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Il debito pubblico italiano, tra i più rischiosi in Europa

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Sembra incredibile, ma ad ottobre 2017 il debito pubblico italiano, o meglio il debito delle amministrazioni pubbliche rappresentato economicamente dall’esposizione di uno Stato e di altri soggetti pubblici nei confronti di soggetti economici terzi ( creditori quali  nazionali, Stati esteri, individui imprese e banche) ha sfiorato i 2.290 miliardi di euro. Valore che ha collocato, di fatto, il debito pubblico italiano nella situazione di essere tra i più rischiosi in tutti i paesi europei, inclusi quelli che durante la crisi avevano chiesto il sostegno finanziario della Troika (escluso la Grecia). Nello specifico, per valutare l’entità, bisogna raffrontarlo e metterlo a confronto rapportandolo al Pil, ovvero al prodotto interno lordo di una nazione.

Oggi ci troviamo di fronte ad un nuovo record; l’astronomica cifra di 2.290 miliardi di Euro risulta essere pari a più del 130% del nostro pil ovvero lo Stato italiano è riuscito a creare, ad oggi, 35.000 Euro di debito a testa per i 60 milioni di italiani che vivono nella penisola: importo da economia post conflitto bellico che nella nostra stria si era registrato solamente nel periodo tra il 1919 e il 1924. Parliamo di un mostro! Il debito pubblico è cresciuto nel corso del tempo con cadenze impensabili, pesava circa il 30% del Pil negli anni 70, passando dal 65% nel 1982, al 120% nel 1994, fino al 130% del 2008.

Ma quali sono le principali cause? Secondo chi scrive è il risultato di una vera e propria bulimia delle amministrazioni centrali dello Stato, degli ingiustificati ed ingiustificabili deficit che si registrano nel mezzogiorno d’Italia, i quali si aggirano in maniera costante oltre il 30%. Oggi ci costa circa 80 miliardi di Euro all’anno, il che di fatto va a vanificare gli sforzi di ogni immaginabile avanzo primario. Basti pensare che la manovra economica del 2018 sarà pari a 28 miliardi! Trattasi di una situazione insostenibile in un mercato globale, integrato e competitivo ai massimi livelli. Ciò pone di fatto le aziende nazionali di successo a spostarsi in paesi dove il costo del finanziamento industriale è più basso. Ciò accade con la delocalizzazione, la cessione di ramo di azienda; la fusione con aziende estere e quindi di fatto lo spostamento della sede in un altro paese economicamente più sicuro. Ecco quindi che anche gli investimenti nazionali si rivolgono a paesi esteri, dove incidono anche altri fattori come il costo del lavoro, la produttività, l’efficienza della amministrazione pubblica ed in ultimo ma non per importanza la rapidità della giustizia. Da tutto ciò si evidenzia come un Paese ad alto indebitamento pubblico non risulta attraente per chi vuole investire, creare un’impresa e quindi posti di lavoro. Di fatto la riduzione del debito pubblico è un componente irrinunciabile ed essenziale per una sana politica industriale. E’ giusto a questo punto concludere con una famosa nota di un politico molto discusso e forse discutibile, ma dotato di un proverbiale pragmatismo in fatto di economia e finanza Giulio Andreotti. In occasione della conclusione del Consiglio Europeo di Maastricht, dichiarava : “Il Trattato sarà la linea guida per le politiche interne; deve essere per noi quello che non è stato l’art. 81 della Costituzione le cui violazioni oggi pesano”. Pragmaticamente Andreotti, già a quell’epoca attestava l’ignavia, l’impotenza ma anche la complicità di un’intera classe politica di un paese a voler vedere ed affrontare il problema.

 

Articolo di Fabio Accinelli

Redazione Cobalto

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