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Business

Economy

Gli italiani scommettono sul futuro

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Il consolidamento della ripresa economica comincia a essere percepito dagli italiani, che guardano con minori preoccupazioni al futuro. Una prospettiva che può aiutare ulteriormente la crescita, nella misura in cui incoraggia consumi e investimenti.

Segnali importanti arrivano dalla survey “Il clima economico e sociale” realizzata da Ipsos Public Affairs. Le risposte negative ammontano al 25% e quelle positive al 23%, mentre solo due mesi fa i pessimisti erano il 6% e a maggio il differenziale era di ben 11 punti. Migliora anche il “momentum” percepito della crisi economica.

A settembre quelli convinti che “il peggio deve ancora arrivare” sono il 36%, contro il 38% di luglio e il 41% di maggio. Certo, resta una maggioranza di persone che vedono il bicchiere mezzo vuoto, ma sarebbe stato difficile immaginare uno scenario diversi in un Paese come il nostro che ha conosciuto una doppia recessione negli ultimi dieci anni e che ha visto finora la ripresa procedere a ritmo più lento rispetto ai mercati vicini.

Con il risultato che il Pil pro-capita a fine 2016 risultava ancora inferione (25.900 euro) di 2.800 euro rispetto al pre-crisi. Gli italiani si mostrano soddisfatti soprattutto quando vengono chiamati ad analizzare la propria posizione. La valutazione della qualità della vita nella propria zona di residenza è positiva per il 61% del campione, due punti in più di un bimestre fa.

Del resto, anche le rilevazioni dell’Istat segnalano che il clima di fiducia dei consumatori è in crescita, tanto da raggiungere quota 110,8 ad agosto contro i 106,9 punti di luglio e i 105,6 di maggio. I giudizi e le aspettative circa la situazione economica del Paese sono in miglioramento e contemporaneamente tornano a calare le aspettative sulla disoccupazione. Anche l’indice composito del clima di fiducia delle imprese registra un aumento, tornando sui valori medi rilevati nel 2007.

Fonte: Repubblica Affari & Finanza

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Innovazione

Anche i manager tornano sui banchi di scuola

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Tutti a scuola, anche i dirigenti. Il loro tallone d’Achille sono le competenze digitali. Competenze che sono invece necessarie per dare piena attuazione al piano governativo Industria 4.0, finalizzato al rilancio del sistema industriale italiano.

Ne è convinto Carlo Poledrini, presidente di Fondirigenti, il fondo interprofessionale promosso da Confindustria e Federmanager per finanziare la formazione dei manager: “Se è vero che i dirigenti italiani hanno il pregio della flessibilità, e del possesso di ottime competenze, unite a una buona cultura umanistica, quest’ultima grazie alle scuole superiori, è altrettanto vero che la loro cultura digitale non è particolarmente elevata. Ed è questa che serve per fare un passo in avanti nel processo di sviluppo industriale del nostro paese, come prefigura il programma governativo Industria 4.0. Infatti, la crescita della produttività si otterrà non solo con gli investimenti hard, come i nuovo macchinari, ma anche con nuove metodologie di utilizzo ed elaborazione delle informazioni e dei dati, e quindi, in ultima istanza, con nuovi modelli di business, di organizzazione e di gestione”.

Ne è convinto anche Mario Cardoni, direttore generale di Federmanager: “La sfida dell’innovazione e della competitività su scenari globali si vince solo con manager formati e orientati alla digital transformation, in grado, quindi, di diventare a loro volta contaminatori digitali. Per questo l’investimento in formazione per il management è uno dei cardini del modello Industry 4.0, che Federmanager ha messo al centro delle sue priorità.”

Attualmente sono 13.395 le impese italiane che hanno scelto di destinare il contributo dello 0,3 % a Fondirigenti, e 75.777 i dirigenti potenzialmente destinatari della formazione. Dal 2004 al 2016 Fondirigenti ha approvato 16mila piani formativi, che hanno interessato 19mila imprese e 85.500 dirigenti. Nel 2016 sono stati messi a bando 23 milioni di euro con 3 avvisi, mentre con il conto formazione sono stati utilizzati 10 milioni di euro.

