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Architettura, la complessità lombarda

Giulio Ceppi_archiettura Milano
L’architettura come scienza del cambiamento, un’occasione che può partire da un’analisi della complessità lombarda. A dirlo è l’architetto Giulio Ceppi. Ceppi studia Visual Design alla Scuola Politecnica di Milano ed è dottore di ricerca in Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano. Dal 1996 è anche visiting professor all’Interaction Design Institute di Ivrea. Dal 2004 è’ direttore del Master in Business Design di Domus Academy. 
Ha tenuto numerosi cicli di conferenze e seminari di progetto in Italia ed Europa, Stati Uniti, America Latina e Giappone ed e’ stato docente incaricato presso le Università di Genova, Torino e Camerino.

Si occupa di progettazione sensoriale, design dei materiali e sviluppo di nuove tecnologie
La città come luogo di esperienza: la Lombardia è terra di architettura, soprattutto urbana. Come cambia la città negli ultimi anni?
Credo che la cultura architettonica non sia stata capace negli ultimi anni di esprimere una vera relazione con la città e con i suoi abitanti: Milano è l’esempio lampante di tale fallimento e dell’incapacità degli architetti di intervenire sulla vera identità del tessuto urbano e delle sue relazioni socioeconomiche.
Guardiamo a Milano come un grande organismo mal invecchiato, logoro ed artritico, ormai incapace di essere una città, se non per transumanza del passato, per eredità inconscia: vivere in Milano è abitare un reliquia, forse prossima ad essere sconsacrata.
Molta architettura contemporanea sembra infatti non aver colto una veritá, credo ai piú nota ormai: l’ambiente che ci circonda é il risultato di un processo cognitivo, non é il prodotto di una realtá esistente. Noi siamo il mondo, noi siamo lo spazio che percepiamo. Solo gli architetti sembrano non essersi resi conto di questa perfetta contemporaneitá tra oggetto e soggetto implicita nella “produzione” dello spazio, cercando invece di congelarlo molto spesso in esercizi di puro esibizionismo formale e linguistico.
La contrazione e la dilatazione che le nozioni di spazio e tempo hanno prodotto in questo nostro amato secolo, sono processi non astratti, ma che noi esperiamo e percepiamo attraverso il nostro stesso corpo, il primo spazio che ci troviamo ad abitare, a produrre.
Appare a tutti evidente come sia aumentato lo spazio delle mediazioni simboliche che i nuovi media ci hanno di volta in volta presentato: il nostro immaginario attuale é il frutto diretto di tali mediazioni, il nostro corpo ne é attraversato quotidianamente, provato cognitivamente da processi di decorporalizzazione e dematerializzazione sempre maggiori.
Questa é la città: non tanto un luogo, ma una “cintura protesica” che ci siamo  artificialmente creati intorno con satelliti, cablaggi ottici, onde radio e quant’altro, La città è oltre l’architettura, é uno spazio altamente tecnologico e massmediale, fortemente mediatizzato. Uno spazio che penetra fin dentro il nostro corpo, nelle nostre abitubini piú intime e personali, attraverso telefoni cellulari e tablet che modificano le nostre relazioni con il mondo, ne assottigliano i confini. Milano è ancora una volta esempio emblematico, città capitale del logorio lavorativo.
Mi sembra che lei rimandi ad ‘un’idea di architettura come qualcosa di sospeso tra spazio e tempo:  ma  dove sono allora gli architetti milanesi in questa grande alchimia digitale di fine secolo ?
Forse un po’ troppo vicini ad una lettura di natura irrimediabilmente concretista dell’architettura, per cui, parafrasando Gilbert Simondon, un oggetto tecnico (un architettura) é concreto tanto piú é connesso con le strutture che lo costituiscono.
Tanto piú aumenta la complessitá dell’oggetto in causa (e noi tutti sappiamo quanto oggetto complesso per eccellenza sia l’architettura della città), tanto piú cresce l’autonomia dell’oggetto dalla sua struttura e si richiede quindi la presenza di un operatore.
