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Tecnologie

La rivoluzione digitale, l’impatto in Italia e l’importanza dell’e-commerce

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Il mondo dell’e-commerce non è più trascurabile. Difficile pensare al rapporto tra produttore e consumatore senza considerare una strategia di marketing e vendita che comprenda il fattore digitale. Se ne sono accorti tutti: gli addetti ai lavori, i “colossi” dell’imprenditoria retail, persino gli utenti stessi. Certo, in Italia la rivoluzione digitale, così come tutte le “rivoluzioni”, non ha avuto l’effetto sperato trascinando l’intera nazione fuori dalla crisi, ma la propensione del pubblico ad acquistare online è ormai una certezza e ha sovvertito le logiche del buy & sell e contemporaneamente spostato parte del potere d’acquisto oltre i confini italiani.

Il fenomeno e-commerce è quindi l’esempio perfetto della globalizzazione: dall’Italia è possibile inserire a carrello prodotti provenienti da tutto il mondo e, viceversa, sono sempre più numerosi gli ammiratori del “made in Italy” sparsi nelle altre nazioni, che sfruttano il canale digitale per soddisfare la loro “voglia di Italia” anche a migliaia di chilometri di distanza. Nonostante i numerosi esempi virtuosi, l’Italia non si è ancora adattata del tutto alla logica del digitale, sia lato utente che per quel che concerne i produttori. Le associazioni di categoria continuano un’opera importante di evangelizzazione del business, ma l’esito e l’assorbimento di determinati concetti non è sempre facile. Resta l’impegno di Confcommercio, che ha sottoscritto alcuni accordi come giganti del settore digitale come Facebook ed eBay, per dimostrare che il mondo e-commerce &e
grave; un’opportunità da sfruttare nonostante i suoi meccanismi talvolta possono sembrare incomprensibili. In Italia è quindi necessario un salto di qualità triplo: manageriale, tecnologico e di prodotto.

In primis è necessario capire che sono aumentati in maniera considerevoli i punti di contatti con il cliente: come sottolinea Netcomm, ogni settimana 31 milioni di italiani si connettono ad internet da luoghi e dispositivi differenti. Tra questi, l’83,6% effettua almeno un acquisto online, mentre “solo” 16 milioni sono acquirenti abituali. Se confrontati con i numeri del resto d’Europa, l’Italia resta ancora indietro, ma le percentuali iniziano comunque a diventare importanti. In questo contesto, è impensabile che un piccolo negozio di provincia riesca a rivolgersi ad un pubblico sufficientemente ampio senza l’ausilio degli strumenti digitali. Essendo chiaro che il consumatore medio è sempre più digitale, anche l’imprenditore deve investire per crescere in questo ambito: non è n
ecessario spostare capitali importanti, ma è senz’altro urgente aggiornarsi e adattarsi alle necessità di una nuova generazione di consumatori.

In tal senso, è fondamentale che anche il prodotto si evolva nell’ottica di una sempre maggiore personalizzazione, consentendo all’utente di accedere con facilità a prodotti di nicchia o altamente specializzati, difficilmente reperibili nei classici store “fisici”. I casi di piattaforme e-commerce di successo sono davvero numerosi: in Francia è molto conosciuto Vestiaire Collective, negli Stati Uniti spicca Modcloth, in Italia un esempio degno di nota è quello di Lovethesign, dedicato all’home design che coniuga trend nazionali e internazionali con l’originalità dei progetti di piccole imprese artigiane. Nel settore dello streetwear e delle nuove tendenze urbane, interessante il profilo di Planet Sports, e-commerce nato in Germania ma già da anni attivo anche sul territorio italiano,
che ha fatto della vasta selezione di abbigliamento e accessori urban style lo snodo principale della vendita online.

Pur intercettando i bisogni di cluster di utenti totalmente differenti tra loro, queste piattaforme hanno colto appieno l’essenza del commercio digitale, valorizzando le peculiarità dei loro prodotti, garantendo fiducia al cliente e investendo in una strategia in grado di portare sostanziali benefici. Se da Sulmona è possibile vendere scarpe da ginnastica a New York, se dalla Germania è possibile intercettare le tendenze dello streetwear italiano, vuol dire che il mondo del commercio sta cambiando e non è più possibile chiudere gli occhi dinanzi alla rivoluzione digitale.

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EconomyVarie

Food service e ospitalità, imprese +8,7% in cinque anni

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Nel settore food service e ospitalità ci sono 386 mila imprese in Italia, + 1,7% in un anno e + 8,7% in cinque, secondo i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, sul registro imprese. In Lombardia sono 55 mila. Prima Milano con 19 mila (+16% in 5 anni), seguita da Brescia con 8 mila (+0,6%), Bergamo (quasi 6 mila, + 5,5%) e da Varese con 4 mila e da Monza, Como, Pavia con circa 3 mila. In Italia prime Roma con oltre 30 mila (+20%), Milano con 19 mila (+16%), Napoli con 18 mila (+16%), Torino (13 mila, + 2%), Salerno, Brescia e Bari (oltre 8 mila).

Nei giorni scorsi si è svolta la presentazione di EFCEM Italia, Associazione dei Produttori di Apparecchiature Professionali per Food Service e Ospitalità presso il Mandarin Oriental Hotel di Milano, con la partecipazione del Presidente Evaldo Porro e Beatrice Zanolini, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Tra i temi affrontati: l’andamento del mercato di settore, etichettatura energetica e relativi controlli di mercato, gli sviluppi futuri come connectivity.

