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Economy

Perchè il Nobel a Thaler è una rivoluzione?

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Il Nobel per l’economia a Thaler rappresenta il superamento dell’uomo “razionale” descritto dall’economia classica a favore dell’uomo “reale”. Si crea un ponte tra neuroscienze ed economia. Il ricercatore ha sviluppato modelli di previsione del comportamento che considerano il cervello umano per quello che è durante l’acquisto. L’essere umano non è un “robot razionale” potenziato dal digitale, ma piuttosto un “animale” che sceglie influenzato dalle situazioni, con una razionalità limitata, guidato inconsapevolmente dalle sfumature emotive e sensoriali. Bella scoperta si potrebbe dire. Peccato che molte previsioni economiche si fondano ancora sull’idea che l’uomo sia razionale e soprattutto spinto unicamente a massimizzare l’utilità nel lungo termine. Thaler smonta questo assunto, partendo da come funziona il cervello. Ecco le più interessanti scoperte:

Bilancio mentale. Le persone spendono i loro soldi in modo molto diverso in funzione della fonte di guadagno. Se i soldi sono figli di una vincita, di eredità o di situazioni fortunate le spese sono irrazionali. Si è molto attenti se il denaro è conquistato con il duro lavoro. Come se il denaro fosse registrato in voci diverse di bilancio nella nostra testa.

Contanti vs Carta. La gente è disposta a spendere in maniera diversa per lo stesso bene in base al mezzo con cui pagano, contanti o carta di credito. Si spende con maggiore facilità nel caso in cui il pagamento preveda carta di credito, in quanto si fatica a tenere conto delle spese nel tempo e si riduce l’effetto del rimpianto per non aver acquistato.

Se è mio vale di più. Nella valutazione di un oggetto si tende a sovrastimarne il valore quando lo si possiede. Insomma se un bene è mio vale di più, rispetto a quando è di qualcun altro. Irrazionalità allo stato puro. Si spiega l’avversione degli esseri umani alle perdite (già dimostrata da Kahneman, Nobel per l’economia nel 2002). Le persone tendono a non seguire le logiche della domanda-offerta nel decidere a che prezzo vendere un bene, ma fissano sempre una cifra uguale o superiore a quanto hanno pagato.

Il piacere dell’affare. Le persone non comprano solo per massimizzare il piacere legato all’uso od al possesso di un oggetto. Sono spinte ad acquistare dal pensiero di fare un buon affare. Questo “piacere aggiunto” legato all’atto del comprare in modo vantaggioso è completamente ignorato dall’economia classica e spiega molti metodi con cui il marketing stimola gli acquisti fissando prezzi più alti o grandi percentuali di sconto.

Carpe Diem. Gli esseri umani vivono nell’oggi, senza pianificare le conseguenze delle loro azioni e decisioni sul futuro. Tendono a comprare ciò che è più semplice o vantaggioso nell’immediato. Da qui le idee di Thaler sull’esposizione dei cibi sani nei punti più visibili dei supermercati per indurre le persone a mangiare meglio e di facilitare con sgravi fiscali immediati la costruzione di piani pensionistici integrativi.

Questo premio Nobel è conferito ad un ricercatore che ha fatto sintesi tra economia e neuroscienze, creando modelli di previsione del comportamento più efficaci e quindi più utili perché partono dal cervello umano per quello che è.
Articolo di Lorenzo Dornetti, esperto di neurovendita

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Economy

La locazione operativa per manager e aziende

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L’Italia è un Paese fondato sulle PMI. Ogni attività volta a sostenerle è quindi ben accetta. Tra i nuovi strumenti capaci di dare fiato alle piccole aziende c’è la locazione operativa, al servizio di manager, aziende ma anche di liberi professionisti e soggetti a partita IVA intenzionati a noleggiare, e non comprare, i beni necessari alla propria attività.
Perché noleggiare e non comprare? Per una molteplicità di motivi che sarebbe opportuno far conoscere, nell’interesse – certo – delle aziende locatrici, ma anche – e, perché no? soprattutto – delle aziende che utilizzerebbero il servizio di locazione.
Qualche numero (riferito al bacino di Grenke, uno dei principali player della locazione B2B in Italia): le aziende che vanno da 0 a 9 dipendenti formano il gruppo più vasto di utilizzatori di tale servizio (66%).
A dimostrazione che si tratti di un servizio valido innanzitutto per i “piccoli”, la quota totale di micro, piccole e medie imprese che utilizzano la locazione operativa (sempre nei dati Grenke) arriva al 98%.
Non solo. Oltre un terzo della base dei clienti è composta da aziende del Centro-Sud, a riprova del fatto che un servizio del genere potrebbe risultare significativo per lo sviluppo di qualsiasi parte del Paese, comprese quelle generalmente considerate meno avanzate e con infrastrutture meno sviluppate. Un servizio utilissimo per la crescita al punto da essere ben recepito innanzitutto dalle aziende che lo utilizzano, visto che il tasso di regolarità di pagamento dei canoni risulta altissimo, ossia quasi del 96%.
Ma di che servizio si tratta e quali sono i reali vantaggi per le aziende a partire – ripeto -da quelle piccole? Partiamo dai vantaggi: si tratta di vantaggi fiscali, economici, finanziari e operativi.

