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Speciale COVID19

Lession learned: e se si ammala la globalizzazione?

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Se c’è una lezione che il virus ci ha insegnato è che il mondo interconnesso e globalizzato in cui viviamo non è perfetto. Intorno al 20 febbraio, quando la Cina annunciava la ripresa delle attività produttive, in realtà – come avvisava la Fondazione Italia Cina – si palesava una riapertura molto parziale, con al massimo il 20% della forza lavoro sulle linee dei colossi manifatturieri di Stato e la metà in quelle delle industrie private.
Anche se il lockdown non si fosse esteso all’Occidente come purtroppo è avvenuto dopo, era già evidente che la dipendenza europea e italiana dalla Cina come fornitore avrebbe provocato danni alle imprese. Nel documento della Fondazione leggiamo che “la decisione del governo cinese di estendere la chiusura delle attività dopo le festività del Capodanno e di cancellare le rotte aeree in entrata e uscita dal Paese ha generato un effetto sulla produzione di beni di consumo, beni high- tech e industria tessile dove la Cina gioca un ruolo centrale nelle catene di approvvigionamento.L’interruzione della produzione in questi settori ha un effetto avverso sia sulle commesse per i ritardi e cancellazioni delle consegne sia sulle materie prime, merci e beni intermedi, obbligando le compagnie a trovare fornitori alternativi”.

Le nostre imprese dipendono dalla Cina

La regione dello Hubei, tanto per fare l’esempio più eclatante – tutto il mondo lo ha scoperto grazie al Covid-19 – è uno dei maggiori centri di produzione di componentistica auto e a Wuhan ci sono sedi di case auto di tutto il mondo: il gruppo cinese Dongfeng, la giapponese Honda Motor, la francese PSA Group, l’americana General Motors, la tedesca Bosch e l’italiana Magneti Marelli.

La Cina da almeno due decenni investe per diventare la fabbrica del mondo e ci è riuscita: per un costo del lavoro decisamente inferiore sono riusciti a rappresentare fornitori più convenienti o hanno attratto imprese da tutto il mondo che hanno delocalizzato nel Paese. Che poi, negli anni, ha sviluppato altri vantaggi competitivi, come tecnologie avanzate e una infrastruttura logistica senza uguali. Inevitabile che tutto il mondo produttivo si rifornisse o guardasse in qualche altra misura al Celeste Impero. Poi lo choc del Coronavirus ha messo in luce quanto questo ecosistema possa essere insostenibile. E le aziende italiane che dalla Cina dipendono hanno dovuto in molti casi interrompere la produzione perché erano a corto di componenti e materie prime, prima della chiusura forzata stabilita dal governo italiano delle fabbriche locali. Allo stesso modo i magazzini, perché la logica del just in time lo impone, sono spesso al limite e non consentono di lavorare molto a lungo se non arrivano continuamente gli stock dall’Oriente.

Se accelera il back reshoring

Ci auguriamo che il mondo torni a crescere e a prosperare come era prima della pandemia, intanto però proviamo a trarre qualche insegnamento che possa essere utile anche a chi fa impresa indicando una strategia per il futuro. Il fenomeno del back reshoring, ovvero della rilocalizzazione delle imprese, non è nuovo: secondo il rapporto di Eurofound “Reshoring in Europe 2015-2018” l’Italia, con 39 casi nel periodo di analisi, segue la Gran Bretagna (44 casi) in testa alla classifica del contro-esodo. Si trattava, fino all’ultima rilevazione, di un fenomeno di nicchia con motivazioni dettate da un’esigenza di ritorno alla qualità rappresentata dal made in o dalla necessità di riportare occupazione in patria. Ma le crisi accelerano i processi e non è escluso che la rilocalizzazione, spinta dalla necessità di esercitare un maggior controllo sulle supply chain, potrebbe assumere dimensioni diverse nei prossimi anni. Restituendo forza al modello di distretto, tipico italiano, che è ciò che differenzia positivamente la nostra industria da tutte le altre.

Come BorsadelCredito.it ha già ribadito più volte, i cambiamenti che abbiamo vissuto in queste ultime settimane avrebbero richiesto forse dieci anni per concretizzarsi e diventare stabili. Probabilmente la rilocalizzazione di alcune produzioni chiave per l’Italia – nel lusso, nella meccanica, nell’hi-tech – sarà un bene e aiuterà a uscire prima e con più forza dal tunnel della recessione.

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