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Parma, Firenze, Bergamo: i progetti Smart City le promuovono nella classifica ICity Rate di FPA

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Una nuova ricerca, tutta italiana, sui temi di Innovazione, Smart City e Trasformazione Digitale: FPA ha presentato la propria visione relativamente agli impatti dello sviluppo di progetti “smart” sulle città italiane, prima fra tutte Parma.

Secondo la classifica di ICity Rate 2017, Parma è la nona città più “smart” d’Italia. Dal ritratto di Smart Benchmarking – il percorso di analisi, approfondimento e confronto per definire l’agenda urbana di lungo periodo realizzato per la città da FPA – presentato presso l’Auditorium del Palazzo del Governatore e riportato sulla Gazzetta di Parma, emergono i buoni risultati raggiunti in merito agli obiettivi di sostenibilità fissati dall’ONU per il 2012. Welfare e servizi al cittadino, riduzione delle disuguaglianze e crescita del territorio sono, da quanto afferma Gianni Dominici, Direttore Generale di FPA, i principali traguardi della città; gli obiettivi dell’Agenda 2030 e lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU, secondo il Sindaco di Parma Federico Pizzarotti, rappresentano una priorità per l’attuale amministrazione. Per diventare a tutti gli effetti una Smart City Parma punta sull’idea di condivisione. La città, nel 2030, sarà più ricca di aree verdi e dedicherà più risorse alla Smart Mobility al fine di migliorare la qualità dell’aria, gli sprechi energetici e il numero di automobili alimentate a carburante fossile, investendo in alcuni progetti di mobilità sostenibile come quelli sulla ciclabilità e sull’uso di fonti alternative alle tradizionali, a partire dal parco dei mezzi pubblici: iniziative per le quali si classifica all’ottavo posto tra le città italiane.

Parma, inoltre, occupa il primo posto in classifica per quanto riguarda gli interventi a contrasto della povertà; si piazza invece al settimo a livello di metodo partecipativo e capacità di fissare obiettivi e politiche condivise; al quarto per l’attenzione al suolo e al territorio, all’undicesimo per l’occupazione, al dodicesimo per i rifiuti e al diciannovesimo per la crescita economica.
La città si trova al di sopra della media regionale su povertà, occupazione, ricerca e innovazione, mobilità sostenibile, rifiuti, suolo e territorio, istruzione, governance e partecipazione e crescita economica, mentre ottiene risultati inferiori alla media regionale negli ambiti acqua e aria, energia, cultura e turismo, trasformazione digitale, verde urbano e legalità.

Tra i traguardi ottenuti da Verso l’Agenda 2030 – Parma al 2030 ci sono la diminuzione del consumo del suolo e la riduzione della produzione di rifiuti procapite sotto la media UE. Manca poco al raggiungimento di altri obiettivi, come l’aumento della percentuale d’occupazione relativamente alla fascia d’età 24-60. Un altro fattore di spicco è il valore dell’internazionalizzazione produttiva, più alto del doppio rispetto alla media nazionale. Anche il credito delle imprese nel 2016 è due volte quello del resto d’Italia. Parma è vicina agli obiettivi ONU anche per quanto concerne la Digital Transformation, in particolare per i progetti di diffusione della banda larga a 30 e a 100 Mbps e connettività, riduzione degli incidenti su strada e raccolta differenziata. Lontana dagli obiettivi dell’Agenda 2030 (e sotto la media nazionale) per quanto riguarda, invece, dispersione idrica, consumi elettrici e rinnovabili. Rappresenta un punto critico la qualità dell’aria: ancora troppo alti i livelli di PM10 e le polveri sottili PM2.5.

Terza e sesta posizione nella classifica delle Smart City italiane per Firenze e Bergamo
Nominata terza Firenze, che prevede per il 2030 un miglioramento delle proprie criticità (la qualità dell’aria e dell’acqua e l’emergenza abitativa) e un potenziamento dei propri punti di forza (tra cui il turismo sostenibile, l’istruzione e l’occupazione). Secondo quanto dichiarato su Forumpa.it, dall’indagine presentata da Smart Bechmarking a Palazzo Vecchio emerge l’interesse della città per le politiche ambientali, gli investimenti nel Digital e l’Innovation nel campo della Governance. Il capoluogo toscano si posiziona meglio di Milano in quanto a energia, verde pubblico e gestione dei rifiuti urbani, legalità e sicurezza urbana. Da anni impegnata nella Digital Transformation, la città ha raggiunto ottimi risultati sul piano degli Open Data, in termini di numero di dataset liberati e capacità di utilizzo per generare valore. Molto buono anche l’utilizzo della rete wi-fi. Bisogna lavorare ancora sul tema della dispersione idrica: il comune ha avviato un progetto di distrettualizzazione della rete idrica urbana, con investimenti per sostituire le arterie principali e dotarsi di tecnologie più sofisticate per migliorare il monitoraggio della rete e individuare le aree di rottura attraverso i satelliti. Tra i principali progetti in corso, vanno segnalati quelli finalizzati al calo delle emissioni di CO2, alla diminuzione dei consumi energetici e allo sfruttamento delle rinnovabili, alla riduzione del consumo del suolo, all’ampliamento della ciclabilità urbana e del Bikesharing e al potenziamento della raccolta differenziata.