Ma quali sono i risultati di questa attività? Secondo Federico Moini, direttore di Federmanager Academy, questi progetti possono essere particolarmente utili per le imprese: “L’esperienza ha dimostrato che senza il volano di risorse esterne, molte imprese trascurerebbero la formazione dei loro dirigenti, i quali, avendo poco tempo, tendono spesso a tralasciarla.”

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Economy

Voli low cost: la sfida è in cabina di comando

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Ryanair, la regina delle low cost, sta attraversando numerose turbolenze: fino a cinquanta voli cancellati al giorno, per un totale di 400 mila passeggeri, il due percento del volume totale, fanno sapere da Dublino, per una spesa che oscilla dai 20 ai 25 milioni di euro in rimborsi e compensazioni (per chi si è visto annullare il volo meno di due settimane prima della prenotazione).

Come è noto, le cause di queste turbolenze sono essenzialmente due: l’errata programmazione e valutazione dei turni di riposo degli equipaggi e l’esodo dei piloti: cento secondo Ryanair, ma già settecento, si dice, nell’ultimo anno.

L’emorragia dei piloti dipende dall’apertura del mercato dei cieli. I comandanti migrano verso compagnie che hanno appena aperto e offrono contratti di assunzione migliori, come Norwegian Air Shuttle, oppure altre low cost che cercano di aggiudicarseli attraverso condizioni più favorevoli. Con la liberalizzazione dei cieli e la concorrenza delle compagnie si creano anche le basi per il miglioramento delle condizioni economiche e di trattamento del personale.

Non ci sono soltanto le tariffe più competitive rispetto a un monopolio di Stato come avveniva prima. Con la liberalizzazione decretata dall’Unione europea negli anni ’90 sono stati proprio i vettori come Ryanair ad approfittarne per primi, sottraendo quote di mercato ai vettori nazionali, al ritmo del 10% l’anno, attraverso un efficientamento dei propri aerei, del servizio e dei loro equipaggi.

Oggi la stessa concorrenza sta creando problemi a Ryanair. La competizione, se ben regolata, pone solo le condizioni per un miglioramento delle tariffe per i clienti e del trattamento del personale di volo. Se la compagnia vuole tenersi stretti i suoi piloti ed evitare un esodo, avrà un solo modo: dovrà consentire condizioni migliori, attraverso un “reset” controllato di trattamenti economici, assicurazione malattia, condizioni di volo, turnazioni, assegnazione delle rotte, ecc.

Non bisogna dimenticare che la faccenda sta creando molti disagi agli utenti, ma quello che sta accadendo non è affatto “la fine del mondo”, semplicemente un assestamento che impone alle compagnie low cost di essere ancora più competitive ed efficienti.

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Economy

Consumi: Italia batte Germania 4 a 2

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La generalizzata revisione al rialzo della crescita del Pil da parte di agenzia di rating e istituzioni ha garantito agli italiani qualche soddisfazione sotto l’ombrellone. Ma il confronto internazionale continua a deludere: cresciamo da più, certo, ma meno degli altri Paesi europei. Un’occasione di riscatto arriva dal fronte dei consumi.

Il Growth report di Nielsen, indagine che prende in esame l’andamento delle vendite dei beni di largo consumo nella GDO di 21 Paesi europei, spiega che nel secondo trimestre ’17 il valore delle vendite del largo consumo in Italia è aumentato del 4%. E questa volta il Paese supera le altre piazze europee di riferimento: Francia (+3,2%), Regno Unito (+2,9%), Spagna (+2,9%) e Germania (+2,3%). L’indicatore è incoraggiante per quanto riguarda la buona salute della domanda interna.

Anche se il dato dell’Italia è influenzato in positivo dal forte sostegno garantito nel nostro Paese dai consumi legati alla Pasqua. Da notare: il +4% messo a segno dall’Italia è figlio di un aumento dei prezzi dello 0,9% e di una crescita delle quantità vendute del 3,1%. Gli italiani hanno continuato a fare acquisti nonostante il ritocco al rialzo dei listini, come già evidenziato anche da Istat sui consumi al dettaglio.