Questa é la banale veritá: l’assenza a monte nella cultura architettonica di attenzione alla percezione sensoriale e all’attivitá relazionale. Troppi architetti progettano per se stessi, per l’autofertilizzazione del linguaggio che hanno generato e da cui sono perdutamente dipendenti, a valle: un linguaggio  assolutamente concretista, definito per variabili formali, funzionali espressive, ma puramente spaziali, tridimensionali, totalmente incapaci di includere accadimenti cognitivi, aspetti di processo, elementi di temporalitá. Testimonianze” esistenziali” di uno statuto storico che l’architettura ha del tutto perduto, come le definisce Andrea Branzi. Troppo facile fare esempi, come le fontane di Aldo Rossi in via Manzoni, Luigi Caccia Dominioni in san Babila o Gae Aulenti al Cadorna: esempi del narcisismo formale, del congelamento linguistico.
Primato dell’occhio sul corpo, primato della pianta sul volume, primato della misura sulla sensazione, del fare sull’organizzare.
Architetture di puro spazio, ma senza tempo, prive di processo: architetture retiniche, come le ha giustamente definite Pallasmaa, e quindi incapaci di creare ambienti e luoghi.
Mi sembra che Lei sostenga una sorta di visione dell’Architettura come Scienza del cambiamento: cosa intende per lo spazio relazionale?
L’architettura contemporanea si presenta come incapace di gestire la complessitá sincronica di spazio e tempo, mentre noi ne siamo invece soggetti ed oggetti al tempo stesso. Di fatto ogni giorno ci proponiamo piú o meno consapevolmente il tema della rappresentazione sensoriale del mondo, ovvero di come valutare la nostra coscienza cognitiva in una realtá sempre piú differita e mediatizzata, fluida e complessa.
Nessuno vuole qui sostenere che compito ultimo dell’architettura sia solo dare risposte concrete a problematiche quotidiane, poiché indubbiamente il costruito si muove su altra scala, definibile per certo come monumentale, di lungo periodo.
Ma d’altro canto noi tutti i giorni percorriamo, abitiamo, “produciamo” architetture, e di questo ci aspettiamo che l’architettura e gli architetti si rendano per lo meno conto.
Non vale infatti la logica che se noi ci muoviamo troppo, siamo eccessivamente instabili cognitivamente, allora é meglio che l’architettura stia ferma, sia solida ed immutabile: tale approccio tolemaico porta ad un allontanamento tra i due soggetti (Fermati, o sole) o a violenti impatti frontali.
Occorre invece che l’architettura sappia cogliere ed interpretare il cambiamento e che in tal senso produca delle energie. Gli architetti devono cominciare a ragionare in termini di processi e possibilitá, rinunciando all’idea del controllo totale, dell’irrigidimento formale e linguistico che tutto congela e sistematizza.
Fluidificazione funzionale, progettazione delle diversitá, design dei servizi e delle interfacce sono le nuove attivitá capaci di attivare nuovi campi relazionali, di produrre energie che generino luoghi effettivamente abitabili.
Se oggi ognuno di noi é quindi attore piú o meno cosciente di quanto chiamiamo Scienza del cambiamento, soggetto attivo e reattivo in un mondo, ció accade in quanto la Natura seconda cambia ad una velocitá certamente maggiore della nostra capacitá di adattamento.
L’architettura deve essere non tanto interprete, ma piuttosto strumento di gestione in tale processo, evitando di opporsi con maestosa e autocelebrativa lentezza. L’architettura é un mezzo di analisi qualitativa, di regolazione attiva dei processi, di organizzazione della complessitá.
Lo spazio che dobbiamo progettare “non deriva da un progetto unitario, ma piuttosto da un modo di intendere la realtá, da un modo di smontarla e rimontarla, e dalla coscienza della caduta definitiva dei sistemi figurativi ( e narrativi) dell’architettura in quanto tale”
Lo spazio relazionale implica il superamento delle scale disciplinari e dimensionali dell’urbanistica, dell’architettura e del design, ma propone invece una dimensione in cui la piccola e la grande scala coincidono.
Si tratta allora di “disegnare l’invisibile, oppure di dare forma ad una specie di “disegno sensoriale “del mondo? Quali sono gli strumenti per fare questo?