Sesto posto, invece, per Bergamo. Forumpa.it riporta la relazione di Smart Benchmarking presentata al Parco Scientifico Tecnologico Kilometro Rosso, secondo cui nel 2030 la città sarà in grado di offrire un più alto standard di servizi e di potenziarsi dal punto di vista del temi di Energia e Smart Mobility. Tra i target raggiunti da Verso l’Agenda 2030 spicca la riduzione della dispersione idrica. Bergamo eccelle per quanto riguarda innovazione, crescita economica e Smart Mobility, mentre deve ancora lavorare sulla qualità dell’aria e il consumo del suolo (problematiche su cui, però, riesce a piazzarsi prima di Milano). Tra i principali progetti di Digital Transformation analizzati da Smart Benchmarking ci sono l’avanzato sistema di Teleriscaldamento, l’illuminazione pubblica efficiente e smart, il sistema di gestione dei rifiuti, i sensori della rete IoT, il controllo e la programmazione del sistema di illuminazione cittadina, un servizio wi-fi pubblico capillare e gratuito e, infine, la promozione turistica attraverso i social network. Sono in fase di sperimentazione soluzioni di Smart Parking, monitoraggio ambientale (sensori per la qualità dell’aria, livelli di acqua, rumore, ecc.) e una rete avanzata per la sicurezza urbana. Vanno segnalati, ancora, gli Open Data e i servizi digitali del Comune, il nuovo portale della città il cui lancio è previsto per l’inizio del 2018, PagoPA per i pagamenti digitali e Spid, che permetterà ai cittadini di accedere al sito comunale con una pagina personale di dialogo con tutte le Pubbliche Amministrazioni locali. Infine, per quanto riguarda la Smart Mobility, la Linea tramviaria della Valle Brembana (T2), il Treno metropolitano Ponte San Pietro-Seriate, il servizio di trasporto locale elettrico della “Linea C”, il sistema di gestione ZTL, l’estensione della pedonalizzazione, il sistema di Bikesharing BiGi, il sistema di bigliettazione elettronico e le emettitrici di bordo con moneta e carta di credito, il sistema di infomobilità, quello di gestione della sosta, sequenze semaforiche flessibili sulla base del traffico cittadino.

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EconomyVarie

Bilancio delle imprese nel 2017

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Milano seconda in Italia con 299 mila imprese attive ma prima per addetti. Lombardia, prima con il 16% delle imprese nazionali e il 24% degli addetti. Prime in regione, dopo Milano, Brescia, Bergamo e Monza e Brianza
In Italia prime Roma, Milano, Napoli e Torino. Primi settori: commercio, costruzioni, attività immobiliari e manifatturiero

Con oltre 299 mila sedi d’impresa attive (5,8% del totale nazionale), Milano si colloca al secondo posto nella classifica delle province italiane per numero di imprese, dopo Roma che ne ha 355 mila (6,9%), ma è prima per numero di addetti con 2,1 milioni (12,4% nazionale) contro gli 1,5 milioni (9,1%) di Roma, che è seconda secondo i dati della Camera di commercio. Al terzo posto ci sono Napoli per imprese (238 mila, 4,6%) e Torino per addetti (733 mila, 4,4%). Il territorio di Monza e Brianza è 17° in Italia per numero di imprese (64 mila) e 23° per addetti (233 mila). Lodi ha 15 mila imprese e 42 mila addetti. E se sono stabili a 5,2 milioni le imprese nazionali, crescono le città maggiori, a Napoli +1,6% pari a 3.842 imprese attive in più, Roma +1,3% (4.423 imprese in più), e Milano +0,9% (quasi 2.793 imprese in più). Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi su dati del registro delle imprese al terzo trimestre 2017 e 2016.

Le imprese lombarde. La Lombardia chiude il 2017 con 818 mila imprese attive e 3,9 milioni di addetti. È la prima regione in Italia per concentrazione di imprese, il 16% del totale nazionale, e addetti, il 24% nazionale. La seguono per imprese Lazio e Campania con quasi mezzo milione di imprese l’una (9% italiano), Emilia Romagna e Piemonte con circa 400 mila l’una. Per numero di addetti dopo la Lombardia vengono Lazio (1,8 milioni), Veneto (1,6 milioni) ed Emilia Romagna (1,5 milioni). Tra le province dopo Milano che è prima con 299 mila imprese e 2 milioni di addetti, vengono Brescia (con 107 mila imprese e 402 mila addetti) e Bergamo (con 85 mila imprese e 376 mila addetti). Monza e Brianza è quarta con 64 mila imprese, viene poi Varese con 62 mila. Il settore che pesa di più è il commercio con 197 mila imprese, seguito da costruzioni (134 mila) e manifatturiero (97 mila). Quindi il settore immobiliare (67 mila imprese) e l’agricoltura (46 mila). In un anno crescono soprattutto il settore della fornitura di energia (+4,1%), servizi di supporto alle imprese (+3,7%) e istruzione (+3,5%).

