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La “Grande Milano” consolida la ripresa e fa da traino al Paese

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Il 2017 è stato un anno di espansione sia per la Lombardia, con un PIL stimato in aumento del +1,8%, sia per Milano, la cui crescita è stimata al +1,9%. La ripresa, partita nel 2014, quindi si consolida e rafforza: nel complesso del quadriennio 2014-2017 Milano cresce del +6,2%, quasi due volte il ritmo dell’Italia(+3,4%), e oggi risulta sopra il pre crisi del +3,2%, contro un differenziale ancora negativo per Lombardia (-1,1%) e Italia (-4,5%).

È quanto emerge da un’analisi condotta dal Centro Studi di Assolombarda.  I dati 2017 della produzione manifatturiera evidenziano che il recupero è in atto anche per le piccole imprese lombarde che crescono a tassi sostenuti (+3,4% nel complesso d’anno) e al pari delle grandi (+3,3%), con le medie che fanno addirittura meglio (+4,2%). Per le piccole rimane comunque ampio il gap con il pre crisi (-11,9%), mentre le medie sono quasi in pareggio (-1,1%) e le grandi viaggiano ampiamente sopra (+8,2%).

Ora più che mai è importante sostenere questa crescita, con particolare attenzione e supporto alle piccole imprese – dichiara Fabrizio Di Amato, Vicepresidente Assolombarda per il Centro Studi -. Sotto questa luce, Milano si qualifica come luogo privilegiato in cui potenziare il network tra imprese perché qui il tessuto delle piccole è integrato in un sistema di numerose medie imprese, spesso ben inserite nei mercati globali, di 3.600 multinazionali estere e di 90 grandi imprese con fatturato sopra il miliardo di euro, un numero record anche rispetto ai benchmark europei. Stiamo lavorando come Centro Studi sul tema specifico delle piccole imprese per arrivare a delineare interventi mirati di rilancio di quello che è il tessuto connettivo del Paese”. La robusta crescita lombarda, seppur con realtà che ancora devono trovare la loro collocazione nei mercati mondiali, è sostenuta con forza dalla domanda estera. Infatti, nel 2017 le esportazioni regionali raggiungono un nuovo record a 120 miliardi di euro, in crescita del +7,5% rispetto al 2016 (quando aveva registrato un +0,6% rispetto al 2015). La Lombardia torna quindi a dettare il passo di crescita sia nel confronto nazionale sia nel confronto europeo (solo la Cataluña tiene un ritmo di espansione superiore, +8,7%). A livello lombardo trainano tutti i settori manifatturieri (spicca la farmaceutica, +25,2% sul 2016) e, a livello di province, il contributo maggiore è dell’area di Milano, Lodi, Monza e Brianza (+8,5%) che rappresenta ben il 45% delle esportazioni totali regionali. Il miglioramento del quadro economico lombardo si traduce in un rafforzamento del quadro del mercato del lavoro. Nel 2017 il saldo degli occupati rispetto al pre crisi raggiunge quota +125 mila e, dopo nove anni, anche il tasso di occupazione (67,3%) supera il livello del 2008 (66,9%).

Il buon risultato investe prevalentemente le donne (+115 mila), ma finalmente anche gli uomini (+10 mila) tornano in attivo. Nell’ultimo anno è cresciuta in particolare l’occupazione a tempo determinato: la quota di dipendenti lombardi a tempo indeterminato è scesa nel 2017 all’88,7%, dopo essere rimasta sostanzialmente stabile intorno al 90% tra il 2008 e il 2016. In questa fase di recupero rimangono in controtendenza i lavoratori meno istruiti (-231 mila quelli con sola licenza media), il cui divario rispetto ai laureati (+281 mila) e ai diplomati (+76 mila) si va accentuando.  “Tuttavia permane uno squilibrio generazionale – sottolinea Di Amato -. Infatti, il saldo positivo di 125 mila occupati è il risultato di -505 mila under 44 e +631 mila over 45. Pur considerando il trend demografico (la popolazione di 15-44 anni è diminuita di 431 mila unità a fronte di +694 mila degli over45) resta quindi da affrontare il mancato recupero dei più giovani. Qualche evoluzione positiva nel 2017 per gli under 44 si riscontra sul fronte disoccupazione, nell’ultimo anno calata in modo più sensibile in quella fascia di età. In particolare tra i 15-24 anni il tasso di disoccupazione scende di ben 7 punti percentuali (dal 29,9% al 22,9%) e la percentuale di Neet si riduce dal 15,0% al 14,2%. E’ urgente in ogni caso ripensare le politiche giovanili per dare risposte concrete in modo che l’evoluzione produttiva sia generatrice di opportunità nel nostro territorio”.