  • Fiscali perché i canoni sono totalmente deducibili ai fini IRES e IRAP.
  • Economici perché si possono ottenere subito le attrezzature di cui si ha bisogno, e metterle subito “al lavoro”, col risultato principale di mantenere liquidità in azienda ed evitare indebitamenti.
  • Finanziari perché così si migliora il cash flow, non essendo il bene noleggiato iscritto a bilancio, e non rappresentando fonte di indebitamento, bensì un puro costo aziendale.
  • Operativi perché la durata dei noleggi è allineata al ciclo di vita dei prodotti, col risultato cruciale in tempo di concorrenza globale di rinnovamento tecnologico continuo. Il bene diventa obsoleto dopo pochi anni? Nessun problema: con la locazione lo cambi di volta in volta con la versione più aggiornata.

Un processo del genere come funziona? Il cliente stabilisce con il proprio distributore di fiducia quali sono i beni strumentali che utilizzerà nello svolgimento del proprio business (dall’hardware al software, dai macchinari industriali agli elettromedicali, dalle macchine per caffè agli arredi per ufficio, dalle dotazioni ho.re.ca. ai sistemi di navigazione satellitare). La gamma di beni, prodotti, attrezzature e tecnologie noleggiabili è incredibilmente vasta, comprendendo anche soluzioni insolite (droni, impianti di allarme e videosorveglianza, strumenti per l’edilizia, illuminazioni). A questo punto la società locatrice acquisisce i beni dal distributore (Grenke fa leva anche sulla rapidità dei propri pagamenti, di appena 24 ore), e instaura il rapporto di locazione col cliente. “Un modello di business di questo tipo – chiarisce il direttore commerciale di Grenke Aurelio Agnusdeidetermina vantaggi per tutti i soggetti coinvolti”.
Per il locatario, cioè di chi ha bisogno di uno strumento di lavoro. Per la società che fornisce il servizio, il locatore appunto, e anche per il fornitore del bene, il quale ha tutto l’interesse a promuovere il noleggio usando il locatore, complice la sicurezza e rapidità dell’incasso nonché i rischi di credito azzerato e la possibilità di fare upselling.
In effetti l’attività di locazione rappresenta un circolo virtuoso: e in temi di difficoltà di rapporti con altri protagonisti del sostegno alle imprese, forse sarebbe opportuno rendersene conto, e questo a tutto vantaggio dell’economia italiana, la quale sembra pensata apposta per applicare con successo una formula del genere.

Articolo di Fabrizio Amadori

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Economy

Gli italiani e il risparmio

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Sembra proprio che l’Italia, dopo momenti bui, oggi  torni ad essere un paese di risparmiatori: la propensione al risparmio che, nel 2016 era al 9,6%, ad oggi è salita all’11%. Il risparmio, per dare valenti benefici al sistema economico nazionale dovrebbe però essere reinvestito e non tesaurizzato.
La somma totale del risparmio degli italiani è stata calcolata, da Banca di Italia, in 4.117 miliardi di euro che, in linea teorica, fosse suddiviso pro capite per i 60 milioni di abitanti, porterebbe ogni italiano ad avere un importo, in tasca di 68 mila euro. Ma questa è pura teoria! Nella realtà, vi sono 281 mila famiglie che dispongono di più di 1 milione di euro liquidi in tasca, dall’altra parte ve ne sono più di 5 milioni che non arrivano a 10 mila euro.