“Come Camera di commercio – ha dichiarato Beatrice Zanolini, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi – siamo impegnati con controlli che riguardano l’efficienza energetica delle apparecchiature professionali. Un lavoro che mantiene elevata la qualità dei prodotti, grazie a una concorrenza leale tra gli operatori”.

Evaldo Porro Presidente EFCEM Italia, Associazione dei Produttori di Apparecchiature Professionali per Food Service e Ospitalità: “Sono positivi i dati sull’andamento del commercio estero dell’industria italiana delle apparecchiature professionali. La nostra capacità di coniugare accoglienza e innovazione è sempre di più un punto di riferimento internazionale”.

Il 2017 è da registrare come uno degli anni più interessanti dell’intero decennio per EFCEM Italia” ha dichiarato il presidente Evaldo Porro. Per il quinto anno consecutivo gli indicatori sono stati tutti in positivo. La domanda in Italia è cresciuta tra +8% e +12% (a seconda della tipologia di prodotto) e ancora meglio è andata in Spagna (+15%) in un contesto Europeo generalmente in crescita, con l’eccezione della Gran Bretagna dove si registrano rallentamenti probabilmente causati dalle incertezze della Brexit.

Stabili gli Stati Uniti (+2%), in sofferenza il Sud America. La Cina si conferma la realtà più dinamica nello sviluppo della domanda interna. Il Giappone, uno dei maggiori poli produttivi mondiali di apparecchiature professionali, sta iniziando a dare segnali di apertura all’offerta made in Italy.

In Italia grazie al miglioramento della situazione economica generale e dei consumi, alla tendenza verso le culture gastronomiche etniche ed innovative e infine, all’andamento del flusso turistico (incremento di circa il 5%), appaiono positive le previsioni 2018 che puntano ad una stima di crescita del 5-7%.

L’Industria italiana delle attrezzature professionali si conferma leader in Europa con un fatturato di oltre 4 miliardi di euro e un export che copre oltre il 70% della produzione.

Il settore nazionale mostra condizioni economico-finanziarie particolarmente positive: nel 2016 il settore ha raggiunto il punto massimo sia nei fatturati che negli indici di redditività degli ultimi anni.

I margini operativi e l’efficienza d’uso del capitale investito risultano su livelli superiori a quelli precedenti la recessione iniziata nel 2008 e la capacità di autofinanziamento del settore appare generalmente elevata (il 45% delle imprese ha registrato nell’ultimo periodo un cash-flow superiore al 5% del valore della produzione) con un ricorso all’indebitamento contenuto: il rapporto tra debiti finanziari e capitale proprio (leverage) è inferiore a 0.25 per la metà delle imprese del settore.

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Economy

Reti d’impresa: in Lombardia terziario protagonista

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Le reti d’impresa come strumento di competitività per il business delle pmi del terziario e leva per l’introduzione – nel commercio, nel turismo, nei servizi – di soluzioni digitali spesso innovative. Questo il tema dell’evento “Open day Reti & Digitale” realizzato da Confcommercio Lombardia al Circolo del Commercio di Milano (Palazzo Bovara) nell’ambito della “Milano Digital Week”.

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EconomyVarie

La Cina gioca con il cuore dell’Europa

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Oggi come oggi il colosso asiatico Cina gioca più che mai un ruolo importante nel cuore del vecchio continente andando ad inserirsi in uno scenario sempre più globale. Pechino ha varato progetti infrastrutturali che andranno a modificare, di fatto, il mercato orientale e le certezze politiche-economiche dei paesi Europei. Il vertice di Budapest dei 16 + 1 ha visto confrontarsi Pechino da una parte e dall’altra i Premier di 16 paesi dell’Europa centro orientale: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituana, Romania, Bulgheria, Albania e le 6 ex Repubbliche della Jugoslavia. Visti nel dettaglio 11 paesi già nella U.E. e 5 dei Balcani in attesa di entrarvi: tutte nazioni con seri problemi e frustrazioni nei confronti di Bruxelles. Nazioni necessitanti di trovare partners che possano investire nelle proprie economie in maniera diretta, funzionale e continuativa, tutti aggettivi riscontrabili nella forza economica e finanziaria della Cina. Si può vedere in questo futuro, mai così prossimo, la costruzione di una nuova “via della seta”, ovvero una modernissima rete ferroviaria lunga più di 11.000 km creata per trasportare in tempi velocissimi merci cinesi a prezzi competitivi nel cuore dell’Europa. Sono occorsi meno di 10 anni per terminarla. Di fatto operativa dal 2016, proprio a Budapest, sede del vertice dell’altro ieri dei 16 + 1, è arrivato in aprile il primo treno merci da Pechino. Ora è partito il progetto per collegare, ad alta velocità, Budapest a Belgrado, un’opera ingegneristica da 3,8 miliardi di dollari che darà lavoro a migliaia di operai, ingegneri, tecnici e società specializzate dei paesi dell’Est Europa con la supervisione cinese. Tale opera permetterà di ridurre i tempi di percorrenza per merci e passeggeri da 8 a 3 ore, recuperando di fatto la vecchia rotta balcanica con l’aggiunta, economicamente rilevante, del collegamento al Sud con il porto del Pireo ( incrementando così anche l’occupazione greca) ed al Nord con l’Ungheria. Figura economica particolarmente importante per Pechino diverrà la Lettonia, perché permetterà alle merci del colosso asiatico di entrare con forza in tutto il mercato scandinavo. L’Europa occidentale risulta essere una priorità per la Cina tanto che Pechino si è opposta in maniera netta contro la Brexit proprio per poter dialogare sempre e solo con un unico interlocutore per tutto il continente europeo. Bruxelles si trova in una posizione difensiva anche perché non ha alcuna possibilità di contrastare più di tanto l’invasione dei prodotti cinesi. Di fatto Bruxelles tenta di creare ostacoli con la creazione di regolamenti alla concorrenza cinese, ed altresì cerca di ingolosire, con poco successo, i paesi dell’Est Europa con fondi UE che vadano a cercare di contrastare i grandi investimenti cinesi sugli appalti per la costruzione delle nuove infrastrutture. Oggi Bruxelles gioca, di fatto, su una difesa commerciale: soluzione però insufficiente a sostenere la competitività reale del sistema Europa nei mercati globali. Queste misure hanno portato una serie di insuccessi e non riescono ad imporre limiti agli investimenti cinesi nelle industrie strategiche centro orientali. La Cina in questo contesto gioca a carte scoperte con l’Europa, riuscendo ad aggregare attività imprenditoriali con investimenti su infrastrutture a servizio dei propri interesse strategici commerciali. Il rischio reale per Bruxelles è vedere sorgere una zona di influenza cinese nell’Europa centro orientale: una realtà che da finanziaria ed economica diverrebbe di fatto politica. Ci troviamo nella realtà, non semplicemente di fronte ad investimenti a fondo perduto, bensì investimenti che dovranno essere ripagati sia economicamente che in termini di condizionamenti e scelte politiche. Il rischio per l’Europa è vedersi sfuggire di mano il governo su una parte del suo continente, lasciando aperto il fianco centro-orientale ad un “ terzo socio” economicamente e politicamente oggi molto più forte di lei.