Alle classiche qualitá hard del progetto, oggettive e misurabili per quantitá, integriamo per complementarietá le qualitá soft, relative e soggettive, qualitative in senso profondo: la valorizzazione dell’aspetto sensoriale legato alla percezione soggettiva della luce, del colore, delle sue proprietá acustiche, delle caratteristiche tattili e olfattive dei materiali e delle finiture che compongono un ambiente.
Non solo architetti e designer, ma anche artisti, psicologi e neurologi hanno recentemente indagato il tema delle qualitá sensoriali degli ambienti, evidenziando come la nostra cultura occidentale si sia dimenticata, con l’avvento del Moderno, della ricchezza sensoriale del mondo.
La sensibilitá odierna, irritata dall’eccesso di grigiore artificiale, sembra riscoprire le qualitá profonde dell’architettura, oltre gli stili e le accademie del gusto, verso spazi artificiali dotati di profonditá antropologica, occasione di esperienze sensoriali coscienti.
Ma il progetto delle qualitá sensoriali é legato inevitabilmente al problema della notazione delle qualitá sensoriali stesse: se noi tutti abbiamo un’esperienza diretta e incarnata della sensorialitá, nel progetto dobbiamo prevederne una restituzione attraverso dei mezzi di rappresentazione
Siamo quindi consapevoli che la rappresentazione dei sensi implica una riduzione della complessitá del tutto, una semplificazione rispetto alla percezione diretta: ma  d’altro canto si dimostra cosí la volontá culturale di dilatare e ampliare l’iter di progetto con una maggiore riflessione sulle qualitá finali dell’architettura, sulla sua “produzione”.
Se quindi i nostri sistemi di rappresentazione grafica, tramite prospettive, assonometrie, proiezioni e sezioni ci permettono un grandissimo e raffinato controllo formale della realtá, assai poco ci aiutano per tutto quanto coinvolge gli aspetti soft e soggettivi, le qualitá legate alla percezione energetica e sensoriale del mondo.  Serve  progettare nuovi strumenti che siano la conseguenza di grammatiche consapevoli sensorialmente, i filtri di nuove esperienze corporali coscienti.
Stiamo parlando di “nuove architetture sensoriali”?  Non tanto di costruire edifici, ma quasi di ridefinirne le percezioni?
Esatto. Occorre progettare grammatiche sensoriali, rimpossessarci di strumenti  che abbiamo forse perduto, inventarne di nuovi, traslare da altri campi disciplinari, come la musica, la scenografia, la letteratura…. Non si tratta essere nostalgici,  ma di attrezzare il nostro bagaglio tecnico e culturale per affrontare quanto l’accelerazione tecnologica ci impone, contrastando la piattezza patinata e retinica di tanta architettura d’oggi.
Ma non é il controllo sensoriale totale dell’architettura che si vuole raggiungere: per qualitá sensoriali intendiamo un percorso che gestisca differenze e discontinuitá, che lavori per eccesso e per difetto, ad alta e bassa definizione, capace di restituire all’uomo la consapevolezza di essere un sistema percipiente attivo e reattivo.
L’architettura sensoriale non é la tecnica subliminale per il bagno nel gusto artificiale corrente, americanizzando l’ideale avanguardistico della GesamkunstWerk, dell’opera d’arte totale. Ci interessa una forma di esperienza di una realtá complessa, occasione di organizzazione aperta di modi e ritmi non usuali: attenzione ai processi, non alle strutture. Ricerca, non metodologia.
Anche la cittá diventa allora un ambiente da leggere in termini di trasformitá (transformity), misurando gerarchie energetiche, cogliendone le entropie e progettandone la compatibilitá reciproche
L’architettura diventa quasi una sorta di  ipotetigrafia, proiezione che si fa ricezione: architettura non “per fare”, ma “per organizzare”. Da Lombardi dobbiamo andare oltre la Vitruviana di Leonardo, che rappresenta il Rinascimento alla perfezione, l’idea del controllo totale dell’uomo sull’ambiente.
Il disegno sensoriale del mondo é invece la gestione di un sistema aperto, fatto di interazione tra ascolto, pratiche di notazione e scelte forse invisibili a piú, ma che alludono a memorie profonde che fanno di noi ció che siamo oggi, e che saremo domani.
