, di segno opposto a quello attuale, sia urgente, è deducibile da un breve ragionamento basato sulla buona teoria economica.
Quattro sono i motori della crescita di un’economia: la spesa per consumi da parte delle famiglie, la spesa per investimenti da parte delle imprese, le esportazioni (al netto delle importazioni), e la spesa pubblica. Ovviamente, e i dati ce lo confermano ogni giorno, in una situazione di crisi che appare essere permanente, e di redditi in caduta, le famiglie riducono la propria spesa, aumentando i propri risparmi precauzionali; in un quadro di domanda decrescente le imprese non hanno interesse ad aumentare la capacità produttiva, e pospongono i piani di investimento; le esportazioni “tirano”, ma poco rispetto al passato, e le importazioni “tirano” di più. Cosa rimane? Cosa rimane per dare fiducia ai consumatori e alle imprese, per riavviare il processo di crescita, per generare quella fiducia che, ha ragione Roubini, in Europa abbiamo perso, consumatori e imprese? Rimane, ovviamente, il governo, che però è impegnato a raggiungere fantomatici quanto inutili ‘pareggi di bilancio’ (credo di aver sentito di sfuggita che il famoso ‘pareggio di bilancio’ non sarà raggiunto neanche nel 2013).

Parallelamente alla crescita, abbiamo bisogno di ripristinare il processo d’integrazione europea: senza maggiore integrazione, sostiene Roubini, il disastro non è poi così lontano. “Integrazione” in questo contesto sta per mutualizzazione del debito e condivisione del rischio, cioè, la forma di un’unione che accetti il principio fondamentale del trasferimento di risorse tra le sue regioni. Permettetemi di concludere l’articolo riportando la risposta del Professor Roubini alla domanda di una persona che, tra il serio e il faceto, chiedeva in quali attività finanziarie egli investisse i propri soldi. Delle tre risposte che Roubini ha dato, le prime due erano “normali”: diversificare il proprio portafoglio e, forse, sovrappesare le economie emergenti. La terza risposta è stata: “ … e soprattutto, investite in capitale umano, investite sulla vostra formazione, investite sulla vostra istruzione”. Noi tutti abbiamo apprezzato immensamente questa risposta, non da ultimo perché erano presenti alla lezione, tra centinaia di persone, numerosi studenti e numerosi imprenditori. Il messaggio è stato forte e chiaro, per i giovani quanto per le imprese.

Testo a cura di Fabio Sdogati – Docente di Economia Internazionale al Politecnico di Milano

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