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Food service e ospitalità, imprese +8,7% in cinque anni

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Nel settore food service e ospitalità ci sono 386 mila imprese in Italia, + 1,7% in un anno e + 8,7% in cinque, secondo i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, sul registro imprese. In Lombardia sono 55 mila. Prima Milano con 19 mila (+16% in 5 anni), seguita da Brescia con 8 mila (+0,6%), Bergamo (quasi 6 mila, + 5,5%) e da Varese con 4 mila e da Monza, Como, Pavia con circa 3 mila. In Italia prime Roma con oltre 30 mila (+20%), Milano con 19 mila (+16%), Napoli con 18 mila (+16%), Torino (13 mila, + 2%), Salerno, Brescia e Bari (oltre 8 mila).

Nei giorni scorsi si è svolta la presentazione di EFCEM Italia, Associazione dei Produttori di Apparecchiature Professionali per Food Service e Ospitalità presso il Mandarin Oriental Hotel di Milano, con la partecipazione del Presidente Evaldo Porro e Beatrice Zanolini, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Tra i temi affrontati: l’andamento del mercato di settore, etichettatura energetica e relativi controlli di mercato, gli sviluppi futuri come connectivity.

“Come Camera di commercio – ha dichiarato Beatrice Zanolini, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi – siamo impegnati con controlli che riguardano l’efficienza energetica delle apparecchiature professionali. Un lavoro che mantiene elevata la qualità dei prodotti, grazie a una concorrenza leale tra gli operatori”.

Evaldo Porro Presidente EFCEM Italia, Associazione dei Produttori di Apparecchiature Professionali per Food Service e Ospitalità: “Sono positivi i dati sull’andamento del commercio estero dell’industria italiana delle apparecchiature professionali. La nostra capacità di coniugare accoglienza e innovazione è sempre di più un punto di riferimento internazionale”.

Il 2017 è da registrare come uno degli anni più interessanti dell’intero decennio per EFCEM Italia” ha dichiarato il presidente Evaldo Porro. Per il quinto anno consecutivo gli indicatori sono stati tutti in positivo. La domanda in Italia è cresciuta tra +8% e +12% (a seconda della tipologia di prodotto) e ancora meglio è andata in Spagna (+15%) in un contesto Europeo generalmente in crescita, con l’eccezione della Gran Bretagna dove si registrano rallentamenti probabilmente causati dalle incertezze della Brexit.

Stabili gli Stati Uniti (+2%), in sofferenza il Sud America. La Cina si conferma la realtà più dinamica nello sviluppo della domanda interna. Il Giappone, uno dei maggiori poli produttivi mondiali di apparecchiature professionali, sta iniziando a dare segnali di apertura all’offerta made in Italy.

In Italia grazie al miglioramento della situazione economica generale e dei consumi, alla tendenza verso le culture gastronomiche etniche ed innovative e infine, all’andamento del flusso turistico (incremento di circa il 5%), appaiono positive le previsioni 2018 che puntano ad una stima di crescita del 5-7%.

L’Industria italiana delle attrezzature professionali si conferma leader in Europa con un fatturato di oltre 4 miliardi di euro e un export che copre oltre il 70% della produzione.

Il settore nazionale mostra condizioni economico-finanziarie particolarmente positive: nel 2016 il settore ha raggiunto il punto massimo sia nei fatturati che negli indici di redditività degli ultimi anni.

I margini operativi e l’efficienza d’uso del capitale investito risultano su livelli superiori a quelli precedenti la recessione iniziata nel 2008 e la capacità di autofinanziamento del settore appare generalmente elevata (il 45% delle imprese ha registrato nell’ultimo periodo un cash-flow superiore al 5% del valore della produzione) con un ricorso all’indebitamento contenuto: il rapporto tra debiti finanziari e capitale proprio (leverage) è inferiore a 0.25 per la metà delle imprese del settore.