L’architettura come scienza del cambiamento, un’occasione che può partire da un’analisi della complessità lombarda. A dirlo è l’architetto Giulio Ceppi. Ceppi studia Visual Design alla Scuola Politecnica di Milano ed è dottore di ricerca in Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano.

Dal 1996 è anche visiting professor all’Interaction Design Institute di Ivrea. Dal 2004 è’ direttore del Master in Business Design di Domus Academy. 
Ha tenuto numerosi cicli di conferenze e seminari di progetto in Italia ed Europa, Stati Uniti, America Latina e Giappone ed e’ stato docente incaricato presso le Università di Genova, Torino e Camerino.

Si occupa di progettazione sensoriale, design dei materiali e sviluppo di nuove tecnologie.
La città come luogo di esperienza: la Lombardia è terra di architettura, soprattutto urbana. Come cambia la città negli ultimi anni?
Credo che la cultura architettonica non sia stata capace negli ultimi anni di esprimere una vera relazione con la città e con i suoi abitanti: Milano è l’esempio lampante di tale fallimento e dell’incapacità degli architetti di intervenire sulla vera identità del tessuto urbano e delle sue relazioni socioeconomiche.
Guardiamo a Milano come un grande organismo mal invecchiato, logoro ed artritico, ormai incapace di essere una città, se non per transumanza del passato, per eredità inconscia: vivere in Milano è abitare un reliquia, forse prossima ad essere sconsacrata.
Molta architettura contemporanea sembra infatti non aver colto una veritá, credo ai piú nota ormai: l’ambiente che ci circonda é il risultato di un processo cognitivo, non é il prodotto di una realtá esistente. Noi siamo il mondo, noi siamo lo spazio che percepiamo. Solo gli architetti sembrano non essersi resi conto di questa perfetta contemporaneitá tra oggetto e soggetto implicita nella “produzione” dello spazio, cercando invece di congelarlo molto spesso in esercizi di puro esibizionismo formale e linguistico.
La contrazione e la dilatazione che le nozioni di spazio e tempo hanno prodotto in questo nostro amato secolo, sono processi non astratti, ma che noi esperiamo e percepiamo attraverso il nostro stesso corpo, il primo spazio che ci troviamo ad abitare, a produrre.
Appare a tutti evidente come sia aumentato lo spazio delle mediazioni simboliche che i nuovi media ci hanno di volta in volta presentato: il nostro immaginario attuale é il frutto diretto di tali mediazioni, il nostro corpo ne é attraversato quotidianamente, provato cognitivamente da processi di decorporalizzazione e dematerializzazione sempre maggiori.
Questa é la città: non tanto un luogo, ma una “cintura protesica” che ci siamo  artificialmente creati intorno con satelliti, cablaggi ottici, onde radio e quant’altro, La città è oltre l’architettura, é uno spazio altamente tecnologico e massmediale, fortemente mediatizzato. Uno spazio che penetra fin dentro il nostro corpo, nelle nostre abitubini piú intime e personali, attraverso telefoni cellulari e tablet che modificano le nostre relazioni con il mondo, ne assottigliano i confini. Milano è ancora una volta esempio emblematico, città capitale del logorio lavorativo.
Mi sembra che lei rimandi ad ‘un’idea di architettura come qualcosa di sospeso tra spazio e tempo:  ma  dove sono allora gli architetti milanesi in questa grande alchimia digitale di fine secolo ?
Forse un po’ troppo vicini ad una lettura di natura irrimediabilmente concretista dell’architettura, per cui, parafrasando Gilbert Simondon, un oggetto tecnico (un architettura) é concreto tanto piú é connesso con le strutture che lo costituiscono.
Tanto piú aumenta la complessitá dell’oggetto in causa (e noi tutti sappiamo quanto oggetto complesso per eccellenza sia l’architettura della città), tanto piú cresce l’autonomia dell’oggetto dalla sua struttura e si richiede quindi la presenza di un operatore.
