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Economy

La formazione in tempo di crisi

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Fino al 2009 era difficile che mi trovassi in aula top manager pronti e attenti per apprendere competenze manageriali quali la leadership, l’agire il cambiamento o il public speaking. Il più delle volte mi trovavo con amministratori delegati e la loro squadra per fare attività di team building, in posti molto belli o in barca a vela.

Sono due anni che non salgo in barca a vela con dei top manager e invece mi ritrovo con loro in aula a discutere su come migliorare le proprie capacità, competenze e performance.
L’aspetto che ha cambiato tutto è la crisi.
Parola talmente inflazionata che rischia di assumere un significato sfumato e poco chiaro.
Sulla managerialità di alto livello delle aziende ha impattato su tre fronti:
  • Incertezza del futuro, anche prossimo.
  • Messa in discussione di alcuni paradigmi manageriali.
  • Necessità di raggiungere risultati sempre più difficili con meno risorse.
Questi tre aspetti hanno richiesto competenze nuove mettendo in discussione comportamenti e strumenti di lavoro che fino a poco prima funzionavano molto bene ed ora risultano inadeguati.
Vediamo meglio nel dettaglio i tre aspetti e le relative risposte formative per meglio gestire questo momento epocale.
Nei manuali di economia e marketing ancora oggi si legge che si devono definire le strategie a dieci anni. Siamo abituati a vedere presentati da grandi aziende “piani industriali” a tre anni quando le incertezze macroeconomiche ci rendono difficile capire dove saremo e come saremo tra tre mesi.
Da qui la necessità di acquisire strumenti per interpretare il futuro, definire delle strategie e dei piani che diano una direzione all’azienda precisa e contemporaneamente siano estremamente flessibili ed adattivi ai cambiamenti improvvisi e inattesi. Competenze nuove che distruggono il paradigma “facciamo così perché ha già funzionato” e mettono in discussione il tema dell’esperienza passata come caposaldo per agire nel futuro.
Tra i paradigmi manageriali che sono stati messi in discussione negli ultimi anni quello più significativo è quello che riguarda la leadership.
Anche qui parola abusatissima che spesso crea confusione.
Leader in questo momento è chi riesce ad essere un faro e una guida per i propri collaboratori, ma anche per gli azionisti ed il mercato. Bisogna avere delle capacità straordinarie di visione, capacità di motivare e di motivarsi e un’ottima propensione all’innovazione e ai rischi che ne conseguono.
Tutte caratteristiche che è statisticamente improbabile avere naturalmente e che quindi vanno acquisiste in un percorso di crescita professionale.
Ultimo elemento è quello di riuscire ad ottenere risultati maggiori con meno risorse. Equazione apparentemente impossibile che invece, e chi lavora a determinati livelli lo sa, è possibile.
Per lavorare in questa direzione bisogna esplorare soluzioni ancora mai tentate, sono necessarie capacità creative che devono poi essere contestualizzate e portate a decisioni che abbiano ottime possibilità di essere giuste ed adeguate.
Lo sviluppo della creatività, anche per ruoli manageriali gestionali, diventa fondamentale ed è possibile accelerarlo attraverso attività formative non tradizionali.
Anche la formazione ha dovuto cambiare i suoi paradigmi e quindi per i top manager e per questo tipo di competenze diventano inutili sia le slide sia la lezione frontale classica.
Spazio quindi alla discussione in stile socratico, alla maieutica, alla contaminazione di altri mondi attraverso le testimonianze e alle metodologie esperienziali.
Insomma tutto cambia e continuerà a cambiare sempre più velocemente. Questa è l’unica certezza che dobbiamo cercare di governare acquisendo sempre strumenti nuovi.
A cura di Giampaolo Rossi
Business&Gentlemen

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