Come cambiano le imprese in un anno. Crescono dello 0,9% le imprese a Milano tra 2016 e 2017, contro una sostanziale stabilità lombarda (+0%) e italiana (-0,1%). Crescono gli addetti, +6% a Milano, +4,1% in Lombardia e +1,8% in Italia. In crescita anche Monza e Brianza, +0,4% le imprese e +2% gli addetti. Tra i settori che pesano di più, si trovano il commercio (75 mila imprese tra ingrosso e dettaglio a Milano, 16 mila a Monza e Brianza, 3.500 a Lodi), le costruzioni (41 mila a Milano, 12 mila a Monza, 3 mila a Lodi), le attività immobiliari (30 mila a Milano, 6 mila a Monza e mille a Lodi) e manifatturiere (29 mila a Milano, 9 mila a Monza e Brianza e 1.500 a Lodi).

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Economy

Bankitalia e Consob, accuse a vicenda

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Consob guidata da Giuseppe Vegas, con sede a Milano ha il compito specifico dei vigilare sulle attività di borsa e di mercato per tutelare i risparmiatori. Bankitalia, fino all’avvento della BCE e quindi dell’euro, si occupava di stampare lire: oggi ha il compito di vigilare direttamente sulle banche per garantire la stabilità e la sicurezza del sistema con una funzione diretta per la tutela del risparmio.
Ad una semplice, ma veritiera lettura, si intuisce che sia Consob che Bankitalia hanno compiti di controllo simili. Detta collaborazione funziona (o dovrebbe funzionare) con un interscambio preciso ed esaustivo di informazioni. Oggi, invece, accade che il direttore generale della Consob, Angelo Apponi, ed il capo della sorveglianza di Bankitalia Carmelo Barbagallo si accusino a vicenda, senza esclusione di colpi, nel merito del dissesto delle due banche venete. Fino a venerdì u.s. entrambi i responsabili hanno parlato singolarmente davanti ai membri della Commissione Bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario. Dopodiché la Commissione ha votato a maggioranza la trasformazione delle audizioni dei due responsabili in testimonianze ai sensi di quanto previsto dal codice di procedura penale. Fino a qui Barabagallo ha spiegato che era stata la vigilanza puntuale della Banca d’Italia ad aver rilevato lo stato di criticità che si stagliava sia su Veneto Banca che su Popolare di Vicenza. Bankitalia infatti aveva accertato, documentalmente, il fenomeno capzioso delle cosi dette “operazioni baciate ”: cioè l’acquisto di azioni della banca tramite finanziamente diretti dello stesso Istituto. Quindi Barbagallo ha acclarato il comportamento corretto di Bankitalia la quale ha fatto tutto quello che era nei suoi poteri azionando ispezioni ad hoc, informando la magistratura nel merito e dando contezza documentale anche alla Consob di tutto quanto rilevato. In risposta a questa affermazione di Bankitalia, però, Consob ha replicato che Bankitalia, nella realtà, non abbia fatto assolutamente capire, alla Consob, quale fosse il reale stato dell’arte in seno alle due banche. Appare chiaro, quindi, che sia Bankitalia che Consob erano perfettamente a conoscenza entrambe di quello che stava accadendo sia a Vicenza che a Montebelluna. Ad attestare ciò vi sono le carte che Casini, presidente della Commissione, vuole acquisire e che dimostrano inconfutabilmente che sapevano cosa stesse acacdendo tutte e due gli organi di sorveglianza.
Martedì 14 Novembre si è aperto in Commissione, il caso MPS. Al termine delle prime sedute su questo caso di Consob e Bankitalia seguirà l’audizione dei magistati che stanno indagando sulla banca senese.
Come sempre vi è da rilevare come i potenti d’Italia premevano affinché sulla vicenda di Vicenza e Montebelluna “le cose” non prendessero una brutta piega. Ciò fino a quando non è intervenuta l’Europa.
In tutta questa querelle alla fine molti hanno convenuto che era meglio spennare il povero risparmiatore facendogli intendere che le azioni delle due banche che lui era costretto ad acquistare se voleva, di fatto, avere un fido, potevano valere fino a 62 Euro. Una vera e propria truffa con i baffi!

