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Architettura - Design

​Rinnovare gli archetipi: una via felice per l’innovazione all’Italiana

ceppi

Avere una storia e confrontarsi con essa, a breve o lungo termine, è una strategia vincente per produrre innovazione, rinnovando la propria cultura ed identità attraverso alcuni milestones.

Oggetti memorabili e unici, archetipi funzionali o immaginari che siano. Tuttavia occorre rimetterli in gioco ed in circolo. Ne è convinto Giulio Ceppi, direttore del Master in Business Design di Domus Academy che ci racconta il perchè in questa intervista.

Cosa vuol dire fare innovazione in Italia? Esiste un rapporto particolare ad esempio tra il nostro passato ed il nostro futuro?

Siamo un paese con una forte tradizione, profondamente legato al proprio passato e alla Storia, e forse a volte ci dimentichiamo di quanto ciò sia un booster potentissimo ed esclusivo per innovare. Innovare non è infatti solo sinonimo di inventare dal nulla e rivoluzionare l’esistente tout court: spesso innovare è la capacità di riscrivere il passato, l’archetipo, il noto, in forma nuova, riferendosi ad un passato ma in forma radicalmente diversa. Se pensiamo alla storia della pittura o dell’architettura ciò è evidente: Giotto non reinterpretava i temi del suo maestro Cimabue ma introducendo nuove tecniche e colori, qualcosa che prima non c’era?

Quindi sostiene che non si inventa mai nulla di nuovo? Che l’archetipo è un assoluto?

Non esattamente, ma diciamo che ad esempio nella storia della pittura i temi religiosi su cui i pittori si confrontano sono sempre gli stessi: annunciazioni, natività, crocefissioni, vite dei santi…Nell’architettura Palladio non reinterpreta secoli dopo il classico? Così non fece Canova in scultura? Allora dovremmo cominciare a ragionare seriamente su quanto vale un archetipo ed esserne in qualche modo considerati i custodi ed i possessori: l’archetipo è un riferimento assoluto e certo, che può essere reinventato e reinterpretato all’infinito. Almeno questo vale quando ci si riferisce alla storia. Può farci un esempio recente a dimostrazione del valore dell’archetipo come elemento di riferimento per il nuovo? Recentemente il nuovo brand BBooks ha lanciato una sfida frontale all’idea del libro in quanto libro, per come l’abbiamo ereditato fisicamente dai tempi di Gutemberg: come ripensare il libro in quanto oggetto? Non quindi un Ebook, ma un nuovo formato oggettuale di libro: nel caso della prima collezione la risposta sono state 9 sfere in essenze pregiate di legno ognuna in 9 pezzi e che contiene al suo interno un codex, ovvero l’archetipo precedente all’invenzione dei caratteri mobili. La stampa qui avviene però digitalmente in continuo e su un tessuto non tessuto, privo di memoria di forma: il tutto protetto da un chip anticontraffazione che dialoga con il tuo cellulare.

Quindi è errato considerare l’archetipo come sinonimo di passato?

Rifarsi ad un archetipo sembra in prima istanza un gesto conservatore, ma non è tale operazione quando si compie un ragionamento attivo e dinamico sul valore dell’archetipo stesso. D’altronde se qualcosa è diventato archetipo, ciò è accaduto perché qualcuno a suo tempo ha innovato, ha agito in maniera concreta tracciando una strada nuova, che assume poi il valore referenziale di un nuovo archetipo. Non è forse un archetipo oggi l’IPhone, di Apple tanto quanto in passato lo era uno Startac di Motorola? La storia del design e degli oggetti industriali è piena di esempi in tal senso: chiaro che oggi la velocità propositiva brucia a volta la durata di quanto sembra essere un archetipo, riducendone la vita rispetto a soluzioni che attraversano indenni i secoli, anzi che con il tempo si rafforzano sempre più. Allora l’archetipo per lei è una sorta di milieu di riferimento, quasi una sorgente di infinite possibili reinterpretazioni: allora è un qualcosa di grande valore, di altamente prezioso ed insostituibile? Assolutamente! Non bisogna perdere memoria dei propri archetipi e la forma migliore per fare ciò è appunto la continua reinterpretazione degli stessi, non lasciandoli abbondonati a se stessi. Pensate al valore di un’automobile come la Porsche 911, che ha saputo rinnovarsi con continuità negli ultimi 50 anni: sempre identica e sempre diversa, un poco come la nave degli Argonauti. Mentre qualcuno ha brutalmente fallito nella celebrazione del proprio archetipo, come nel caso della Volskwagen Beatle, in cui si è banalmente scaduti in un revival estetico primo di veri contenuti. L’industria europea dell’automobile ha usato l’archetipo a obsolescenza rapida come politica per combattere lo strapotere commerciale giapponese: si pensi anche alla recenti operazioni Mini e 500, che paradossalmente trasformano l’auto in un accessorio di moda.

Lei di fatto sta sostenendo che il nuovo viene sempre necessariamente dal vecchio? Che è implicitamente la Storia a garantire il futuro?

Avere una storia e confrontarsi con essa, a breve o lungo termine, è una strategia vincente per produrre innovazione, rinnovando la propria cultura ed identità attraverso alcuni milestones. oggetti memorabili e unici, archetipi funzionali o immaginari che siano. Tuttavia occorre rimetterli in gioco ed in circolo, non celebrarli in maniera passiva e puramente nozionistica. La storia è viva e genera innovazione e trasformazione, come chi fa ed innova può a sua volta presumere di arrivare a generare nuovi archetipi. Forse sono due facce della stessa medaglia e in un Paese carico di storia come il nostro, dovremmo avere la cultura e l’intelligenza di capire che siamo già pieni di innovazione, che la portiamo nel nostro Dna. Ancora una volta guardando il settore alimentare e la lezione di Slow Food possiamo capire che nel nostro patrimonio storico abbiamo elementi a cui possiamo dare nuova vita e garantire un futuro, relazionando locale e globale, materiale e virtuale, analogico e digitale.

Qual è allora un messaggio per i giovani innovatori del nostro paese?

Dobbiamo solo saper vedere le cose con il giusto sguardo e capire che spesso chi ha innovato prima di noi lo ha fatto guardando qualcuno prima di lui e così via, in una catena di relazioni che ci spinge verso il futuro, e non verso il passato, come ci verrebbe facile credere. Il passato è nel non fare nulla. Agire con coraggio porta verso nuovi archetipi.

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