 

Testo di Fabio Accinelli 

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Economy

Business da 10 miliardi in Lombardia, 33 in Italia, 4 a Milano

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L’inverno fa bene alle imprese, secondo i dati della Camera di commercio, il settore coinvolto dal periodo più freddo dell’anno tocca le 139 mila imprese in Italia e 21 mila in Lombardia a settembre 2017 e cresce in cinque anni in entrambi i casi del 5%. Hanno sede in Lombardia il 15% delle imprese nazionali nel settore. Il comparto dà lavoro a 444 mila addetti in Italia, di cui 82 mila in Lombardia e ha un business annuale di 33 miliardi nel Paese, di cui 10 in regione e 4 a Milano.

Sono soprattutto imprese che si occupano di impianti di riscaldamento e pasticcerie e sale da tè (circa 50 mila in entrambi i settori in Italia di cui 9 mila e 6 mila in Lombardia), 9 mila di articoli sportivi (mille in regione), seimila di sostituzione pneumatici invernali per auto (774 in Lombardia), 4 mila palestre per lo sport indoor (quasi 900 in regione) a cui si aggiungono quasi 2 mila organizzatori di corsi sportivi e ricreativi (334 in regione) e spa, per un totale di circa 6 mila (1200 circa in Lombardia). Ma anche 3 mila imprese nella vendita di combustibile per riscaldamento (188 in regione), 1400 cinema, altrettante imprese di calzetteria in maglia e cappellerie/ombrellai (237, 164 e 161 in regione), 1200 produttori di abbigliamento in pelle e altrettante pelliccerie (154 e 331 in Lombardia). Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi sui dati del registro delle imprese al primo trimestre 2017 e 2016.

In Italia prima è Roma con 7.874 imprese (+1% in un anno e + 8% in cinque) e 27 mila addetti, seguita da Milano con 6.166 imprese (+2% e + 13%) e 24 mila addetti. Seguono Napoli (5.691, +1% e +4%) e 13 mila addetti, Torino (5.448, +1%, +4%) e 16 mila addetti, Bari (3.425, +4% in cinque anni) e 11 mila addetti, Firenze (2.778, +1% e +4%) e 12 mila addetti, Brescia (2.662, +1% e + 7%) e 10 mila addetti, Salerno (2.656, + 3% in cinque anni) e seimila addetti, Catania (2.561, +2% e +8%) e seimila addetti, Bergamo (2.451, +2% e + 13%) e 10 mila addetti. Tra le prime in Italia per addetti anche Monza (13 mila) e Bolzano (9 mila).

Tra le lombarde Milano conta 6 mila imprese (6.166 imprese, +2% in un anno e + 13% in cinque) e 24 mila addetti. Seguono Brescia (2.662 imprese, +1% e + 7% e 10 mila addetti), Bergamo (2.451, +2% e + 13% e 10 mila addetti), Varese (1.966 e 6 mila addetti), Monza (1.776, +2% e +11% con 13 mila addetti). Sopra mille imprese Pavia (1.172, +4% in cinque anni) e Como (1.205, +1% e + 8%). In cinque anni crescono soprattutto Milano, Bergamo, Lecco, Monza, Lodi, tutte oltre il +10%.

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InnovazioneVarie

Parma, Firenze, Bergamo: i progetti Smart City le promuovono nella classifica ICity Rate di FPA

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Una nuova ricerca, tutta italiana, sui temi di Innovazione, Smart City e Trasformazione Digitale: FPA ha presentato la propria visione relativamente agli impatti dello sviluppo di progetti “smart” sulle città italiane, prima fra tutte Parma.