Articolo di Fabio Accinelli

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Marketing e Comunicazione

Black Friday? Parole alle neuroscienze

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Il rituale dello shopping dagli Stati Uniti è diventato un “must” anche in Italia. Anche la sua variante tecnologica del “Ciber Monday” è un “cult” per gli acquisti digitali. Venerdì 24 Novembre negozi, grande distribuzione ed e-commerce proporranno sconti importanti sui loro prodotti. Di solito un -30%. Alcuni hanno anticipato il “venerdì nero” e terranno prezzi ribassati fino a domenica. Perché i consumatori amano il black Friday? Alcune nuove risposte arrivano dalla Neurovendita. Il campo che lega neuroscienze e business.
Il Nobel per l’economia, Richard Thaler, ha dimostrato che oltre al piacere per l’acquisto esiste un piacere aggiunto legato all’idea di aver fatto un “buon affare”. Sapere di comprare ad una cifra vantaggiosa, genera nel consumatore un benessere ulteriore, che supera quello linearmente connesso all’acquisto. Immagina un cliente che voglia acquistare un nuovo televisore. Ha 400 euro di budget. Comprerà? Secondo la teoria economica classica, si, se il piacere connesso al possesso della nuova TV supera il dolore legato al pagamento. E’ la massimizzazione dell’utilità. Il cervello umano non è così razionale. Se il cliente sa che fino a 2 settimane prima quella TV aveva un prezzo di 520 euro, si attiva un ulteriore dinamica. Oltre al piacere connesso all’acquisto, proverà un ulteriore sensazione di benessere legata all’idea di aver scovato l’affare, di aver risparmiato 120 euro rispetto al valore iniziale del bene. Si tratta di un processo completamente irrazionale. Infatti la logica imporrebbe di stimare il rapporto tra costi reali (400 euro) e benefici soggettivi. Tuttavia sentirsi “fighi” per aver scovato l’affare aumenta l’autostima e accresce la propensione all’acquisto.
Anche il rimpianto gioca un ruolo. Il cervello umano è costruito per non provare rimpianti. Il rimpianto è l’emozione negativa legata alla perdita di un’opportunità. E’ il dolore per un’occasione mancata. La riduzione del prezzo di un bene lo rende accessibile a più clienti. Il cervello gioca d’anticipo. Non vuole soffrire scoprendo che un certo oggetto non è più disponibile. Ed ecco allora che si precipita ad acquistare. Evitare di rimpiangere guida il comportamento d’acquisto. Il Black Friday è l’innesco che spinge a comprare, mossi dall’evitare di rimpiangere di non trovare più ciò che vogliamo.
Se si considera l’Effetto Gregge, il successo del “venerdì nero” è ancora più potente. Il cervello umano tende ad imitare. E’ un automatismo funzionale a garantire le relazioni sociali. Imitare è il modo migliore per funzionare in un gruppo. Il cervello lo sa ed inconsapevolmente ci fa comportare come se facessimo parte di un “gregge”. Se tutti comprano per il black Friday. Anche io comprerò durante il Black Friday. E’ la naturale tendenza a copiare inconsapevolmente i comportamenti degli altri, per essere accettati e sentirsi parte della società.
Le ricerche della Neurovendita dimostrano che gli acquisti del “Black Friday” non sono frutto di un’analisi razionale. Le persone non comprano perché matematicamente risparmiano. Non si tratta di logico rapporto tra costi e benefici. Rimpianto, autostima e imitazione sono le vere ragioni che determinano il successo di questa giornata cult dello shopping planetario.

Testo di Lorenzo Dornetti 

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Economy

Il valore reale dell’Azienda evoluzione da capital value a intangibles value

Businessman with laptop

La misurazione del valore può essere data dal mercato ( market value ) o essere soggettiva ( intangible value ) ed è quest’ultimo quello più difficile da misurare.

Per la misurazione del valore intangibile si potrebbe partire dai core values, ovvero dal sistema di idee ( knowledge ), attività e attributi ( capabilities ) considerati importanti nel formare l’azione dell’impresa in genere. Azioni che si trovano formalmente nello statement of core values, la dichiarazione del sistema di valori propri dell’impresa. L’Azienda è parte di un eco-sistema meglio conosciuto come catena del valore ( value chain ). Un modello che permette di descrivere la struttura di una organizzazione come un insieme limitato di processi.

Teorizzato da Michael Porter nel 1985 nel suo best-seller “Competitive Advantage: Creating and Sustaining Superior Performance”. La catena del valore è l’insieme delle attività necessarie per produrre e commercializzare beni e servizi. Gli asset intangibili non descrivono l’insieme di beni immateriali di un’Azienda ma, piuttosto, una serie di risorse non facilmente traducibili in termini finanziari. Negli asset intangibili di un’organizzazione possiamo comprendere:

  • Capitale Umano, inteso come le conoscenze, le abilità e le esperienze delle persone e può essere strettamente individuale ma anche dell’organizzazione.
  • Capitale Organizzativo, l’insieme di conoscenze che rimangono all’impresa.
  • Capitale Relazionale Esterno, rappresentato dal valore dei rapporti con la clientela, con i fornitori, con i business partner, con i centri di ricerca & sviluppo.
  • Capitale Sociale, la fiducia prodotta dalla socialità, le interazioni sociali e le istituzioni formali create dalla socialità.
  • Proprietà Intellettuale, che comprende i brevetti, i marchi registrati e i diritti di copyright in possesso dell’azienda.

La continuità aziendale è fondamentale per gli equilibri socio-economici della comunità in un mondo sempre più competitivo, fluido e glocalizzato ( come lo definisce Zygmunt Bauman sociologo polacco ).

La competizione globale ha reso i mercati più liquidi e come scrive Zygmunt Bauman, noto sociologo e filosofo britannico nell’introduzione del suo libro Vita Liquida ( ediz. Laterza 2006 ), lesituazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure”.

