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Marketing e Comunicazione

Il paradosso del capo. Una figura essenziale specializzata nella “despecializzazione”

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Nella società della conoscenza la produzione intellettuale ha in gran parte sostituito quella materiale.
Cosa significa concretamente? Che il valore delle merci è determinato in misura minore dalla materiale produzione degli oggetti (capitale/lavoro) e in misura prevalente dalle attività immateriali: innovazione (processo, ricerca, mercato), servizio, brand, marketing, licenze, comunicazione, ecc. Questa prevalente parte immateriale è presidiata dai cosiddetti operatori della conoscenza.

In che cosa consiste il loro lavoro?
In buona sostanza l’output che ci si aspetta da un lavoratore della conoscenza è la complessa combinazione delle sue capacità e conoscenze con le specificità che derivano da situazioni, problemi o applicazioni fino ad arrivare alla produzione creativa o innovativa. Si tratta certamente di un lavoro, ma affatto diverso da chi è deputato a svolgere un compito particolare o a produrre un oggetto materiale.

Il knowledge worker, per poter svolgere efficacemente le proprie attività, non può avere troppe costrizioni o modelli organizzativi vincolanti, altrimenti viene meno la componente creativa e innovativa che ci aspettiamo da lui.

Veniamo al tema. In questo contesto si ha ancora bisogno del capo? E qual è il suo ruolo?
Alla prima domanda dobbiamo rispondere: certamente, e più di prima! Laddove infatti il modello organizzativo è centrale per la produzione, in linea ipotetica, potremmo anche farne a meno, se tutti gli operatori svolgessero diligentemente il lavoro assegnato e non intervenissero fenomeni inattesi.

Se la nostra produzione è invece intellettuale, il modello organizzativo diviene labile e il capo (il leader, come si suole dire) è essenziale.

Egli infatti è tenuto a raggiungere risultati eccellenti e, per farlo, deve amalgamare competenze sofisticate e spesso molto diverse tra di loro. Competenze che fanno capo a delle persone con il loro carattere, le loro aspettative e aspirazioni, le loro paure e gelosie.
Ebbene tutte queste risorse devono convergere sinergicamente e armoniosamente verso le finalità desiderate.

Ecco il ruolo del leader: saper mettere insieme, ottimizzare, amalgamare, guidare risorse intellettuali eccellenti, con competenze diverse verso il risultato atteso. E’ come un abile pastaio che mescola burro, farina, latte, uova e deve dare una forma a qualcosa che scivola tra le mani, scorre sulla tavola e che deve raccogliere continuamente ed inglobare senza stancarsi mai, fino a dare al tutto la forma e la consistenza voluta.

Il punto è che, per giunta, tutto questo lo fa pur essendo sicuramente e per definizione molto più ignorante nelle materie presidiate dalle persene che coordina.

Ecco il paradosso: il manager di ieri era la persona che conosceva più del suo sottoposto che a lui si rivolgeva in caso di problemi, il capo di oggi è il più ignorante di tutti e le sue conoscenze sono superficiali, ma la sua grande specializzazione sta nella capacità di dare forma alle conoscenze specialistiche degli altri, ricavandone un valore maggiore della somma dei suoi componenti. Egli quindi non può operare semplicemente impartendo degli ordini, farebbe solo disastri.

Come direbbe Steve Jobs: “Perché ho scelto il migliore specialista in questo campo se devo essere io a dirgli come deve fare?!”

La specializzazione del capo quindi parte necessariamente da una premessa di “non specializzazione”. Né potrebbe essere altrimenti poiché è impossibile per chi guida un progetto complesso o un’intera azienda essere più bravo dei suoi sottoposti nei singoli mestieri e attività che coordina. Nello stesso tempo però deve essere sommamente specializzato nell’arte di indirizzare lo sforzo di tutti verso i risultati attesi dell’azienda. Insomma, specializzato nella despecializzazione!
Angelo Pasquarella – Ad Projectland
Business&Gentlemen

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