La situazione reale è particolare: mentre le quote di risparmio sono in aumento, la ripresa economica, se andrà bene, è contenuta in un misero 0,8 %. Dato allarmante in rapporto a tutti gli altri paese europei, tranne Grecia e Spagna ed a distanza luce dalle economie USA, Cina ed India. Permane sempre un pessimismo di fondo che sfiora l’86% dei cittadini italiani e gli stessi, per il 54%, sono sfiduciati e non credono più dell’Unione Europea. I dati della Banca di Italia documentano che la ricchezza, come detto pari a 4.117 miliardi di euro, è ripartita per 1.100 miliardi in depositi bancari , 456 miliardi fondi comuni, 957 miliardi azioni italiane ed estere, 864 miliardi in fondi pensioni ed assicurazioni, 442 miliardi in obbligazioni delle quali 131,5 debito pubblico e 117 bancarie, 297 miliardi in c/c postali e contante. A fare due conti, premesso che il debito pubblico ad oggi si avvicina ai 2250 miliardi di euro, ove il nostro Stato dovesse fallire, a pagare di tasca propria i debiti dello stesso sarebbero i cittadini e le banche che, insieme, detengono poco meno del 75% dei titoli pubblici.

Un’ultima analisi ci permette di vedere come non è ben chiaro, agli italiani, la differenza tra risparmio ed investimento. Infatti il 20% delle disponibilità possedute dai risparmiatori è ancora detenuto sui conti correnti, soluzione che non mette più al riparo da nessun rischio: ciò perché con un tasso di inflazione atteso contenuto in una forbice 1,5-2% vi è una erosione reale del capitale pari al 5% in tre anni e dell’8% in 5 anni. Personalmente ritengo che lo strumento del fondo comune di investimento possa dare reali vantaggi economici all’investitore. Vi è una tutela legale avanzata, perché il patrimonio del fondo risulta essere ben distinto sia da quello dell’emittente dello stesso che dal suo reale gestore. Non va, inoltre, dimenticato che si tratta di uno strumento di facile accessibilità per tutti, tanto che lo si può sottoscrivere a partire da poche migliaia di euro. In ultimo, ma non per importanza, il fondo permette, de facto, una maggiore diversificazione perché il portafoglio a cui esso accede è di per se frazionato ed ha più classi di attivo, cosa impensabile ed impossibile da compiere da parte del singolo risparmiatore che ha a disposizione per l’investimento piccole quote di denaro. Non va dimenticato neppure l’estrema trasparenza di tale strumento finanziario, ove la quota del fondo è pubblicata giornalmente e la stessa ha una estrema facilità di liquidabilità: il portatore può uscire e vendere la propria quota quotidianamente ricevendone l’ accredito del proprio capitale in non più di qualche giorno.

Articolo di Fabio Accinelli 

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Marketing e Comunicazione

Vi svelo i segreti del passaparola

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Intervista esclusiva a Jonah Berger, lo “scienziato” del marketing celebrato anche dal Times e famoso in tutto il mondo per il suo bestseller “Contagious”

Il suo libro “Contagious: why things catch on” è stato un bestseller mondiale, celebrato dal New York Times e dal Wall Street Journal, nominato “miglior libro di marketing” dall’American Marketing Association. Siamo parlando di Jonah Berger, professore alla Wharton School dell’Università di Pennsylvania, vera e propria star del marketing mondiale apparso sulle copertine delle più importanti riviste economiche del pianeta.

Noi di Business&Gentlemen lo abbiamo intervistato in esclusiva durante la due giorni del “Business Marketing Summit” che si è svolto recentemente a Milano, dove ha raccontato l’importanza del passaparola e dei 6 principi fondamentali che rendono contagiosi prodotti e idee.

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Marketing e Comunicazione

I big mondiali del marketing riuniti a Milano

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La due giorni del “Business Marketing Summit” con Jonah Berger, Fernando Trias de Bes, Hermann Simon e Annamaria Testa

Nell’era della iperproliferazione di contenuti, i fattori chiave che fanno la differenza appaiono essere sempre di più quelli della “qualità”, della “selezione” e della “concentrazione”. Ossia la possibilità di concentrare in un preciso momento un contenuto di qualità fortemente selezionato sulle esigenze del destinatario. Ancor più se si parla di formazione.

Potrebbe essere questa la sintesi della filosofia che sta dietro alla prima edizione del “Business Marketing Summit” svoltosi a Milano nei giorni scorsi. Un ‘evento che ha raggruppato oltre 700 partecipanti provenienti da tutta Italia riuniti per ascoltare, apprendere e mettere in pratica alcuni dei temi chiave nel contesto del management  e del marketing. Tutto questo grazie a quattro grandi “Big” che si sono intervallati sul palco dell’Atahotel Expo Fiera di Milano in una due giorni ricca non solo di importanti spunti, ma anche di elementi strategici da mettere praticamente in azione fin da subito, una volta concluso il convegno.