Diventa difficile poter dominare i cambiamenti repentini degli scenari mondiali dovuti a cambi di governo, rivoluzioni sociali, crisi internazionali, default finanziari, eventi naturali, competitorship aggregative (esempi sono Apple, Google e Oracle diventati player plurisettoriali in competizione con i loro fornitori e Clienti). In tempi di crisi la riduzione dei prezzi, dei lead time, degli stock e l’allungamento dei pagamenti sono fattori che non fanno la differenza, se ottenuti al di fuori di una strategia complessiva. Il marketing (compreso quello di acquisto) è uno dei key pillars del sistema che Philip Kotler, in Marketing Decision-Making impostando lo studio da un punto di vista manageriale, fa evolvere da funzione aziendale a processo di gestione dell’impresa.

Deflazione, cali produzione, stretta creditizia, sofferenza nei pagamenti, fallimenti e concordati preventivi sono mine vaganti per la sopravvivenza delle Aziende.

Poter contare su Clienti e fornitori affidabili è decisivo soprattutto se si opera in mercati complessi, competitivi, globalizzati dove è forte la concorrenza anche per gli acquisti.

Sulla base di tali premesse un numero crescente di Aziende hanno compreso che necessita un cambio di paradigma, aumentando l’effort non solo sul fronte riduzione prezzi, lead time, stock e allungamento dei pagamenti ma anche per una:

  • Standardizzazione dei prodotti e servizi
  • Riduzione fonti di approvvigionamento
  • Comakership con i propri Clienti e fornitori
  • Outsoursing diretto forniture non strategiche
  • E-Soursing tramite centrali o portali d’acquisto

Evoluzione che in una visione organicistica dell’impresa con strategie sempre più emergenti ( come teorizza Henry Mintzberg accademico canadese ), evidenzia come il marketing d’acquisto abbia assunto importanza fondamentale e consente alle aziende di:

  • Minimizzare i potenziali trade-off negli approvvigionamenti
  • Cogliere tutte le opportunità offerte dai mercati di fornitura
  • Razionalizzare e liberare risorse
  • Acquisire vantaggi competitivi per il raggiungimento degli obiettivi di business

La moderna impresa o istituzione per essere vincente deve individuare i suoi punti di forza/debolezza “ascoltando la voce” dei mercati.

Le politiche di approvvigionamento e vendita obiettivi target interdipendenti

Le molteplici relazioni di fornitura e vendita che un’impresa deve gestire possono essere classificate sulla base di due dimensioni:

  • la sostituibilità misurata anche dal grado di reperibilità del materiale sul mercato;
  • l’importanza relativa del materiale all’interno del prodotto finito in cui sarà incorporato – misurata, ad esempio, dal contributo alla formazione del prezzo finale di scambi

Dimensioni che si possono declinare in 4 punti:

  1. Per materiali ad alta reperibilità e bassa importanza non si pongono problemi di approvvigionamento. Si tratta di acquisti marginali, che possono essere gestiti con le tradizionali logiche della contrattazione sul prezzo
  2. Per materiali ad alta reperibilità, ma ad elevata importanza, è possibile gestire gli approvvigionamenti cercando di sfruttare la competizione tra i fornitori, con l’obiettivo di ottenere sensibili vantaggi dal lato dei costi (effetto “leva”)
  3. Qualora siano basse sia la reperibilità che l’importanza, l’enfasi maggiore va posta sulla stabilità dei flussi di approvvigionamento nel lungo periodo, poiché la disponibilità del materiale è più importante del suo costo
  4. I problemi più seri si pongono con riferimento agli acquisti che presentano contemporaneamente le caratteristiche dell’alta importanza e della bassa reperibilità. Da un lato, l’elevato valore dell’acquisto induce l’acquirente ad enfatizzare la dimensione dell’efficienza, cioè della minimizzazione dei costi; dall’altro lato, la scarsa reperibilità e l’elevata importanza del materiale in termini di impatto differenziante sul prodotto finale, portano ad enfatizzare la stabilità del rapporto. Si pone quindi un vero e proprio dilemma tra stabilità della relazione ed efficienza, che condiziona pesantemente le scelte operative.

La scelta da parte dei responsabili acquisti si distingue in due opzioni fondamentali:

  • fornitura unica (single-sourcing);
  • fornitura multipla (multiple-sourcing);

Politiche di fornitura unica: l’acquirente mantiene rapporti esclusivi o preferenziali con un solo fornitore per ogni codice d’acquisto, vincolo tra le parti che può sancito formalmente con un contratto.  Il rifornimento unico può essere interpretato come il primo passo nella direzione della integrazione operativa tra acquirente e fornitore. Una scelta di single-sourcing è di solito apprezzata dal fornitore, il quale può assicurarsi una maggiore stabilità di rapporto, una minore incertezza sui volumi di vendita, un’uso più stabile e completo della propria capacità produttiva e forza lavoro, un’uso più finalizzato delle risorse investite nelle attività di R&S e di innovazione di prodotto, l’assistenza tecnica e finanziaria dell’acquirente. Sovente, poi, un rapporto esclusivo con un’importante acquirente ha un impatto positivo sull’immagine e reputazione del fornitore. Lo svantaggio da pagare è costituito dalla riduzione del numero dei clienti (al limite il cliente è unico se l’esclusiva è assoluta). Il vincolo di fornitura impedisce all’acquirente, inoltre, di accedere rapidamente agli sviluppi tecnologici realizzati sul mercato di fornitura

Politiche di fornitura multipla: La preferenza per la fornitura multipla è speso giustificata da considerazioni strategiche. Il frazionamento degli acquisti tra molti fornitori consente infatti di ridurre il grado di dipendenza da ogni singolo fornitore, limitandone così il potere contrattuale. Ma anche il rifornimento multiplo non è privo di svantaggi. Il ricorso a forniture multiple può essere interpretato come l’evidenza di un ridotto impegno dell’acquirente nella relazione, il che non incoraggia gli investimenti e la collaborazione del fornitore.