Secondo la classifica di ICity Rate 2017, Parma è la nona città più “smart” d’Italia. Dal ritratto di Smart Benchmarking – il percorso di analisi, approfondimento e confronto per definire l’agenda urbana di lungo periodo realizzato per la città da FPA – presentato presso l’Auditorium del Palazzo del Governatore e riportato sulla Gazzetta di Parma, emergono i buoni risultati raggiunti in merito agli obiettivi di sostenibilità fissati dall’ONU per il 2012. Welfare e servizi al cittadino, riduzione delle disuguaglianze e crescita del territorio sono, da quanto afferma Gianni Dominici, Direttore Generale di FPA, i principali traguardi della città; gli obiettivi dell’Agenda 2030 e lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU, secondo il Sindaco di Parma Federico Pizzarotti, rappresentano una priorità per l’attuale amministrazione. Per diventare a tutti gli effetti una Smart City Parma punta sull’idea di condivisione. La città, nel 2030, sarà più ricca di aree verdi e dedicherà più risorse alla Smart Mobility al fine di migliorare la qualità dell’aria, gli sprechi energetici e il numero di automobili alimentate a carburante fossile, investendo in alcuni progetti di mobilità sostenibile come quelli sulla ciclabilità e sull’uso di fonti alternative alle tradizionali, a partire dal parco dei mezzi pubblici: iniziative per le quali si classifica all’ottavo posto tra le città italiane.

Parma, inoltre, occupa il primo posto in classifica per quanto riguarda gli interventi a contrasto della povertà; si piazza invece al settimo a livello di metodo partecipativo e capacità di fissare obiettivi e politiche condivise; al quarto per l’attenzione al suolo e al territorio, all’undicesimo per l’occupazione, al dodicesimo per i rifiuti e al diciannovesimo per la crescita economica.
La città si trova al di sopra della media regionale su povertà, occupazione, ricerca e innovazione, mobilità sostenibile, rifiuti, suolo e territorio, istruzione, governance e partecipazione e crescita economica, mentre ottiene risultati inferiori alla media regionale negli ambiti acqua e aria, energia, cultura e turismo, trasformazione digitale, verde urbano e legalità.

Tra i traguardi ottenuti da Verso l’Agenda 2030 – Parma al 2030 ci sono la diminuzione del consumo del suolo e la riduzione della produzione di rifiuti procapite sotto la media UE. Manca poco al raggiungimento di altri obiettivi, come l’aumento della percentuale d’occupazione relativamente alla fascia d’età 24-60. Un altro fattore di spicco è il valore dell’internazionalizzazione produttiva, più alto del doppio rispetto alla media nazionale. Anche il credito delle imprese nel 2016 è due volte quello del resto d’Italia. Parma è vicina agli obiettivi ONU anche per quanto concerne la Digital Transformation, in particolare per i progetti di diffusione della banda larga a 30 e a 100 Mbps e connettività, riduzione degli incidenti su strada e raccolta differenziata. Lontana dagli obiettivi dell’Agenda 2030 (e sotto la media nazionale) per quanto riguarda, invece, dispersione idrica, consumi elettrici e rinnovabili. Rappresenta un punto critico la qualità dell’aria: ancora troppo alti i livelli di PM10 e le polveri sottili PM2.5.

Terza e sesta posizione nella classifica delle Smart City italiane per Firenze e Bergamo
Nominata terza Firenze, che prevede per il 2030 un miglioramento delle proprie criticità (la qualità dell’aria e dell’acqua e l’emergenza abitativa) e un potenziamento dei propri punti di forza (tra cui il turismo sostenibile, l’istruzione e l’occupazione). Secondo quanto dichiarato su Forumpa.it, dall’indagine presentata da Smart Bechmarking a Palazzo Vecchio emerge l’interesse della città per le politiche ambientali, gli investimenti nel Digital e l’Innovation nel campo della Governance. Il capoluogo toscano si posiziona meglio di Milano in quanto a energia, verde pubblico e gestione dei rifiuti urbani, legalità e sicurezza urbana. Da anni impegnata nella Digital Transformation, la città ha raggiunto ottimi risultati sul piano degli Open Data, in termini di numero di dataset liberati e capacità di utilizzo per generare valore. Molto buono anche l’utilizzo della rete wi-fi. Bisogna lavorare ancora sul tema della dispersione idrica: il comune ha avviato un progetto di distrettualizzazione della rete idrica urbana, con investimenti per sostituire le arterie principali e dotarsi di tecnologie più sofisticate per migliorare il monitoraggio della rete e individuare le aree di rottura attraverso i satelliti. Tra i principali progetti in corso, vanno segnalati quelli finalizzati al calo delle emissioni di CO2, alla diminuzione dei consumi energetici e allo sfruttamento delle rinnovabili, alla riduzione del consumo del suolo, all’ampliamento della ciclabilità urbana e del Bikesharing e al potenziamento della raccolta differenziata.