Sono stati infatti personaggi del calibro di Jonah Berger, Fernando Trias de Bes, Hermann Simon e Annamaria Testa a illuminare la platea con i loro interventi focalizzati ciascuno su tematiche di estrema rilevanza nel campo del marketing, ma più in generale nella gestione d’impresa. Come fa un contenuto a diventare virale? Quali sono i processi per sviluppare prodotti innovativi? Come costruire dinamiche di prezzo che facciano crescere i profitti? Come trasformare la creatività nel motore della comunicazione d’impresa?

Sono queste alcune delle domande che hanno trovato risposta in questa prima edizione del “Business Marketing Summit”. Un appuntamento organizzato da Performance Strategies realtà che si propone come punto di riferimento per la realizzazione di seminari multidisciplinari con i massimi esperti mondiali nelle aree di maggior interesse per chi fa business oggi: management, leadership, marketing e strategia aziendale, negoziazione e vendite.

“Abbiamo costruito un format riconosciuto e fortemente orientato al risultato – ha spiegato Marcello Mancini, fondatore e Ceo di Performance Strategies – perché oggi manager e imprenditori hanno bisogno di certezze quando investono nella formazione per se stessi o per il loro team. La nostra formula è chiara, selezioniamo il meglio del meglio per offrirlo al nostro pubblico attraverso principi fortemente orientati alla formazione, all’apprendimento, all’execution. Dal marketing strategico alla negoziazione, dalle vendite alla leadership selezioniamo nel mondo le figure più autorevoli e qualificate per poterle riunire in un evento specifico costruito ad hoc per soddisfare le esigenze del nostro pubblico”.

E la formula pare che funzioni visto che Performance Strategies si conferma player in forte crescita nel settore in Italia con un progetto dai contorni assai più ampi: “Il nostro gruppo – ha continuato Mancini – non si occupa solo di formazione tradizionale nei contesti tipici del management, ma anche sul fronte del lifestyle per valorizzare un approccio più olistico e trasversale. Inoltre, a dimostrazione di quanto siamo importanti per noi i contenuti di qualità, abbiamo investito nella realizzazione di una nostra casa editrice, Roi Edizioni, che presenta un’eccellente selezione di titoli di autori italiani e stranieri proprio sui temi che sono i nostri riferimenti nel contesto della formazione e del lifestyle”.

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I relatori dell’evento

Annamaria TESTA:
una delle più grandi pubblicitarie del nostro Paese, prima pubblicitaria donna ad entrare nella hall of fame dell’Art Directors Club Italiano, ha lavorato per importanti campagne come Perlana, Ferrarelle e Golia Bianca. Ha svolto la professione di consulente per imprese affiancando a questa un’intensa attività di scrittura come blogger e saggista. Scrive ogni settimana per Internazionale.it. È stata docente per oltre 20 anni presso svariate università italiane, tra cui: l’Università Ca’ Foscari di Venezia, La Sapienza di Roma, l’Università degli Studi di Torino e le Università IULM e Bocconi di Milano. È stata omaggiata da Rai Storia che le ha dedicato una puntata alla sua figura, dall’Università di Modena e Reggio Emilia che le ha assegnato il Premio Pirella “Comunicatore dell’anno” e da Womentech che le ha conferito il Premio Tecno-Visionarie per la Cultura. In passato è stata membro del CdA di Illy Spa e ha fatto parte della giuria dei letterati del Premio Campiello. Attualmente fa parte del Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca.

Hermann SIMON:
considerato il maggiore esperto al mondo sui temi del pricing, è stato eletto “Management Thinker più influente” direttamente dopo Peter Druker. Ha insegnato nelle più prestigiose università del mondo tra cui Harvard, Stanford, London Business School, Insead e MIT. Ha ricevuto lauree honoris causa in svariate università internazionali e svolge la sua attività di consulente dividendosi tra Londra, Madrid, Milano, Mosca, New York, Tokyo e San Francisco. È membro del consiglio editoriale di numerose riviste di business tra cui International Journal of Research in Marketing, Management Science e European Management Journal. Ha pubblicato centinaia di articoli sulle più prestigiose riviste mondiali di Management, Strategia, Marketing ed è presidente di Simon-Kucher & Partners (SKP). Autore dei bestseller Power Pricing e Campioni Nascosti, nella sua carriera ha scritto oltre 35 successi editoriali tradotti in più di 20 lingue.