La scelta tra single e multiple-sourcing può fondarsi su una valutazione comparata dei rispettivi costi, suddivisi nelle seguenti categorie:

  • costi di avvio della relazione (set-up), sono costituiti dalle spese che si sostiene per dar corso ad una relazione di scambio (selezione, valutazione, omologazione, certificazione, progettazione comune);
  • costi di rottura della relazione (switching costs), sono i nuovi costi di set-up che dovranno essere sostenuti per sostituire il fornitore;
  • costi di coordinamento (trading costs), sono costi variabili legati ai processi di coordinamento, comunicazione e decisione necessari alla gestione efficiente della relazione. Essi includono i costi amministrativi di ordinazione e ricevimento dei materiali, i costi di controllo della qualità, i costi (eventuali) di esecuzione giudiziale od extra-giudiziale del contratto, i costi di negoziazione delle modificazioni ed integrazioni contrattuali;
  • costi di competitività (competitiveness costs), corrispondono alle mancate o ridotte vendite e ai minori prezzi di vendita sopportati dall’acquirente a causa di forniture non soddisfacenti (in termini di prezzo, livello qualitativo, puntualità, affidabilità, tempestività delle consegne, sforzo innovativo);

Come disse Kaoru Ishikawa ( è stato professore universitario e influente innovatore della gestione qualità ): “Le aziende esistono all’interno di una società per soddisfare le persone che appartengono a quella società”; uno dei requisiti e obiettivo principale dei Sistemi Gestione Qualità ( fra cui le iso 9001 ) è la capacità di soddisfazione dei bisogni di tutti gli stakeh.

Testo di
Dr. Alberto Claudio Tremolada
Manager Metatech Group ( fonderie e lavorazioni meccaniche http://www.metatechgroup.com ) Expert The Procurement ( http://www.theprocurement.it )

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Eventi biz

Top Management Forum 2017

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Il 23 novembre 2017 si svolgerà la 11° edizione del Top Management Forum organizzato da Knowità a Milano.

Il Forum è l’incontro annuale riservato ai membri del Club Knowità o potenziali tali, ossia Imprenditori e Top Manager “innovatori e visionari” che credono nel valore del confronto e desiderano contribuire attivamente allo sviluppo delle proprie organizzazioni, delle aziende del nostro Paese e degli individui della nostra comunità globale, mettendo a disposizione la loro esperienza.

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Economy

Perchè il Nobel a Thaler è una rivoluzione?

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Il Nobel per l’economia a Thaler rappresenta il superamento dell’uomo “razionale” descritto dall’economia classica a favore dell’uomo “reale”. Si crea un ponte tra neuroscienze ed economia. Il ricercatore ha sviluppato modelli di previsione del comportamento che considerano il cervello umano per quello che è durante l’acquisto. L’essere umano non è un “robot razionale” potenziato dal digitale, ma piuttosto un “animale” che sceglie influenzato dalle situazioni, con una razionalità limitata, guidato inconsapevolmente dalle sfumature emotive e sensoriali. Bella scoperta si potrebbe dire. Peccato che molte previsioni economiche si fondano ancora sull’idea che l’uomo sia razionale e soprattutto spinto unicamente a massimizzare l’utilità nel lungo termine. Thaler smonta questo assunto, partendo da come funziona il cervello. Ecco le più interessanti scoperte:

Bilancio mentale. Le persone spendono i loro soldi in modo molto diverso in funzione della fonte di guadagno. Se i soldi sono figli di una vincita, di eredità o di situazioni fortunate le spese sono irrazionali. Si è molto attenti se il denaro è conquistato con il duro lavoro. Come se il denaro fosse registrato in voci diverse di bilancio nella nostra testa.

Contanti vs Carta. La gente è disposta a spendere in maniera diversa per lo stesso bene in base al mezzo con cui pagano, contanti o carta di credito. Si spende con maggiore facilità nel caso in cui il pagamento preveda carta di credito, in quanto si fatica a tenere conto delle spese nel tempo e si riduce l’effetto del rimpianto per non aver acquistato.

Se è mio vale di più. Nella valutazione di un oggetto si tende a sovrastimarne il valore quando lo si possiede. Insomma se un bene è mio vale di più, rispetto a quando è di qualcun altro. Irrazionalità allo stato puro. Si spiega l’avversione degli esseri umani alle perdite (già dimostrata da Kahneman, Nobel per l’economia nel 2002). Le persone tendono a non seguire le logiche della domanda-offerta nel decidere a che prezzo vendere un bene, ma fissano sempre una cifra uguale o superiore a quanto hanno pagato.

