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Sull’immigrazione, di Fabrizio Amadori

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Il dado è tratto.
Soli in Europa, ma c’era da aspettarselo.
La Francia prima bombarda (con Sarkozy) e poi scappa: l’ondata di profughi è dovuta soprattutto al crollo del regime di Gheddafi. I francesi sono i primi responsabili, e il loro disinteresse rispetto alla questione che hanno contribuito a creare è davvero insopportabile. Soprattutto se si aggiunge che i Nostri, non paghi, continuano a fare guai, e stanno sostenendo tuttora la parte avversa a quella sostenuta in Libia dal Governo italiano.

In qualche modo siamo in guerra indiretta con la Francia, solo che non lo si dice. La Francia, si sa, è ben presente militarmente nell’Africa occidentale. Gli mancava la Libia, che era sotto l’influenza economica italiana, e ora ha finalmente messo fine a tale situazione.

Perché non vogliamo vedere in faccia la realtà e dire che la Francia è un problema per l’Italia? Perché non dire che i diritti che la Francia rivendica quando si tratta di comprare aziende nel nostro Paese non fanno il paio con quelli che dovrebbe concedere all’Italia quando si tratta di vendere? La Francia è un problema, con la sua smania di esistere alla propria maniera, con “grandeur”, e con questa sua meschina voglia di stare sotto i riflettori durante gli incontri bilaterali con la Germania usando l’Unione europea come palco.

Voglio dire: se l’Unione europea doveva servire per far fare passerella, e da cassa di risonanza, agli amici francesi e tedeschi ogni volta che si incontrano per rimarcare una trazione a due ancora tutta da verificare, ebbene, forse era meglio non crearla.

A questo punto occorre fare qualcosa di decisivo contro, sì contro, la Francia, che, temo, capisca solo il linguaggio della forza, parafrasando una frase collegata da sempre ai russi sovietici. Un primo passo l’ha compiuto il ministro Calenda, uno dei pochi buoni di questo Governo, decidendo di usare lo stesso protocollo utilizzato dalla Francia rispetto alle aziende che vogliono comprare nel nostro Paese, a partire da quelle degli “amati” cugini (o amata “sorella”, come definisce l’Italia una canzone francese, ohibò).

Ora occorre fare di più sia sulla breve che sulla media e lunga distanza. Cosa vuol dire media e lunga distanza? Investire in ricerca e tecnologia. Richiamare i nostri scienziati e artisti. Costruire tutte le strutture necessarie per rendere il più possibile autonoma l’Italia, a partire dalla questione energetica, con particolare riferimento alla dipendenza verso la Francia che di energia ne ha da vendere grazie alle sue centrali nucleari.

L’energia è una questione cruciale per un paese come il nostro, i suoi costi pesano sulla produzione delle industrie italiane, che senza un simile taglieggiamento da parte dei nostri diretti concorrenti d’oltralpe in molti mercati del mondo sarebbero molto, ma molto più competitive. Ma gli italiani, si sa, sono dei pecoroni superficiali, e quando hanno votato contro le centrali nucleari hanno solo guardato al rischio di radiazione, e al modo per evitarlo: che naturalmente non è quello di non costruire centrali in Italia dato che quelle degli altri Paesi sono spesso sui nostri confini. In caso di esplosione potremmo essere esposti quanto e più dei popoli che le ospitano: peccato che non siamo esposti ai benefici della loro produzione di energia.

Tra le cose da fare per rendere di nuovo grande questo paese ci sarebbe il grande sforzo – da affidare alle tante organizzazioni italiane, e in primis alla Protezione civile – di fare formazione a questi migranti, quasi tutti giovani e forti: perché infatti non pensare ad un nostro piano Marshall dove a questi ragazzi che scappano per motivi umanitari, ma anche economici, venga data una possibilità economica seria? Quale? Quella, ad esempio, di ripopolare la dorsale appenninica fatta di tantissimi villaggi deserti da cui i giovani italiani scappano.

Ripopolarla creando tra questi giovani immigrati nuovi contadini, allevatori, meccanici, elettricisti, idraulici. Alcuni di questi ragazzi sono già formati, e dare loro la possibilità di formarne direttamente altri potrebbe essere importante per far cadere le ultime diffidenze. L’Italia cresce poco anche da un punto di vista demografico, e il superamento francese nei confronti della nostra economia è dato anche da un superamento demografico, impetuoso nei territori d’oltralpe (in 40 anni 10 milioni di francesi in più contro cinque di italiani).

Il ripopolamento dei territori abbandonati potrebbe essere un fattore di svolta per la crescita nostrana, da fondare maggiormente su agricoltura e turismo, fatta salva l’oculata organizzazione da parte dello Stato, che certo non dovrà far diventare tali villaggi sugli Appennini dei centri abitati musulmani né delle enclave per terroristi.

Si tratta semplicemente di una proposta. Per intanto, in attesa che il Governo si muova, io lo faccio nel mio piccolo decidendo di non andare più come turista in Francia: se i francesi non vogliono gli immigrati che hanno contributo a rendere tali, non avranno neppure un italiano come me che, invece, non hanno ancora il potere di costringere a fare alcunché.

Quanto alla recente notizia che l’Austria intende mandare l’esercito sul Brennero, ebbene, mi si permetta una citazione da Hemingway, per chiarire cosa pensi io degli austriaci e del loro esercito: “L’esercito austriaco era stato creato per regalare vittorie a Napoleone; a qualunque Napoleone. Avrei voluto che avessimo un Napoleone, ma invece avevamo Il Generale Cadorna, grasso e prosperoso, e Vittorio Emanuele, l’ometto dal lungo collo sottile” (“Addio alle armi”, Mondadori 2007, p.41).

Ebbene – mi chiedo -, chi sarà il nostro Napoleone o, meglio ancora, il nostro George Marshall?

Fabrizio Amadori

Redazione Cobalto

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