Sesto posto, invece, per Bergamo. Forumpa.it riporta la relazione di Smart Benchmarking presentata al Parco Scientifico Tecnologico Kilometro Rosso, secondo cui nel 2030 la città sarà in grado di offrire un più alto standard di servizi e di potenziarsi dal punto di vista del temi di Energia e Smart Mobility. Tra i target raggiunti da Verso l’Agenda 2030 spicca la riduzione della dispersione idrica. Bergamo eccelle per quanto riguarda innovazione, crescita economica e Smart Mobility, mentre deve ancora lavorare sulla qualità dell’aria e il consumo del suolo (problematiche su cui, però, riesce a piazzarsi prima di Milano). Tra i principali progetti di Digital Transformation analizzati da Smart Benchmarking ci sono l’avanzato sistema di Teleriscaldamento, l’illuminazione pubblica efficiente e smart, il sistema di gestione dei rifiuti, i sensori della rete IoT, il controllo e la programmazione del sistema di illuminazione cittadina, un servizio wi-fi pubblico capillare e gratuito e, infine, la promozione turistica attraverso i social network. Sono in fase di sperimentazione soluzioni di Smart Parking, monitoraggio ambientale (sensori per la qualità dell’aria, livelli di acqua, rumore, ecc.) e una rete avanzata per la sicurezza urbana. Vanno segnalati, ancora, gli Open Data e i servizi digitali del Comune, il nuovo portale della città il cui lancio è previsto per l’inizio del 2018, PagoPA per i pagamenti digitali e Spid, che permetterà ai cittadini di accedere al sito comunale con una pagina personale di dialogo con tutte le Pubbliche Amministrazioni locali. Infine, per quanto riguarda la Smart Mobility, la Linea tramviaria della Valle Brembana (T2), il Treno metropolitano Ponte San Pietro-Seriate, il servizio di trasporto locale elettrico della “Linea C”, il sistema di gestione ZTL, l’estensione della pedonalizzazione, il sistema di Bikesharing BiGi, il sistema di bigliettazione elettronico e le emettitrici di bordo con moneta e carta di credito, il sistema di infomobilità, quello di gestione della sosta, sequenze semaforiche flessibili sulla base del traffico cittadino.

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EconomyVarie

Bilancio delle imprese nel 2017

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Milano seconda in Italia con 299 mila imprese attive ma prima per addetti. Lombardia, prima con il 16% delle imprese nazionali e il 24% degli addetti. Prime in regione, dopo Milano, Brescia, Bergamo e Monza e Brianza
In Italia prime Roma, Milano, Napoli e Torino. Primi settori: commercio, costruzioni, attività immobiliari e manifatturiero

Con oltre 299 mila sedi d’impresa attive (5,8% del totale nazionale), Milano si colloca al secondo posto nella classifica delle province italiane per numero di imprese, dopo Roma che ne ha 355 mila (6,9%), ma è prima per numero di addetti con 2,1 milioni (12,4% nazionale) contro gli 1,5 milioni (9,1%) di Roma, che è seconda secondo i dati della Camera di commercio. Al terzo posto ci sono Napoli per imprese (238 mila, 4,6%) e Torino per addetti (733 mila, 4,4%). Il territorio di Monza e Brianza è 17° in Italia per numero di imprese (64 mila) e 23° per addetti (233 mila). Lodi ha 15 mila imprese e 42 mila addetti. E se sono stabili a 5,2 milioni le imprese nazionali, crescono le città maggiori, a Napoli +1,6% pari a 3.842 imprese attive in più, Roma +1,3% (4.423 imprese in più), e Milano +0,9% (quasi 2.793 imprese in più). Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi su dati del registro delle imprese al terzo trimestre 2017 e 2016.

Le imprese lombarde. La Lombardia chiude il 2017 con 818 mila imprese attive e 3,9 milioni di addetti. È la prima regione in Italia per concentrazione di imprese, il 16% del totale nazionale, e addetti, il 24% nazionale. La seguono per imprese Lazio e Campania con quasi mezzo milione di imprese l’una (9% italiano), Emilia Romagna e Piemonte con circa 400 mila l’una. Per numero di addetti dopo la Lombardia vengono Lazio (1,8 milioni), Veneto (1,6 milioni) ed Emilia Romagna (1,5 milioni). Tra le province dopo Milano che è prima con 299 mila imprese e 2 milioni di addetti, vengono Brescia (con 107 mila imprese e 402 mila addetti) e Bergamo (con 85 mila imprese e 376 mila addetti). Monza e Brianza è quarta con 64 mila imprese, viene poi Varese con 62 mila. Il settore che pesa di più è il commercio con 197 mila imprese, seguito da costruzioni (134 mila) e manifatturiero (97 mila). Quindi il settore immobiliare (67 mila imprese) e l’agricoltura (46 mila). In un anno crescono soprattutto il settore della fornitura di energia (+4,1%), servizi di supporto alle imprese (+3,7%) e istruzione (+3,5%).

Come cambiano le imprese in un anno. Crescono dello 0,9% le imprese a Milano tra 2016 e 2017, contro una sostanziale stabilità lombarda (+0%) e italiana (-0,1%). Crescono gli addetti, +6% a Milano, +4,1% in Lombardia e +1,8% in Italia. In crescita anche Monza e Brianza, +0,4% le imprese e +2% gli addetti. Tra i settori che pesano di più, si trovano il commercio (75 mila imprese tra ingrosso e dettaglio a Milano, 16 mila a Monza e Brianza, 3.500 a Lodi), le costruzioni (41 mila a Milano, 12 mila a Monza, 3 mila a Lodi), le attività immobiliari (30 mila a Milano, 6 mila a Monza e mille a Lodi) e manifatturiere (29 mila a Milano, 9 mila a Monza e Brianza e 1.500 a Lodi).