Jonah BERGER:
è apparso sulle copertine del New York Times e di Harvard Business Review e ha scritto per riviste come: Wall Street Journal, Science, Wired, Business Week e The Economist. Jonah Berger svolge inoltre attività di consulenza per aziende e organizzazioni appartenenti ad ogni settore: da aziende facenti parti della Fortune 500 a piccole start-up, da multinazionali a enti non-profit, contribuendo all’ideazione di nuovi prodotti, all’affinamento delle tecniche di comunicazione aziendale e allo sviluppo di strategie di marketing innovative. Il suo libro Contagious: perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono, è diventato bestseller del New York Times e del Wall Street Journal ed è stato nominato “Miglior Libro di Marketing” dalla American Marketing Association.

Fernando TRIAS DE BES:
imprenditore, saggista e autore bestseller de Il Marketing Laterale, le sue pubblicazioni sono state tradotte in oltre 30 lingue. Personaggio poliedrico, le sue aree di interesse principali sono l’Innovazione e il Marketing. Oltre ad occuparsi di marketing è anche scrittore di romanzi e regista di cortometraggi premiati a livello internazionale, in aggiunta ha collaborato per diversi anni come articolista per El Paíse per il supplemento economico de La Vanguardia su cui scrive tuttora. Svolge l’attività di docente presso l’ESADE Business & Law School di Barcellona ed è socio fondatore della società di consulenza specializzata in ricerca e innovazione Salvetti & Llombart. Tra i suoi maggiori successi editoriali: Il Marketing Laterale (insieme a Philip Kotler), Il Venditore di Tempo, Il Libro Nero dell’Imprenditore, Innovare per Vincere e Fortunati si Diventa che ha venduto, solo nel primo anno, 2 milioni di copie in tutto il mondo.

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Economy

Gli italiani scommettono sul futuro

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Il consolidamento della ripresa economica comincia a essere percepito dagli italiani, che guardano con minori preoccupazioni al futuro. Una prospettiva che può aiutare ulteriormente la crescita, nella misura in cui incoraggia consumi e investimenti.

Segnali importanti arrivano dalla survey “Il clima economico e sociale” realizzata da Ipsos Public Affairs. Le risposte negative ammontano al 25% e quelle positive al 23%, mentre solo due mesi fa i pessimisti erano il 6% e a maggio il differenziale era di ben 11 punti. Migliora anche il “momentum” percepito della crisi economica.

A settembre quelli convinti che “il peggio deve ancora arrivare” sono il 36%, contro il 38% di luglio e il 41% di maggio. Certo, resta una maggioranza di persone che vedono il bicchiere mezzo vuoto, ma sarebbe stato difficile immaginare uno scenario diversi in un Paese come il nostro che ha conosciuto una doppia recessione negli ultimi dieci anni e che ha visto finora la ripresa procedere a ritmo più lento rispetto ai mercati vicini.

Con il risultato che il Pil pro-capita a fine 2016 risultava ancora inferione (25.900 euro) di 2.800 euro rispetto al pre-crisi. Gli italiani si mostrano soddisfatti soprattutto quando vengono chiamati ad analizzare la propria posizione. La valutazione della qualità della vita nella propria zona di residenza è positiva per il 61% del campione, due punti in più di un bimestre fa.

Del resto, anche le rilevazioni dell’Istat segnalano che il clima di fiducia dei consumatori è in crescita, tanto da raggiungere quota 110,8 ad agosto contro i 106,9 punti di luglio e i 105,6 di maggio. I giudizi e le aspettative circa la situazione economica del Paese sono in miglioramento e contemporaneamente tornano a calare le aspettative sulla disoccupazione. Anche l’indice composito del clima di fiducia delle imprese registra un aumento, tornando sui valori medi rilevati nel 2007.

Fonte: Repubblica Affari & Finanza

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Innovazione

Anche i manager tornano sui banchi di scuola

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Tutti a scuola, anche i dirigenti. Il loro tallone d’Achille sono le competenze digitali. Competenze che sono invece necessarie per dare piena attuazione al piano governativo Industria 4.0, finalizzato al rilancio del sistema industriale italiano.

Ne è convinto Carlo Poledrini, presidente di Fondirigenti, il fondo interprofessionale promosso da Confindustria e Federmanager per finanziare la formazione dei manager: “Se è vero che i dirigenti italiani hanno il pregio della flessibilità, e del possesso di ottime competenze, unite a una buona cultura umanistica, quest’ultima grazie alle scuole superiori, è altrettanto vero che la loro cultura digitale non è particolarmente elevata. Ed è questa che serve per fare un passo in avanti nel processo di sviluppo industriale del nostro paese, come prefigura il programma governativo Industria 4.0. Infatti, la crescita della produttività si otterrà non solo con gli investimenti hard, come i nuovo macchinari, ma anche con nuove metodologie di utilizzo ed elaborazione delle informazioni e dei dati, e quindi, in ultima istanza, con nuovi modelli di business, di organizzazione e di gestione”.