Questa é la banale veritá: l’assenza a monte nella cultura architettonica di attenzione alla percezione sensoriale e all’attivitá relazionale. Troppi architetti progettano per se stessi, per l’autofertilizzazione del linguaggio che hanno generato e da cui sono perdutamente dipendenti, a valle: un linguaggio  assolutamente concretista, definito per variabili formali, funzionali espressive, ma puramente spaziali, tridimensionali, totalmente incapaci di includere accadimenti cognitivi, aspetti di processo, elementi di temporalitá. Testimonianze” esistenziali” di uno statuto storico che l’architettura ha del tutto perduto, come le definisce Andrea Branzi. Troppo facile fare esempi, come le fontane di Aldo Rossi in via Manzoni, Luigi Caccia Dominioni in san Babila o Gae Aulenti al Cadorna: esempi del narcisismo formale, del congelamento linguistico.
Primato dell’occhio sul corpo, primato della pianta sul volume, primato della misura sulla sensazione, del fare sull’organizzare.
Architetture di puro spazio, ma senza tempo, prive di processo: architetture retiniche, come le ha giustamente definite Pallasmaa, e quindi incapaci di creare ambienti e luoghi.
Mi sembra che Lei sostenga una sorta di visione dell’Architettura come Scienza del cambiamento: cosa intende per lo spazio relazionale?
L’architettura contemporanea si presenta come incapace di gestire la complessitá sincronica di spazio e tempo, mentre noi ne siamo invece soggetti ed oggetti al tempo stesso. Di fatto ogni giorno ci proponiamo piú o meno consapevolmente il tema della rappresentazione sensoriale del mondo, ovvero di come valutare la nostra coscienza cognitiva in una realtá sempre piú differita e mediatizzata, fluida e complessa.
Nessuno vuole qui sostenere che compito ultimo dell’architettura sia solo dare risposte concrete a problematiche quotidiane, poiché indubbiamente il costruito si muove su altra scala, definibile per certo come monumentale, di lungo periodo.
Ma d’altro canto noi tutti i giorni percorriamo, abitiamo, “produciamo” architetture, e di questo ci aspettiamo che l’architettura e gli architetti si rendano per lo meno conto.
Non vale infatti la logica che se noi ci muoviamo troppo, siamo eccessivamente instabili cognitivamente, allora é meglio che l’architettura stia ferma, sia solida ed immutabile: tale approccio tolemaico porta ad un allontanamento tra i due soggetti (Fermati, o sole) o a violenti impatti frontali.
Occorre invece che l’architettura sappia cogliere ed interpretare il cambiamento e che in tal senso produca delle energie. Gli architetti devono cominciare a ragionare in termini di processi e possibilitá, rinunciando all’idea del controllo totale, dell’irrigidimento formale e linguistico che tutto congela e sistematizza.
Fluidificazione funzionale, progettazione delle diversitá, design dei servizi e delle interfacce sono le nuove attivitá capaci di attivare nuovi campi relazionali, di produrre energie che generino luoghi effettivamente abitabili.
Se oggi ognuno di noi é quindi attore piú o meno cosciente di quanto chiamiamo Scienza del cambiamento, soggetto attivo e reattivo in un mondo, ció accade in quanto la Natura seconda cambia ad una velocitá certamente maggiore della nostra capacitá di adattamento.
L’architettura deve essere non tanto interprete, ma piuttosto strumento di gestione in tale processo, evitando di opporsi con maestosa e autocelebrativa lentezza. L’architettura é un mezzo di analisi qualitativa, di regolazione attiva dei processi, di organizzazione della complessitá.
Lo spazio che dobbiamo progettare “non deriva da un progetto unitario, ma piuttosto da un modo di intendere la realtá, da un modo di smontarla e rimontarla, e dalla coscienza della caduta definitiva dei sistemi figurativi ( e narrativi) dell’architettura in quanto tale”
Lo spazio relazionale implica il superamento delle scale disciplinari e dimensionali dell’urbanistica, dell’architettura e del design, ma propone invece una dimensione in cui la piccola e la grande scala coincidono.
Si tratta allora di “disegnare l’invisibile, oppure di dare forma ad una specie di “disegno sensoriale “del mondo? Quali sono gli strumenti per fare questo?