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Economy

Bankitalia e Consob, accuse a vicenda

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Consob guidata da Giuseppe Vegas, con sede a Milano ha il compito specifico dei vigilare sulle attività di borsa e di mercato per tutelare i risparmiatori. Bankitalia, fino all’avvento della BCE e quindi dell’euro, si occupava di stampare lire: oggi ha il compito di vigilare direttamente sulle banche per garantire la stabilità e la sicurezza del sistema con una funzione diretta per la tutela del risparmio.
Ad una semplice, ma veritiera lettura, si intuisce che sia Consob che Bankitalia hanno compiti di controllo simili. Detta collaborazione funziona (o dovrebbe funzionare) con un interscambio preciso ed esaustivo di informazioni. Oggi, invece, accade che il direttore generale della Consob, Angelo Apponi, ed il capo della sorveglianza di Bankitalia Carmelo Barbagallo si accusino a vicenda, senza esclusione di colpi, nel merito del dissesto delle due banche venete. Fino a venerdì u.s. entrambi i responsabili hanno parlato singolarmente davanti ai membri della Commissione Bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario. Dopodiché la Commissione ha votato a maggioranza la trasformazione delle audizioni dei due responsabili in testimonianze ai sensi di quanto previsto dal codice di procedura penale. Fino a qui Barabagallo ha spiegato che era stata la vigilanza puntuale della Banca d’Italia ad aver rilevato lo stato di criticità che si stagliava sia su Veneto Banca che su Popolare di Vicenza. Bankitalia infatti aveva accertato, documentalmente, il fenomeno capzioso delle cosi dette “operazioni baciate ”: cioè l’acquisto di azioni della banca tramite finanziamente diretti dello stesso Istituto. Quindi Barbagallo ha acclarato il comportamento corretto di Bankitalia la quale ha fatto tutto quello che era nei suoi poteri azionando ispezioni ad hoc, informando la magistratura nel merito e dando contezza documentale anche alla Consob di tutto quanto rilevato. In risposta a questa affermazione di Bankitalia, però, Consob ha replicato che Bankitalia, nella realtà, non abbia fatto assolutamente capire, alla Consob, quale fosse il reale stato dell’arte in seno alle due banche. Appare chiaro, quindi, che sia Bankitalia che Consob erano perfettamente a conoscenza entrambe di quello che stava accadendo sia a Vicenza che a Montebelluna. Ad attestare ciò vi sono le carte che Casini, presidente della Commissione, vuole acquisire e che dimostrano inconfutabilmente che sapevano cosa stesse acacdendo tutte e due gli organi di sorveglianza.
Martedì 14 Novembre si è aperto in Commissione, il caso MPS. Al termine delle prime sedute su questo caso di Consob e Bankitalia seguirà l’audizione dei magistati che stanno indagando sulla banca senese.
Come sempre vi è da rilevare come i potenti d’Italia premevano affinché sulla vicenda di Vicenza e Montebelluna “le cose” non prendessero una brutta piega. Ciò fino a quando non è intervenuta l’Europa.
In tutta questa querelle alla fine molti hanno convenuto che era meglio spennare il povero risparmiatore facendogli intendere che le azioni delle due banche che lui era costretto ad acquistare se voleva, di fatto, avere un fido, potevano valere fino a 62 Euro. Una vera e propria truffa con i baffi!

Articolo di Fabio Accinelli

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Marketing e Comunicazione

Black Friday? Parole alle neuroscienze

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Il rituale dello shopping dagli Stati Uniti è diventato un “must” anche in Italia. Anche la sua variante tecnologica del “Ciber Monday” è un “cult” per gli acquisti digitali. Venerdì 24 Novembre negozi, grande distribuzione ed e-commerce proporranno sconti importanti sui loro prodotti. Di solito un -30%. Alcuni hanno anticipato il “venerdì nero” e terranno prezzi ribassati fino a domenica. Perché i consumatori amano il black Friday? Alcune nuove risposte arrivano dalla Neurovendita. Il campo che lega neuroscienze e business.
Il Nobel per l’economia, Richard Thaler, ha dimostrato che oltre al piacere per l’acquisto esiste un piacere aggiunto legato all’idea di aver fatto un “buon affare”. Sapere di comprare ad una cifra vantaggiosa, genera nel consumatore un benessere ulteriore, che supera quello linearmente connesso all’acquisto. Immagina un cliente che voglia acquistare un nuovo televisore. Ha 400 euro di budget. Comprerà? Secondo la teoria economica classica, si, se il piacere connesso al possesso della nuova TV supera il dolore legato al pagamento. E’ la massimizzazione dell’utilità. Il cervello umano non è così razionale. Se il cliente sa che fino a 2 settimane prima quella TV aveva un prezzo di 520 euro, si attiva un ulteriore dinamica. Oltre al piacere connesso all’acquisto, proverà un ulteriore sensazione di benessere legata all’idea di aver scovato l’affare, di aver risparmiato 120 euro rispetto al valore iniziale del bene. Si tratta di un processo completamente irrazionale. Infatti la logica imporrebbe di stimare il rapporto tra costi reali (400 euro) e benefici soggettivi. Tuttavia sentirsi “fighi” per aver scovato l’affare aumenta l’autostima e accresce la propensione all’acquisto.
Anche il rimpianto gioca un ruolo. Il cervello umano è costruito per non provare rimpianti. Il rimpianto è l’emozione negativa legata alla perdita di un’opportunità. E’ il dolore per un’occasione mancata. La riduzione del prezzo di un bene lo rende accessibile a più clienti. Il cervello gioca d’anticipo. Non vuole soffrire scoprendo che un certo oggetto non è più disponibile. Ed ecco allora che si precipita ad acquistare. Evitare di rimpiangere guida il comportamento d’acquisto. Il Black Friday è l’innesco che spinge a comprare, mossi dall’evitare di rimpiangere di non trovare più ciò che vogliamo.
Se si considera l’Effetto Gregge, il successo del “venerdì nero” è ancora più potente. Il cervello umano tende ad imitare. E’ un automatismo funzionale a garantire le relazioni sociali. Imitare è il modo migliore per funzionare in un gruppo. Il cervello lo sa ed inconsapevolmente ci fa comportare come se facessimo parte di un “gregge”. Se tutti comprano per il black Friday. Anche io comprerò durante il Black Friday. E’ la naturale tendenza a copiare inconsapevolmente i comportamenti degli altri, per essere accettati e sentirsi parte della società.
Le ricerche della Neurovendita dimostrano che gli acquisti del “Black Friday” non sono frutto di un’analisi razionale. Le persone non comprano perché matematicamente risparmiano. Non si tratta di logico rapporto tra costi e benefici. Rimpianto, autostima e imitazione sono le vere ragioni che determinano il successo di questa giornata cult dello shopping planetario.