Dunque è ragionevole aspettarsi che una (cauta) ripresa dei consumi continui nei prossimi mesi.

Fonte: Corriere della Sera

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Economy

Agroalimentare, Italia campione dei «nuovi gusti»

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Il segnale, forte e chiaro, lo ha dato qualche giorno fa Denise Morrison, Ceo della celebre Campbell Soup Co. «Quelle companies che non vogliono o scelgono di non cambiare, sono fuori dalla corsa contro il tempo». Con queste parole la top manager americana descrive bene la situazione in cui si stanno dibattendo i gruppi agroalimentari multinazionali. Cioè quello di produrre e proporre ai consumatori cibi “vecchi” quando invece la domanda sì è spostata su altri fronti: zero zucchero, zero nitrati, zero polifosfati, zero conservanti, più freschezza, più salubrità, più sostenibilità.

Con una battuta scherzosa – ma poi nemmeno tanto – un manager di primo livello di Kellogg’s ha detto di recente che il fenomeno “quinoa” sta mandando al tappeto i protagonisti di sempre dell’agroalimentare. Intanto stanno nascendo start-up e nuove aziende più veloci nel rispondere alla domanda di cibo “nuovo” dei consumatori. E in questo l’Italia si trova a raccogliere la sfida in prima posizione.

Nella sola ultima edizione di Cibus a Parma, le aziende hanno presentato più di 1.500 prodotti nuovi e innovativi. Al Macfrut di Rimini a maggio gli espositori hanno proposto un centinaio di nuovi prodotti. Tutti naturali, tutti salutistici, tutti “bio” o “veg” o attenti ai valori nutrizionali. È con queste idee che più di 6mila industrie italiane di trasformazione si fanno strada ogni giorno nei mercati nel mondo. Innovazione nel solco della tradizione.

I consumi riprendono

Dopo cinque anni di stagnazione, i consumi alimentari delle famiglie italiane hanno ricominciato a crescere. Nel primo semestre dell’anno l’incremento stimato da Ismea-Nielsen è del 2,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. «Dopo la lieve contrazione del 2016 (-0,6%), la ripresa della spesa per l’agroalimentare nel primo semestre 2017 è sostenuta non più solo dai prodotti confezionati (+3,2%), ma anche dai freschi (+1,1%). I leitmotiv delle scelte merceologiche degli acquirenti – sottolineano Ismea-Nielsen – continuano a essere, oltre alla sobrietà (meno atti d’acquisto e minori volumi) e all’attenzione al risparmio (ancora tanti gli acquisti in promozione), gli aspetti salutistici». «Sobrietà», «risparmio» e «salutismo» sono quindi le parole chiave che hanno condizionato e condizioneranno sempre di più i consumi alimentari. E non solo in Italia. Con la crisi dell’economia il marketing delle industrie di trasformazione per mantenere adeguati livelli di vendita ha insistito, oltre che sulle promozioni, su concetti quali la sostenibilità, il “bio” e il “veg”, i valori nutrizionali. Una sfida per l’industria, ma anche per l’agricoltura, che si è giocata sul filo dell’innovazione di prodotto e di processo, e dei prezzi. Aprendo il mercato a nuovi competitor. Una recente inchiesta del Wall Street Journal spiega come le vendite dei primi 25 gruppi multinazionali alimentari americani siano in declino a causa dei ritardi negli aggiornamenti delle formule e degli ingredienti. Il consumatore chiede sempre più freschezza, salubrità e convenienza. E su questo il made in Italy è all’avanguardia.