Il piacere dell’affare. Le persone non comprano solo per massimizzare il piacere legato all’uso od al possesso di un oggetto. Sono spinte ad acquistare dal pensiero di fare un buon affare. Questo “piacere aggiunto” legato all’atto del comprare in modo vantaggioso è completamente ignorato dall’economia classica e spiega molti metodi con cui il marketing stimola gli acquisti fissando prezzi più alti o grandi percentuali di sconto.

Carpe Diem. Gli esseri umani vivono nell’oggi, senza pianificare le conseguenze delle loro azioni e decisioni sul futuro. Tendono a comprare ciò che è più semplice o vantaggioso nell’immediato. Da qui le idee di Thaler sull’esposizione dei cibi sani nei punti più visibili dei supermercati per indurre le persone a mangiare meglio e di facilitare con sgravi fiscali immediati la costruzione di piani pensionistici integrativi.

Questo premio Nobel è conferito ad un ricercatore che ha fatto sintesi tra economia e neuroscienze, creando modelli di previsione del comportamento più efficaci e quindi più utili perché partono dal cervello umano per quello che è.
Articolo di Lorenzo Dornetti, esperto di neurovendita

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Economy

La locazione operativa per manager e aziende

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L’Italia è un Paese fondato sulle PMI. Ogni attività volta a sostenerle è quindi ben accetta. Tra i nuovi strumenti capaci di dare fiato alle piccole aziende c’è la locazione operativa, al servizio di manager, aziende ma anche di liberi professionisti e soggetti a partita IVA intenzionati a noleggiare, e non comprare, i beni necessari alla propria attività.
Perché noleggiare e non comprare? Per una molteplicità di motivi che sarebbe opportuno far conoscere, nell’interesse – certo – delle aziende locatrici, ma anche – e, perché no? soprattutto – delle aziende che utilizzerebbero il servizio di locazione.
Qualche numero (riferito al bacino di Grenke, uno dei principali player della locazione B2B in Italia): le aziende che vanno da 0 a 9 dipendenti formano il gruppo più vasto di utilizzatori di tale servizio (66%).
A dimostrazione che si tratti di un servizio valido innanzitutto per i “piccoli”, la quota totale di micro, piccole e medie imprese che utilizzano la locazione operativa (sempre nei dati Grenke) arriva al 98%.
Non solo. Oltre un terzo della base dei clienti è composta da aziende del Centro-Sud, a riprova del fatto che un servizio del genere potrebbe risultare significativo per lo sviluppo di qualsiasi parte del Paese, comprese quelle generalmente considerate meno avanzate e con infrastrutture meno sviluppate. Un servizio utilissimo per la crescita al punto da essere ben recepito innanzitutto dalle aziende che lo utilizzano, visto che il tasso di regolarità di pagamento dei canoni risulta altissimo, ossia quasi del 96%.
Ma di che servizio si tratta e quali sono i reali vantaggi per le aziende a partire – ripeto -da quelle piccole? Partiamo dai vantaggi: si tratta di vantaggi fiscali, economici, finanziari e operativi.

  • Fiscali perché i canoni sono totalmente deducibili ai fini IRES e IRAP.
  • Economici perché si possono ottenere subito le attrezzature di cui si ha bisogno, e metterle subito “al lavoro”, col risultato principale di mantenere liquidità in azienda ed evitare indebitamenti.
  • Finanziari perché così si migliora il cash flow, non essendo il bene noleggiato iscritto a bilancio, e non rappresentando fonte di indebitamento, bensì un puro costo aziendale.
  • Operativi perché la durata dei noleggi è allineata al ciclo di vita dei prodotti, col risultato cruciale in tempo di concorrenza globale di rinnovamento tecnologico continuo. Il bene diventa obsoleto dopo pochi anni? Nessun problema: con la locazione lo cambi di volta in volta con la versione più aggiornata.

Un processo del genere come funziona? Il cliente stabilisce con il proprio distributore di fiducia quali sono i beni strumentali che utilizzerà nello svolgimento del proprio business (dall’hardware al software, dai macchinari industriali agli elettromedicali, dalle macchine per caffè agli arredi per ufficio, dalle dotazioni ho.re.ca. ai sistemi di navigazione satellitare). La gamma di beni, prodotti, attrezzature e tecnologie noleggiabili è incredibilmente vasta, comprendendo anche soluzioni insolite (droni, impianti di allarme e videosorveglianza, strumenti per l’edilizia, illuminazioni). A questo punto la società locatrice acquisisce i beni dal distributore (Grenke fa leva anche sulla rapidità dei propri pagamenti, di appena 24 ore), e instaura il rapporto di locazione col cliente. “Un modello di business di questo tipo – chiarisce il direttore commerciale di Grenke Aurelio Agnusdeidetermina vantaggi per tutti i soggetti coinvolti”.
Per il locatario, cioè di chi ha bisogno di uno strumento di lavoro. Per la società che fornisce il servizio, il locatore appunto, e anche per il fornitore del bene, il quale ha tutto l’interesse a promuovere il noleggio usando il locatore, complice la sicurezza e rapidità dell’incasso nonché i rischi di credito azzerato e la possibilità di fare upselling.
In effetti l’attività di locazione rappresenta un circolo virtuoso: e in temi di difficoltà di rapporti con altri protagonisti del sostegno alle imprese, forse sarebbe opportuno rendersene conto, e questo a tutto vantaggio dell’economia italiana, la quale sembra pensata apposta per applicare con successo una formula del genere.