Testo di Lorenzo Dornetti 

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Economy

Il valore reale dell’Azienda evoluzione da capital value a intangibles value

Businessman with laptop

La misurazione del valore può essere data dal mercato ( market value ) o essere soggettiva ( intangible value ) ed è quest’ultimo quello più difficile da misurare.

Per la misurazione del valore intangibile si potrebbe partire dai core values, ovvero dal sistema di idee ( knowledge ), attività e attributi ( capabilities ) considerati importanti nel formare l’azione dell’impresa in genere. Azioni che si trovano formalmente nello statement of core values, la dichiarazione del sistema di valori propri dell’impresa. L’Azienda è parte di un eco-sistema meglio conosciuto come catena del valore ( value chain ). Un modello che permette di descrivere la struttura di una organizzazione come un insieme limitato di processi.

Teorizzato da Michael Porter nel 1985 nel suo best-seller “Competitive Advantage: Creating and Sustaining Superior Performance”. La catena del valore è l’insieme delle attività necessarie per produrre e commercializzare beni e servizi. Gli asset intangibili non descrivono l’insieme di beni immateriali di un’Azienda ma, piuttosto, una serie di risorse non facilmente traducibili in termini finanziari. Negli asset intangibili di un’organizzazione possiamo comprendere:

  • Capitale Umano, inteso come le conoscenze, le abilità e le esperienze delle persone e può essere strettamente individuale ma anche dell’organizzazione.
  • Capitale Organizzativo, l’insieme di conoscenze che rimangono all’impresa.
  • Capitale Relazionale Esterno, rappresentato dal valore dei rapporti con la clientela, con i fornitori, con i business partner, con i centri di ricerca & sviluppo.
  • Capitale Sociale, la fiducia prodotta dalla socialità, le interazioni sociali e le istituzioni formali create dalla socialità.
  • Proprietà Intellettuale, che comprende i brevetti, i marchi registrati e i diritti di copyright in possesso dell’azienda.

La continuità aziendale è fondamentale per gli equilibri socio-economici della comunità in un mondo sempre più competitivo, fluido e glocalizzato ( come lo definisce Zygmunt Bauman sociologo polacco ).

La competizione globale ha reso i mercati più liquidi e come scrive Zygmunt Bauman, noto sociologo e filosofo britannico nell’introduzione del suo libro Vita Liquida ( ediz. Laterza 2006 ), lesituazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure”.

Diventa difficile poter dominare i cambiamenti repentini degli scenari mondiali dovuti a cambi di governo, rivoluzioni sociali, crisi internazionali, default finanziari, eventi naturali, competitorship aggregative (esempi sono Apple, Google e Oracle diventati player plurisettoriali in competizione con i loro fornitori e Clienti). In tempi di crisi la riduzione dei prezzi, dei lead time, degli stock e l’allungamento dei pagamenti sono fattori che non fanno la differenza, se ottenuti al di fuori di una strategia complessiva. Il marketing (compreso quello di acquisto) è uno dei key pillars del sistema che Philip Kotler, in Marketing Decision-Making impostando lo studio da un punto di vista manageriale, fa evolvere da funzione aziendale a processo di gestione dell’impresa.

Deflazione, cali produzione, stretta creditizia, sofferenza nei pagamenti, fallimenti e concordati preventivi sono mine vaganti per la sopravvivenza delle Aziende.

Poter contare su Clienti e fornitori affidabili è decisivo soprattutto se si opera in mercati complessi, competitivi, globalizzati dove è forte la concorrenza anche per gli acquisti.

Sulla base di tali premesse un numero crescente di Aziende hanno compreso che necessita un cambio di paradigma, aumentando l’effort non solo sul fronte riduzione prezzi, lead time, stock e allungamento dei pagamenti ma anche per una:

  • Standardizzazione dei prodotti e servizi
  • Riduzione fonti di approvvigionamento
  • Comakership con i propri Clienti e fornitori
  • Outsoursing diretto forniture non strategiche
  • E-Soursing tramite centrali o portali d’acquisto

Evoluzione che in una visione organicistica dell’impresa con strategie sempre più emergenti ( come teorizza Henry Mintzberg accademico canadese ), evidenzia come il marketing d’acquisto abbia assunto importanza fondamentale e consente alle aziende di:

  • Minimizzare i potenziali trade-off negli approvvigionamenti
  • Cogliere tutte le opportunità offerte dai mercati di fornitura
  • Razionalizzare e liberare risorse
  • Acquisire vantaggi competitivi per il raggiungimento degli obiettivi di business

La moderna impresa o istituzione per essere vincente deve individuare i suoi punti di forza/debolezza “ascoltando la voce” dei mercati.