Alle classiche qualitá hard del progetto, oggettive e misurabili per quantitá, integriamo per complementarietá le qualitá soft, relative e soggettive, qualitative in senso profondo: la valorizzazione dell’aspetto sensoriale legato alla percezione soggettiva della luce, del colore, delle sue proprietá acustiche, delle caratteristiche tattili e olfattive dei materiali e delle finiture che compongono un ambiente.
Non solo architetti e designer, ma anche artisti, psicologi e neurologi hanno recentemente indagato il tema delle qualitá sensoriali degli ambienti, evidenziando come la nostra cultura occidentale si sia dimenticata, con l’avvento del Moderno, della ricchezza sensoriale del mondo.
La sensibilitá odierna, irritata dall’eccesso di grigiore artificiale, sembra riscoprire le qualitá profonde dell’architettura, oltre gli stili e le accademie del gusto, verso spazi artificiali dotati di profonditá antropologica, occasione di esperienze sensoriali coscienti.
Ma il progetto delle qualitá sensoriali é legato inevitabilmente al problema della notazione delle qualitá sensoriali stesse: se noi tutti abbiamo un’esperienza diretta e incarnata della sensorialitá, nel progetto dobbiamo prevederne una restituzione attraverso dei mezzi di rappresentazione
Siamo quindi consapevoli che la rappresentazione dei sensi implica una riduzione della complessitá del tutto, una semplificazione rispetto alla percezione diretta: ma  d’altro canto si dimostra cosí la volontá culturale di dilatare e ampliare l’iter di progetto con una maggiore riflessione sulle qualitá finali dell’architettura, sulla sua “produzione”.
Se quindi i nostri sistemi di rappresentazione grafica, tramite prospettive, assonometrie, proiezioni e sezioni ci permettono un grandissimo e raffinato controllo formale della realtá, assai poco ci aiutano per tutto quanto coinvolge gli aspetti soft e soggettivi, le qualitá legate alla percezione energetica e sensoriale del mondo.  Serve  progettare nuovi strumenti che siano la conseguenza di grammatiche consapevoli sensorialmente, i filtri di nuove esperienze corporali coscienti.
Stiamo parlando di “nuove architetture sensoriali”?  Non tanto di costruire edifici, ma quasi di ridefinirne le percezioni?
Esatto. Occorre progettare grammatiche sensoriali, rimpossessarci di strumenti  che abbiamo forse perduto, inventarne di nuovi, traslare da altri campi disciplinari, come la musica, la scenografia, la letteratura…. Non si tratta essere nostalgici,  ma di attrezzare il nostro bagaglio tecnico e culturale per affrontare quanto l’accelerazione tecnologica ci impone, contrastando la piattezza patinata e retinica di tanta architettura d’oggi.
Ma non é il controllo sensoriale totale dell’architettura che si vuole raggiungere: per qualitá sensoriali intendiamo un percorso che gestisca differenze e discontinuitá, che lavori per eccesso e per difetto, ad alta e bassa definizione, capace di restituire all’uomo la consapevolezza di essere un sistema percipiente attivo e reattivo.
L’architettura sensoriale non é la tecnica subliminale per il bagno nel gusto artificiale corrente, americanizzando l’ideale avanguardistico della GesamkunstWerk, dell’opera d’arte totale. Ci interessa una forma di esperienza di una realtá complessa, occasione di organizzazione aperta di modi e ritmi non usuali: attenzione ai processi, non alle strutture. Ricerca, non metodologia.
Anche la cittá diventa allora un ambiente da leggere in termini di trasformitá (transformity), misurando gerarchie energetiche, cogliendone le entropie e progettandone la compatibilitá reciproche
L’architettura diventa quasi una sorta di  ipotetigrafia, proiezione che si fa ricezione: architettura non “per fare”, ma “per organizzare”. Da Lombardi dobbiamo andare oltre la Vitruviana di Leonardo, che rappresenta il Rinascimento alla perfezione, l’idea del controllo totale dell’uomo sull’ambiente.
Il disegno sensoriale del mondo é invece la gestione di un sistema aperto, fatto di interazione tra ascolto, pratiche di notazione e scelte forse invisibili a piú, ma che alludono a memorie profonde che fanno di noi ció che siamo oggi, e che saremo domani.
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