Il sistema Italia

Al giugno 2017 l’osservatorio AgrOsserva di Ismea registra una tendenza sostanzialmente positiva per il settore agroindustriale. Se sui valori del 2016 ha pesato in forma evidente la crisi derivata dalla volatilità dei prezzi di molte materie prime (latte, carni suine e bovine), il primo semestre dell’anno in corso evidenzia una ripresa marcata. A cominciare dall’occupazione (+1,3%), dove il lavoro giovanile è in controtendenza rispetto al dato nazionale. «Le imprese agricole presenti nel Registro delle imprese, fotografate negli archivi Infocamere a fine marzo 2017 – spiega il rapporto – sono circa 751mila unità (12% del totale delle imprese italiane) e risultano in lieve calo su base annua (-0,3%), con un dato simile a quelli registrati anche nei trimestri del 2016. Tra i dati positivi, vanno evidenziati invece i progressivi aumenti delle imprese agricole giovanili rispetto all’anno precedente, registrati a partire dal secondo trimestre 2016, arrivando a segnare un +9,3% a marzo 2017; analizzando l’andamento dello stock di imprese giovanili, esso ha raggiunto un picco a dicembre 2016, per poi ridursi nel primo trimestre di quest’anno; nel complesso si tratta di circa 49 mila imprese di giovani agricoltori, pari al 6,6% delle imprese agricole totali».

Bilanci e previsioni

Le cifre di base dell’industria alimentare italiana (Fonte: Federalimentare)

Sul fronte dell’industria di trasformazione, invece, le imprese giovanili sono 5.400, pari al 7,7% del totale di settore. Molte di queste aziende sono startup innovative, nate da rapporti con Università e forti nel trasferimento tecnologico. Dal punto di vista della produzione l’ufficio studi di Federalimentare segnala una crescita che si sta consolidando. «Nel maggio 2017 il settore registra, su indici grezzi, un aumento del +3,9% sullo stesso mese dell’anno precedente. Tale variazione si corregge marginalmente in un +4,0% a parità di giornate, avendo avuto il mese 22 giorni lavorativi come il maggio 2016. Il settore e il totale industria mostrano, quindi, un netto rimbalzo dei trend evidenziati nei progressivi precedenti. Essi si traducono, per il settore, in variazioni sui cinque mesi pari al +0,8% su indici grezzi e al +1,1% a parità di giornate (dopo il +0,2% a parità di giornate registrato nei quattro mesi)».

L’export, punto di forza

L’obiettivo fissato all’Expo di Milano era di arrivare a un valore di 50 miliardi al 2020. Lo scorso anno l’industria agroalimentare italiana ha esportato per un valore di 31,5 miliardi (+5%). Il saldo della bilancia commerciale è in attivo per quasi 11 miliardi. E la tendenza è confermata anche per il 2017. Sempre secondo i dati di Federalimentare «il consuntivo del quadrimestre registra una quota export di 9.637,3 milioni di euro. Ne esce una variazione del +4,6% sul gennaio-aprile 2016, in netto calo rispetto al +7,1% del trimestre. Le anticipazioni Istat indicano tuttavia un recupero del trend oltre il 6% del tendenziale successivo. Il quadrimestre conferma, a dispetto dell’embargo la vistosa punta espansiva della Russia (+38,0%). A tale performance si affiancano in varia misura il Brasile (+52,3%), Singapore (+29,3%), la Romania (+21,9%), la Turchia (+21,1%), il Portogallo (+20,1%), l’Ungheria (+18,8%), la Spagna (+15,2%) e la Cina (+14,6%). E gli Usa con un più contenuto +4,5 per cento.

I best seller sul mercato estero

I principali prodotti esportati (totale: 9.637,3 milioni di euro), periodo gennaio – aprile 2017. Incidenza % sul totale e nel balloon l’ammontare in milioni di euro. Gli accordi internazionali

L’intesa tra Ue e Canada (Ceta) e quella tra Ue e Giappone segnano un punto importante per l’export di prodotti alimentari. A titolo di esempio con il Ceta si apriranno nuove opportunità con l’apertura di un contingente di oltre 17mila tonnellate di formaggi in più da esportare in Canada. Inoltre Parmigiano Reggiano, Grana Padano e importanti altri Dop ed Igp non sono oggi in nessun modo tutelati in Canada dove la vendita di Parmesan è perfettamente legittima. Con il nuovo accordo diventa vietato l’utilizzo di tali denominazioni a tutto nostro vantaggio. Per quanto riguarda il Giappone, circa l’85% dei prodotti agroalimentari europei esportati sarà progressivamente esente da dazi. Si stima l’87% del valore attuale delle esportazioni di prodotti agricoli in Giappone. I formaggi Dop italiani tutelati dall’accordo bilaterale – spiega Assolatte – rappresentano il 42% dei formaggi europei previsti dall’intesa. Nel primo quadrimestre di quest’anno l’export caseario europeo in Giappone è cresciuto del 40%, quello italiano è aumentato del 20%. Le potenzialità per il made in Italy nel mondo sono ancora enormi.