Le politiche di approvvigionamento e vendita obiettivi target interdipendenti

Le molteplici relazioni di fornitura e vendita che un’impresa deve gestire possono essere classificate sulla base di due dimensioni:

  • la sostituibilità misurata anche dal grado di reperibilità del materiale sul mercato;
  • l’importanza relativa del materiale all’interno del prodotto finito in cui sarà incorporato – misurata, ad esempio, dal contributo alla formazione del prezzo finale di scambi

Dimensioni che si possono declinare in 4 punti:

  1. Per materiali ad alta reperibilità e bassa importanza non si pongono problemi di approvvigionamento. Si tratta di acquisti marginali, che possono essere gestiti con le tradizionali logiche della contrattazione sul prezzo
  2. Per materiali ad alta reperibilità, ma ad elevata importanza, è possibile gestire gli approvvigionamenti cercando di sfruttare la competizione tra i fornitori, con l’obiettivo di ottenere sensibili vantaggi dal lato dei costi (effetto “leva”)
  3. Qualora siano basse sia la reperibilità che l’importanza, l’enfasi maggiore va posta sulla stabilità dei flussi di approvvigionamento nel lungo periodo, poiché la disponibilità del materiale è più importante del suo costo
  4. I problemi più seri si pongono con riferimento agli acquisti che presentano contemporaneamente le caratteristiche dell’alta importanza e della bassa reperibilità. Da un lato, l’elevato valore dell’acquisto induce l’acquirente ad enfatizzare la dimensione dell’efficienza, cioè della minimizzazione dei costi; dall’altro lato, la scarsa reperibilità e l’elevata importanza del materiale in termini di impatto differenziante sul prodotto finale, portano ad enfatizzare la stabilità del rapporto. Si pone quindi un vero e proprio dilemma tra stabilità della relazione ed efficienza, che condiziona pesantemente le scelte operative.

La scelta da parte dei responsabili acquisti si distingue in due opzioni fondamentali:

  • fornitura unica (single-sourcing);
  • fornitura multipla (multiple-sourcing);

Politiche di fornitura unica: l’acquirente mantiene rapporti esclusivi o preferenziali con un solo fornitore per ogni codice d’acquisto, vincolo tra le parti che può sancito formalmente con un contratto.  Il rifornimento unico può essere interpretato come il primo passo nella direzione della integrazione operativa tra acquirente e fornitore. Una scelta di single-sourcing è di solito apprezzata dal fornitore, il quale può assicurarsi una maggiore stabilità di rapporto, una minore incertezza sui volumi di vendita, un’uso più stabile e completo della propria capacità produttiva e forza lavoro, un’uso più finalizzato delle risorse investite nelle attività di R&S e di innovazione di prodotto, l’assistenza tecnica e finanziaria dell’acquirente. Sovente, poi, un rapporto esclusivo con un’importante acquirente ha un impatto positivo sull’immagine e reputazione del fornitore. Lo svantaggio da pagare è costituito dalla riduzione del numero dei clienti (al limite il cliente è unico se l’esclusiva è assoluta). Il vincolo di fornitura impedisce all’acquirente, inoltre, di accedere rapidamente agli sviluppi tecnologici realizzati sul mercato di fornitura

Politiche di fornitura multipla: La preferenza per la fornitura multipla è speso giustificata da considerazioni strategiche. Il frazionamento degli acquisti tra molti fornitori consente infatti di ridurre il grado di dipendenza da ogni singolo fornitore, limitandone così il potere contrattuale. Ma anche il rifornimento multiplo non è privo di svantaggi. Il ricorso a forniture multiple può essere interpretato come l’evidenza di un ridotto impegno dell’acquirente nella relazione, il che non incoraggia gli investimenti e la collaborazione del fornitore.

La scelta tra single e multiple-sourcing può fondarsi su una valutazione comparata dei rispettivi costi, suddivisi nelle seguenti categorie:

  • costi di avvio della relazione (set-up), sono costituiti dalle spese che si sostiene per dar corso ad una relazione di scambio (selezione, valutazione, omologazione, certificazione, progettazione comune);
  • costi di rottura della relazione (switching costs), sono i nuovi costi di set-up che dovranno essere sostenuti per sostituire il fornitore;
  • costi di coordinamento (trading costs), sono costi variabili legati ai processi di coordinamento, comunicazione e decisione necessari alla gestione efficiente della relazione. Essi includono i costi amministrativi di ordinazione e ricevimento dei materiali, i costi di controllo della qualità, i costi (eventuali) di esecuzione giudiziale od extra-giudiziale del contratto, i costi di negoziazione delle modificazioni ed integrazioni contrattuali;
  • costi di competitività (competitiveness costs), corrispondono alle mancate o ridotte vendite e ai minori prezzi di vendita sopportati dall’acquirente a causa di forniture non soddisfacenti (in termini di prezzo, livello qualitativo, puntualità, affidabilità, tempestività delle consegne, sforzo innovativo);

Come disse Kaoru Ishikawa ( è stato professore universitario e influente innovatore della gestione qualità ): “Le aziende esistono all’interno di una società per soddisfare le persone che appartengono a quella società”; uno dei requisiti e obiettivo principale dei Sistemi Gestione Qualità ( fra cui le iso 9001 ) è la capacità di soddisfazione dei bisogni di tutti gli stakeh.

Testo di
Dr. Alberto Claudio Tremolada
Manager Metatech Group ( fonderie e lavorazioni meccaniche http://www.metatechgroup.com ) Expert The Procurement ( http://www.theprocurement.it )

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