Articolo di Fabrizio Amadori

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Economy

Gli italiani e il risparmio

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Sembra proprio che l’Italia, dopo momenti bui, oggi  torni ad essere un paese di risparmiatori: la propensione al risparmio che, nel 2016 era al 9,6%, ad oggi è salita all’11%. Il risparmio, per dare valenti benefici al sistema economico nazionale dovrebbe però essere reinvestito e non tesaurizzato.
La somma totale del risparmio degli italiani è stata calcolata, da Banca di Italia, in 4.117 miliardi di euro che, in linea teorica, fosse suddiviso pro capite per i 60 milioni di abitanti, porterebbe ogni italiano ad avere un importo, in tasca di 68 mila euro. Ma questa è pura teoria! Nella realtà, vi sono 281 mila famiglie che dispongono di più di 1 milione di euro liquidi in tasca, dall’altra parte ve ne sono più di 5 milioni che non arrivano a 10 mila euro.

La situazione reale è particolare: mentre le quote di risparmio sono in aumento, la ripresa economica, se andrà bene, è contenuta in un misero 0,8 %. Dato allarmante in rapporto a tutti gli altri paese europei, tranne Grecia e Spagna ed a distanza luce dalle economie USA, Cina ed India. Permane sempre un pessimismo di fondo che sfiora l’86% dei cittadini italiani e gli stessi, per il 54%, sono sfiduciati e non credono più dell’Unione Europea. I dati della Banca di Italia documentano che la ricchezza, come detto pari a 4.117 miliardi di euro, è ripartita per 1.100 miliardi in depositi bancari , 456 miliardi fondi comuni, 957 miliardi azioni italiane ed estere, 864 miliardi in fondi pensioni ed assicurazioni, 442 miliardi in obbligazioni delle quali 131,5 debito pubblico e 117 bancarie, 297 miliardi in c/c postali e contante. A fare due conti, premesso che il debito pubblico ad oggi si avvicina ai 2250 miliardi di euro, ove il nostro Stato dovesse fallire, a pagare di tasca propria i debiti dello stesso sarebbero i cittadini e le banche che, insieme, detengono poco meno del 75% dei titoli pubblici.

Un’ultima analisi ci permette di vedere come non è ben chiaro, agli italiani, la differenza tra risparmio ed investimento. Infatti il 20% delle disponibilità possedute dai risparmiatori è ancora detenuto sui conti correnti, soluzione che non mette più al riparo da nessun rischio: ciò perché con un tasso di inflazione atteso contenuto in una forbice 1,5-2% vi è una erosione reale del capitale pari al 5% in tre anni e dell’8% in 5 anni. Personalmente ritengo che lo strumento del fondo comune di investimento possa dare reali vantaggi economici all’investitore. Vi è una tutela legale avanzata, perché il patrimonio del fondo risulta essere ben distinto sia da quello dell’emittente dello stesso che dal suo reale gestore. Non va, inoltre, dimenticato che si tratta di uno strumento di facile accessibilità per tutti, tanto che lo si può sottoscrivere a partire da poche migliaia di euro. In ultimo, ma non per importanza, il fondo permette, de facto, una maggiore diversificazione perché il portafoglio a cui esso accede è di per se frazionato ed ha più classi di attivo, cosa impensabile ed impossibile da compiere da parte del singolo risparmiatore che ha a disposizione per l’investimento piccole quote di denaro. Non va dimenticato neppure l’estrema trasparenza di tale strumento finanziario, ove la quota del fondo è pubblicata giornalmente e la stessa ha una estrema facilità di liquidabilità: il portatore può uscire e vendere la propria quota quotidianamente ricevendone l’ accredito del proprio capitale in non più di qualche giorno.

Articolo di Fabio Accinelli 

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Marketing e Comunicazione

Vi svelo i segreti del passaparola

Berger-Business-Marketing-Summit

Intervista esclusiva a Jonah Berger, lo “scienziato” del marketing celebrato anche dal Times e famoso in tutto il mondo per il suo bestseller “Contagious”

Il suo libro “Contagious: why things catch on” è stato un bestseller mondiale, celebrato dal New York Times e dal Wall Street Journal, nominato “miglior libro di marketing” dall’American Marketing Association. Siamo parlando di Jonah Berger, professore alla Wharton School dell’Università di Pennsylvania, vera e propria star del marketing mondiale apparso sulle copertine delle più importanti riviste economiche del pianeta.

Noi di Business&Gentlemen lo abbiamo intervistato in esclusiva durante la due giorni del “Business Marketing Summit” che si è svolto recentemente a Milano, dove ha raccontato l’importanza del passaparola e dei 6 principi fondamentali che rendono contagiosi prodotti e idee.

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