Ne è convinto anche Mario Cardoni, direttore generale di Federmanager: “La sfida dell’innovazione e della competitività su scenari globali si vince solo con manager formati e orientati alla digital transformation, in grado, quindi, di diventare a loro volta contaminatori digitali. Per questo l’investimento in formazione per il management è uno dei cardini del modello Industry 4.0, che Federmanager ha messo al centro delle sue priorità.”

Attualmente sono 13.395 le impese italiane che hanno scelto di destinare il contributo dello 0,3 % a Fondirigenti, e 75.777 i dirigenti potenzialmente destinatari della formazione. Dal 2004 al 2016 Fondirigenti ha approvato 16mila piani formativi, che hanno interessato 19mila imprese e 85.500 dirigenti. Nel 2016 sono stati messi a bando 23 milioni di euro con 3 avvisi, mentre con il conto formazione sono stati utilizzati 10 milioni di euro.

Ma quali sono i risultati di questa attività? Secondo Federico Moini, direttore di Federmanager Academy, questi progetti possono essere particolarmente utili per le imprese: “L’esperienza ha dimostrato che senza il volano di risorse esterne, molte imprese trascurerebbero la formazione dei loro dirigenti, i quali, avendo poco tempo, tendono spesso a tralasciarla.”

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Economy

Voli low cost: la sfida è in cabina di comando

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Ryanair, la regina delle low cost, sta attraversando numerose turbolenze: fino a cinquanta voli cancellati al giorno, per un totale di 400 mila passeggeri, il due percento del volume totale, fanno sapere da Dublino, per una spesa che oscilla dai 20 ai 25 milioni di euro in rimborsi e compensazioni (per chi si è visto annullare il volo meno di due settimane prima della prenotazione).

Come è noto, le cause di queste turbolenze sono essenzialmente due: l’errata programmazione e valutazione dei turni di riposo degli equipaggi e l’esodo dei piloti: cento secondo Ryanair, ma già settecento, si dice, nell’ultimo anno.

L’emorragia dei piloti dipende dall’apertura del mercato dei cieli. I comandanti migrano verso compagnie che hanno appena aperto e offrono contratti di assunzione migliori, come Norwegian Air Shuttle, oppure altre low cost che cercano di aggiudicarseli attraverso condizioni più favorevoli. Con la liberalizzazione dei cieli e la concorrenza delle compagnie si creano anche le basi per il miglioramento delle condizioni economiche e di trattamento del personale.

Non ci sono soltanto le tariffe più competitive rispetto a un monopolio di Stato come avveniva prima. Con la liberalizzazione decretata dall’Unione europea negli anni ’90 sono stati proprio i vettori come Ryanair ad approfittarne per primi, sottraendo quote di mercato ai vettori nazionali, al ritmo del 10% l’anno, attraverso un efficientamento dei propri aerei, del servizio e dei loro equipaggi.

Oggi la stessa concorrenza sta creando problemi a Ryanair. La competizione, se ben regolata, pone solo le condizioni per un miglioramento delle tariffe per i clienti e del trattamento del personale di volo. Se la compagnia vuole tenersi stretti i suoi piloti ed evitare un esodo, avrà un solo modo: dovrà consentire condizioni migliori, attraverso un “reset” controllato di trattamenti economici, assicurazione malattia, condizioni di volo, turnazioni, assegnazione delle rotte, ecc.

Non bisogna dimenticare che la faccenda sta creando molti disagi agli utenti, ma quello che sta accadendo non è affatto “la fine del mondo”, semplicemente un assestamento che impone alle compagnie low cost di essere ancora più competitive ed efficienti.

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Economy

Consumi: Italia batte Germania 4 a 2

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La generalizzata revisione al rialzo della crescita del Pil da parte di agenzia di rating e istituzioni ha garantito agli italiani qualche soddisfazione sotto l’ombrellone. Ma il confronto internazionale continua a deludere: cresciamo da più, certo, ma meno degli altri Paesi europei. Un’occasione di riscatto arriva dal fronte dei consumi.

Il Growth report di Nielsen, indagine che prende in esame l’andamento delle vendite dei beni di largo consumo nella GDO di 21 Paesi europei, spiega che nel secondo trimestre ’17 il valore delle vendite del largo consumo in Italia è aumentato del 4%. E questa volta il Paese supera le altre piazze europee di riferimento: Francia (+3,2%), Regno Unito (+2,9%), Spagna (+2,9%) e Germania (+2,3%). L’indicatore è incoraggiante per quanto riguarda la buona salute della domanda interna.

