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Economy

Il sistema delle Start Up in Italia

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Innovazione come salvezza dalla crisi e dal pessimismo sociale in cui ci troviamo. In tempi di crisi le certezze quali il posto fisso ed il reddito di lungo termine, sono una chimera sempre meno auspicabile, soprattutto per i giovani. Dunque nasce la necessità darsi da fare, di sperare in un sogno “italiano” che ricalchi i canoni di quello americano. In questo contesto nascono le iniziative di nuove idee mirate a diventare imprese e che si basano sui principi del nuovo mondo, fatto di tecnologie nuove (soprattutto quelle della condivisione democratica delle informazione tramite la rete) e di sistemi di sviluppo, teoricamente, ben accessibili a tutti. Ai giovani si lanciano da piu’ parti input di coraggio e spinta alla creazione di iniziative high tech, non privi di buon senso se si valuta il fatto che, come dice Rifkin nel suo ultimo libro sul costo marginale zero della nuova economia, nella nuova societa’ di internet delle cose i costi di gestione sociale ed economica che si basano sulla rete sono prossimi allo zero.

Il target, come dicevamo, è il modo americano, californiano di gestire nuove imprese e nuove tecnologie, che nascono in modo informale e poi trovano la via di espansione globale a livello planetario, con un trend che sembra inesorabile. Ma come purtroppo spesso accade in Italia in questo meccanismo c’e’ qualcosa che non va. Gli dati ultimi sugli investimenti in start up tecnologiche in Italia nel 2014 sono diminuiti del 15%, e rimangono molto al di sotto di quelli di altri paesi, 1/5 di quelli in UK, 1/8 di quelli francesi, la meta’ circa di quelli impiegati in Spagna, tanto per fare alcuni esempi tangibili (dati di Italia Start up e Osservatorio Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano). Dati inesorabili che dimostrano come un pensiero piu’ approfondito debba essere fatto in modo veloce e mirato. Calano gli interventi di Venture Capital (quelli forse piu’ a medio termine) e crescono invece quelli di Family Office e Business Angels (quelli generalmente con un target di piu’ veloce realizzo). Ma la voglia di innovare e provarci c’e’ in Italia, soprattutto tra i giovani, e gli esempi sono evidenti anche in settori ad altissima tecnologia, come il farmaceutico, il biomedicale, fino all’astrofisica. In piu’ si registra anche una tendenza di start upper minorenni che, ancora liceali, lavorano ad idee innovative, constringendo il legislatore a iniziare a riflettere su normative piu’ adeguate nel rapporto tra imprese e minore eta’. In questo contesto il limite piu’ grande e’ quella che potremmo chiamare la “Sindrome dei garage”, ovvero la consapevolezza errata che il modello da seguire per lo sviluppo di idee e start up e’ quello della Silicon valley anni ’80 e degli Steve Jobs, che soli e dentro dei garage bui e isolati generavano e disegnavano il futuro. In realta’, se si va a verificare il sistema dei centri di ricerca e delle universita’ californiane (da Berkeley a Stanford) si capisce come il processo e’ molto piu’ strutturato, orientato al supporto continuo dalla generazione delle idee (con sessioni che affrontano argomenti tecnologici specifici) allo sviluppo in ottica business, fino ad arrivare ai contatti con venture capitalist e tycoon, che mettono a disposizione le cifre necessarie e credibili e che aiutano a creare l’humus tra le idee e il mondo del business. Se si parla con chiunque si occupi di start up si capisce subito che il problema piu’ grande per il successo delle idee, non e’ la capacita’ di avere e generare “tecnologia” ma di svilupparla con risorse mentali e finanziarie corrette, applicate con il giusto metodo alle logiche del mondo economico, delle imprese e del mercato. Avere un’idea innovativa non vuol dire saperla sviluppare e questo è spesso il limite dei giovani start upper, sufficientemente giovani per dominare la tecnologia ma spesso immaturi per saperla sviluppare lato business. Con questi presupposti e’ fondamentale avere un approccio che coinvolga tutti gli stakeholder (i portatori potenziali di interesse) di un progetto di start up, cosi come avviene per le normali imprese di successo. Non e’ solo un tema di mancanza di risorse finanziarie, perche’ quelle sono una conseguenza della assenza di un network sistemico che opera costantemente e nella direzione della creazione del valore. Questo network dovrebbe essere un combinato disposto di attivita’ svolte da istituzioni pubbliche (universita’, enti di sviluppo, centri di ricerca) e organizzazioni private (con e senza scopo di lucro), centri ricerca, fondazioni, etc.., con l’obiettivo di dare impulso e supporto al cosiddetto “primo miglio”, ovvero la prima fase in cui si rende “praticabile” un’idea e la si indirizza già verso il mercato.

Questa è la fase più delicata in cui si fa fatica ad avere finanziatori e in cui avere o no la corretta determinazione e intuizione nel definire già il mercato di sbocco, significa creare o distruggere il potenziale di successo. Da qui partono processi che devono gestire e valutare la reale accessibilità alla tecnologia richiesta dall’idea, la pianificazione di tempi, impegno e costi, ma soprattutto la scelta di commercializzazione della stessa che può essere differenziata e sicuramente determinante. Non bastano le Istituzioni pubbliche ma anche quelle private devono focalizzarsi su questo concetto di network, con questi obiettivi, coinvolgendo da subito tutti i giusti stakeholder, anche quelli con scopo di lucro ancora oggi spesso paradossalmente visti come una “minaccia” da alcuni enti pubblici, ma che devono essere più coinvolti, facendosi loro stessi attori di questi processi, non in logica di mecenatismo ma di lungimiranza imprenditoriale. L’assenza forse più limitante non è quella delle istituzioni pubbliche ma di quelle private, senza le quali manca il giusto pungolo allo sviluppo delle idee, come avviene negli USA con fondazioni e venture capitalist, molto più focalizzati. In Italia esistono già soggetti che a vario titolo e più o meno organizzati (incubatori, acceleratori….) operano, ma sono spesso isole e non parte di un sistema.

Tutto ciò può e deve portare ad una maggiore credibilità che stimoli meglio investitori e risorse, e che chiuda il gap tra innovazione e imprenditorialità giovanile. Infine una valutazione sulla mancanza delle risorse finanziarie, gia’ discusse all’inizio. Una ultima considerazione va rivolta al ruolo degli enti governativi, non per strutturare nuove regole e agevolazioni sul comparto delle start up high tech giovanili, ma per valutare bene la contribuzione finanziaria di alcuni di essi come della Cassa Depositi e Prestiti. La CDP ha assunto negli ultimi anni un ruolo di investitore (diretto o indiretto) in equity di imprese e settori strategici o meritevoli di tale attenzione, con l’obiettivo di dare un boost o proteggere aziende, occupazione e piani di crescita. All’interno del settore delle start up la CDP potrebbe mettere a disposizione un bgt annuale da assegnare ai suddetti network piu’ efficaci ed efficienti, sempre in ottica economico finanziaria e non di puro mecenatismo. Ma per richiedere questo nuovo schema di gioco serve un nuovo e coraggioso stakeholding system. Si consideri, comunque, che l’investimento totale annuo in equity di start up a livello nazionale e’ di poco inferiore ai 130 milioni di euro, ammontare poco significativo rispetto sia agli altri paesi, sia alle potenzialita’ dell’innovazione nel nostro paese.

 

Articolo di Francesco Trovato, Direttore di Fondazione 2015

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