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Internazionalizzazione

Il Brasile: un monito per tutto il mondo occidentale

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Può la sesta economia mondiale in termini di PIL nominale, la settima per potere d’acquisto, quella che dal 2006 cresce in modo esponenziale, pari mediamente al 25 %, quella che possiede giacimenti petroliferi con riserve di circa 9 miliardi di barili e che ha raggiunto col suo prodotto interno lordo, circa tremila e cinquecento milioni di dollari, il quinto posto nel panorama mondiale, diventare scenario di scontri e tensioni sociali che non solo hanno tenuto “sotto scacco” il Paese governato da Dilma Rousseff, ma che hanno fatto tremare le diplomazie internazionali? Può. Il Brasile, l’ha fatto, in un giugno caldissimo di proteste e rivendicazioni.

In un Paese dove l’economia è, indiscutibilmente, “in salute”, dove la democrazia non è a rischio e dove si spenderà, e molto, per  i prossimi eventi di risonanza mediatica, i Mondiali 2014 e le Olimpiadi 2016, che daranno lustro e porteranno sicuramente benefici, in tutti i sensi, al Brasile…. allora perché? La protesta è iniziata proprio da quì, l’eccessivo investimento per le manifestazioni, un flusso di denaro che toglierà fiato e linfa alla sanità, all’istruzione, ma anche più semplicemente alle conclamate realtà di chi le competizioni sportive nemmeno se le potrà vedere nelle Favelas dove vive e dove sopravvivere è già un miracolo.

Quindi, potremmo aggiungere, il Brasile come l’Egitto, come la Turchia, tanto per citare alcuni dei più recenti teatri, se non fosse che il Brasile è un Paese, appunto, ricchissimo da sempre e con una potenzialità naturale fuori dall’ordinario. Ricchezza che potrebbe risolvere le problematiche concrete e quotidiane del proprio Paese in modo indiscusso se non fosse che tale ricchezza è monopolio assoluto di chi detiene il potere, lo applica e lo esercita. Storia di questi mesi, storia di questi secoli.

Uno dei temi che stanno infiammando la discussione sociale è la sempre più persistente concentrazione di questa ricchezza in mano a poche persone col risultato di un progressivo impoverimento, invece, della restante popolazione. Ed è proprio il Brasile, in questi mesi, che ci sta dimostrando, come, nonostante una straordinaria crescita dell’economia interna, ci si stia avvicinando ad una progressiva, e pericolosamente rapida, ulteriore riduzione del tenore di vita delle classi “a rischio”, creando, inoltre, una nuova piattaforma sociale, che dal “middle” si sta equiparando sempre più alle fasce basse.

In definitiva, in Brasile, come in altri Paesi, non è sufficiente che la ricchezza complessiva  cresca in modo numerico ma è necessario che questa crescita sia distribuita in modo sostanzialmente equo nel resto del Paese, dovunque e comunque sia.

Ecco, quindi, che la crescita di un Pil nazionale non è il solo parametro da considerare per la valutazione del benessere di un Paese ma diviene esso stesso elemento fondante, collante, aggregatore nella distribuzione tra le diverse classi sociali. E’ e diviene un flusso sociale prima che economico.

A questo punto mi sorge un dubbio…. Stavamo parlando del Brasile o dell’Italia?

Stavamo parlando del Brasile, sì, ma, forse, non siamo poi così lontani. O almeno lo siamo in termini numerici e chilometrici e non siamo fratelli in quanto a benessere e crescita. Ci accomuna, invece, la disuguaglianza sociale, il corollario di una stagnazione e di una decrescita del potere di acquisto della middle class.

Possiamo, dobbiamo, intervenire e come? Solo con opportune politiche fiscali. Bisogna lavorare su più fronti, ma è assolutamente importante  passare da una tassazione del reddito ad una tassazione del patrimonio. Il motivo potrebbe risultare banale, ovvero il rilancio dei consumi può avvenire solo liberando risorse economiche dalle classi meno abbienti con una tassazione sui patrimoni accumulati fino ad ora. E’ indispensabile che vengano cambiate le tassazioni attualmente esistenti fra coloro i quali investono nelle nostre imprese con una drastica riduzione della pressione  fiscale con un contemporaneo innalzamento della tassazione delle pure rendite finanziarie di solo capitale.

Ed infine, last but not least, ricorderei a tutte le forze politiche della loro promessa di ridurre la tassazione del reddito da lavoro dipendente e delle pensioni per consentire un innalzamento della capacità di spesa della famiglia.  E’ un tema che tocca molti cittadini, molto sentito.

Poche e coraggiose scelte politiche sono indispensabili per consentire di guidare il mercato del lavoro e dell’impresa verso una ripresa che altrimenti rischia di trasformare quel residuo di speranza che ancora conserviamo in pura disperazione.

Perché come scriveva Jean-Paul Sartre: “Il lavoro migliore non è quello che ti costerà di più, ma quello che ti riuscirà meglio”.

Almeno proviamoci!

di Stefano Mazzocchi

 

 

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