Anche se il dato dell’Italia è influenzato in positivo dal forte sostegno garantito nel nostro Paese dai consumi legati alla Pasqua. Da notare: il +4% messo a segno dall’Italia è figlio di un aumento dei prezzi dello 0,9% e di una crescita delle quantità vendute del 3,1%. Gli italiani hanno continuato a fare acquisti nonostante il ritocco al rialzo dei listini, come già evidenziato anche da Istat sui consumi al dettaglio.

Dunque è ragionevole aspettarsi che una (cauta) ripresa dei consumi continui nei prossimi mesi.

Fonte: Corriere della Sera

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Economy

Agroalimentare, Italia campione dei «nuovi gusti»

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Il segnale, forte e chiaro, lo ha dato qualche giorno fa Denise Morrison, Ceo della celebre Campbell Soup Co. «Quelle companies che non vogliono o scelgono di non cambiare, sono fuori dalla corsa contro il tempo». Con queste parole la top manager americana descrive bene la situazione in cui si stanno dibattendo i gruppi agroalimentari multinazionali. Cioè quello di produrre e proporre ai consumatori cibi “vecchi” quando invece la domanda sì è spostata su altri fronti: zero zucchero, zero nitrati, zero polifosfati, zero conservanti, più freschezza, più salubrità, più sostenibilità.

Con una battuta scherzosa – ma poi nemmeno tanto – un manager di primo livello di Kellogg’s ha detto di recente che il fenomeno “quinoa” sta mandando al tappeto i protagonisti di sempre dell’agroalimentare. Intanto stanno nascendo start-up e nuove aziende più veloci nel rispondere alla domanda di cibo “nuovo” dei consumatori. E in questo l’Italia si trova a raccogliere la sfida in prima posizione.

Nella sola ultima edizione di Cibus a Parma, le aziende hanno presentato più di 1.500 prodotti nuovi e innovativi. Al Macfrut di Rimini a maggio gli espositori hanno proposto un centinaio di nuovi prodotti. Tutti naturali, tutti salutistici, tutti “bio” o “veg” o attenti ai valori nutrizionali. È con queste idee che più di 6mila industrie italiane di trasformazione si fanno strada ogni giorno nei mercati nel mondo. Innovazione nel solco della tradizione.

I consumi riprendono

Dopo cinque anni di stagnazione, i consumi alimentari delle famiglie italiane hanno ricominciato a crescere. Nel primo semestre dell’anno l’incremento stimato da Ismea-Nielsen è del 2,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. «Dopo la lieve contrazione del 2016 (-0,6%), la ripresa della spesa per l’agroalimentare nel primo semestre 2017 è sostenuta non più solo dai prodotti confezionati (+3,2%), ma anche dai freschi (+1,1%). I leitmotiv delle scelte merceologiche degli acquirenti – sottolineano Ismea-Nielsen – continuano a essere, oltre alla sobrietà (meno atti d’acquisto e minori volumi) e all’attenzione al risparmio (ancora tanti gli acquisti in promozione), gli aspetti salutistici». «Sobrietà», «risparmio» e «salutismo» sono quindi le parole chiave che hanno condizionato e condizioneranno sempre di più i consumi alimentari. E non solo in Italia. Con la crisi dell’economia il marketing delle industrie di trasformazione per mantenere adeguati livelli di vendita ha insistito, oltre che sulle promozioni, su concetti quali la sostenibilità, il “bio” e il “veg”, i valori nutrizionali. Una sfida per l’industria, ma anche per l’agricoltura, che si è giocata sul filo dell’innovazione di prodotto e di processo, e dei prezzi. Aprendo il mercato a nuovi competitor. Una recente inchiesta del Wall Street Journal spiega come le vendite dei primi 25 gruppi multinazionali alimentari americani siano in declino a causa dei ritardi negli aggiornamenti delle formule e degli ingredienti. Il consumatore chiede sempre più freschezza, salubrità e convenienza. E su questo il made in Italy è all’avanguardia.