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Innovazione

Imprese a forte crescita soprattutto al sud

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E’ la provincia di Milano a guidare la classifica delle scale-up italiane, le imprese cresciute di oltre il 20% all’anno, per fatturato o numero di occupati, dal 012 al 2015. Su un totale di 895 aziende con una crescita record nel triennio, ben 190 si trovano nella zona del capoluogo lombardo. Ma anche le province meridionali sono ben rappresentate: in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, si trovano 238 scale-up, il 26% del totale. Lo rivela un’elaborazione di Infocamere-Unioncamere in base ai dati del Registro delle imprese.

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Economy

Mutui prima casa: in media 134 giorni in Italia

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Quanto tempo occorre per ottenere l’erogazione di un mutuo prima casa in Italia?
Molto, ma non moltissimo; secondo Mutui.it, dalla prima richiesta di informazioni fino all’effettiva erogazione ci vogliono 134 giorni, ovvero circa 4 mesi e mezzo.

L’analisi ha evidenziato che esistono differenze importanti nei tempi sia in base alla tipologia di mutuo richiesto – si oscilla fra i 115 giorni del finanziamento per liquidità ai 140 di quello legato alla surroga, in assoluto il più lento – sia in base alla regione in cui si presenta la richiesta di mutuo.

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Economy

Lavoro 4.0 sbocco naturale per i giovani

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Bisogna scommettere sul futuro già nel presente, sul nuovo lavoro 4.0. La sua digitalizzazione è nelle corde dei giovani. Li abbiamo socializzati al mondo digitale con giochi, app e social network. Ora diamo loro un lavoro 4.0

L‘Agcom segnala che il 92% dei giovani utilizza Internet, contro il 33% dei più anziani. L’età media degli occupati è cresciuta da 39 anni del 2003 agli attuali 44. Mentre nell’ultimo quarto di secolo gli occupati tra i 24 e i 35 anni sono diminuiti del 34%, i lavoratori tra i 55 e i 64 anni sono aumentati del 100%. E’ un cambiamento antropologico del mondo del lavoro.

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Economy

Al via saldi estivi da 440 milioni di euro

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Spesa media a persona: 150 euro – Dopo una primavera molto calda con consumi troppo tiepidi, nei saldi estivi l’occasione giusta per rinfrescare il guardaroba di chi parte e di chi resta

Per i saldi estivi, FederModaMilano prevede una sostanziale stabilità verso il basso nella spesa rispetto ai saldi estivi 2016: 150 euro a persona per un valore complessivo di 440 milioni di euro. I saldi estivi, nonostante i tentativi di anticipazione soprattutto da parte dei big player (catene e monomarca), possono essere un’ottima opportunità per “veri” affari. Per questo evento si stima un’ampia possibilità di scelta per i consumatori con sconti medi del 30-40%.

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Economy

Moda, cresce il peso degli uomini

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Oggi al 58%, cinque anni fa al 56%. Business più maschile a Fermo (72%), Biella (70%), Pisa (69%), Napoli (68%), Milano (67%). 36 mila imprese in Lombardia, 236 mila in Italia. 22 mila maschili su 137 mila in Italia. Napoli (21 mila imprese), Roma e Milano (circa 15 mila). Milano prima con 91 mila addetti, poi Napoli con 54 mila,
Firenze con 45 mila

Moda, un settore in lieve prevalenza maschile col 58% del settore controllato da uomini in Italia nel 2017. Cresce il peso maschile per gli addetti: il 75% ha un capo uomo. Un dato che, secondo i numeri della Camera di commercio di Milano nei giorni delle sfilate per la moda uomo, si rafforza rispetto a cinque anni fa, quando era il 56% per le imprese. Il business è più maschile a Fermo (72%), Biella (70%), Pisa (69%), Napoli (68%), Milano (67%).

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