Il sistema Italia

Al giugno 2017 l’osservatorio AgrOsserva di Ismea registra una tendenza sostanzialmente positiva per il settore agroindustriale. Se sui valori del 2016 ha pesato in forma evidente la crisi derivata dalla volatilità dei prezzi di molte materie prime (latte, carni suine e bovine), il primo semestre dell’anno in corso evidenzia una ripresa marcata. A cominciare dall’occupazione (+1,3%), dove il lavoro giovanile è in controtendenza rispetto al dato nazionale. «Le imprese agricole presenti nel Registro delle imprese, fotografate negli archivi Infocamere a fine marzo 2017 – spiega il rapporto – sono circa 751mila unità (12% del totale delle imprese italiane) e risultano in lieve calo su base annua (-0,3%), con un dato simile a quelli registrati anche nei trimestri del 2016. Tra i dati positivi, vanno evidenziati invece i progressivi aumenti delle imprese agricole giovanili rispetto all’anno precedente, registrati a partire dal secondo trimestre 2016, arrivando a segnare un +9,3% a marzo 2017; analizzando l’andamento dello stock di imprese giovanili, esso ha raggiunto un picco a dicembre 2016, per poi ridursi nel primo trimestre di quest’anno; nel complesso si tratta di circa 49 mila imprese di giovani agricoltori, pari al 6,6% delle imprese agricole totali».

Bilanci e previsioni

Le cifre di base dell’industria alimentare italiana (Fonte: Federalimentare)

Sul fronte dell’industria di trasformazione, invece, le imprese giovanili sono 5.400, pari al 7,7% del totale di settore. Molte di queste aziende sono startup innovative, nate da rapporti con Università e forti nel trasferimento tecnologico. Dal punto di vista della produzione l’ufficio studi di Federalimentare segnala una crescita che si sta consolidando. «Nel maggio 2017 il settore registra, su indici grezzi, un aumento del +3,9% sullo stesso mese dell’anno precedente. Tale variazione si corregge marginalmente in un +4,0% a parità di giornate, avendo avuto il mese 22 giorni lavorativi come il maggio 2016. Il settore e il totale industria mostrano, quindi, un netto rimbalzo dei trend evidenziati nei progressivi precedenti. Essi si traducono, per il settore, in variazioni sui cinque mesi pari al +0,8% su indici grezzi e al +1,1% a parità di giornate (dopo il +0,2% a parità di giornate registrato nei quattro mesi)».

L’export, punto di forza

L’obiettivo fissato all’Expo di Milano era di arrivare a un valore di 50 miliardi al 2020. Lo scorso anno l’industria agroalimentare italiana ha esportato per un valore di 31,5 miliardi (+5%). Il saldo della bilancia commerciale è in attivo per quasi 11 miliardi. E la tendenza è confermata anche per il 2017. Sempre secondo i dati di Federalimentare «il consuntivo del quadrimestre registra una quota export di 9.637,3 milioni di euro. Ne esce una variazione del +4,6% sul gennaio-aprile 2016, in netto calo rispetto al +7,1% del trimestre. Le anticipazioni Istat indicano tuttavia un recupero del trend oltre il 6% del tendenziale successivo. Il quadrimestre conferma, a dispetto dell’embargo la vistosa punta espansiva della Russia (+38,0%). A tale performance si affiancano in varia misura il Brasile (+52,3%), Singapore (+29,3%), la Romania (+21,9%), la Turchia (+21,1%), il Portogallo (+20,1%), l’Ungheria (+18,8%), la Spagna (+15,2%) e la Cina (+14,6%). E gli Usa con un più contenuto +4,5 per cento.

I best seller sul mercato estero

I principali prodotti esportati (totale: 9.637,3 milioni di euro), periodo gennaio – aprile 2017. Incidenza % sul totale e nel balloon l’ammontare in milioni di euro. Gli accordi internazionali

L’intesa tra Ue e Canada (Ceta) e quella tra Ue e Giappone segnano un punto importante per l’export di prodotti alimentari. A titolo di esempio con il Ceta si apriranno nuove opportunità con l’apertura di un contingente di oltre 17mila tonnellate di formaggi in più da esportare in Canada. Inoltre Parmigiano Reggiano, Grana Padano e importanti altri Dop ed Igp non sono oggi in nessun modo tutelati in Canada dove la vendita di Parmesan è perfettamente legittima. Con il nuovo accordo diventa vietato l’utilizzo di tali denominazioni a tutto nostro vantaggio. Per quanto riguarda il Giappone, circa l’85% dei prodotti agroalimentari europei esportati sarà progressivamente esente da dazi. Si stima l’87% del valore attuale delle esportazioni di prodotti agricoli in Giappone. I formaggi Dop italiani tutelati dall’accordo bilaterale – spiega Assolatte – rappresentano il 42% dei formaggi europei previsti dall’intesa. Nel primo quadrimestre di quest’anno l’export caseario europeo in Giappone è cresciuto del 40%, quello italiano è aumentato del 20%. Le potenzialità per il made in Italy nel mondo sono ancora enormi.

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