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Reti d’impresa: in Lombardia terziario protagonista

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Le reti d’impresa come strumento di competitività per il business delle pmi del terziario e leva per l’introduzione – nel commercio, nel turismo, nei servizi – di soluzioni digitali spesso innovative. Questo il tema dell’evento “Open day Reti & Digitale” realizzato da Confcommercio Lombardia al Circolo del Commercio di Milano (Palazzo Bovara) nell’ambito della “Milano Digital Week”.

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La Cina gioca con il cuore dell’Europa

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Oggi come oggi il colosso asiatico Cina gioca più che mai un ruolo importante nel cuore del vecchio continente andando ad inserirsi in uno scenario sempre più globale. Pechino ha varato progetti infrastrutturali che andranno a modificare, di fatto, il mercato orientale e le certezze politiche-economiche dei paesi Europei. Il vertice di Budapest dei 16 + 1 ha visto confrontarsi Pechino da una parte e dall’altra i Premier di 16 paesi dell’Europa centro orientale: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituana, Romania, Bulgheria, Albania e le 6 ex Repubbliche della Jugoslavia. Visti nel dettaglio 11 paesi già nella U.E. e 5 dei Balcani in attesa di entrarvi: tutte nazioni con seri problemi e frustrazioni nei confronti di Bruxelles. Nazioni necessitanti di trovare partners che possano investire nelle proprie economie in maniera diretta, funzionale e continuativa, tutti aggettivi riscontrabili nella forza economica e finanziaria della Cina. Si può vedere in questo futuro, mai così prossimo, la costruzione di una nuova “via della seta”, ovvero una modernissima rete ferroviaria lunga più di 11.000 km creata per trasportare in tempi velocissimi merci cinesi a prezzi competitivi nel cuore dell’Europa. Sono occorsi meno di 10 anni per terminarla. Di fatto operativa dal 2016, proprio a Budapest, sede del vertice dell’altro ieri dei 16 + 1, è arrivato in aprile il primo treno merci da Pechino. Ora è partito il progetto per collegare, ad alta velocità, Budapest a Belgrado, un’opera ingegneristica da 3,8 miliardi di dollari che darà lavoro a migliaia di operai, ingegneri, tecnici e società specializzate dei paesi dell’Est Europa con la supervisione cinese. Tale opera permetterà di ridurre i tempi di percorrenza per merci e passeggeri da 8 a 3 ore, recuperando di fatto la vecchia rotta balcanica con l’aggiunta, economicamente rilevante, del collegamento al Sud con il porto del Pireo ( incrementando così anche l’occupazione greca) ed al Nord con l’Ungheria. Figura economica particolarmente importante per Pechino diverrà la Lettonia, perché permetterà alle merci del colosso asiatico di entrare con forza in tutto il mercato scandinavo. L’Europa occidentale risulta essere una priorità per la Cina tanto che Pechino si è opposta in maniera netta contro la Brexit proprio per poter dialogare sempre e solo con un unico interlocutore per tutto il continente europeo. Bruxelles si trova in una posizione difensiva anche perché non ha alcuna possibilità di contrastare più di tanto l’invasione dei prodotti cinesi. Di fatto Bruxelles tenta di creare ostacoli con la creazione di regolamenti alla concorrenza cinese, ed altresì cerca di ingolosire, con poco successo, i paesi dell’Est Europa con fondi UE che vadano a cercare di contrastare i grandi investimenti cinesi sugli appalti per la costruzione delle nuove infrastrutture. Oggi Bruxelles gioca, di fatto, su una difesa commerciale: soluzione però insufficiente a sostenere la competitività reale del sistema Europa nei mercati globali. Queste misure hanno portato una serie di insuccessi e non riescono ad imporre limiti agli investimenti cinesi nelle industrie strategiche centro orientali. La Cina in questo contesto gioca a carte scoperte con l’Europa, riuscendo ad aggregare attività imprenditoriali con investimenti su infrastrutture a servizio dei propri interesse strategici commerciali. Il rischio reale per Bruxelles è vedere sorgere una zona di influenza cinese nell’Europa centro orientale: una realtà che da finanziaria ed economica diverrebbe di fatto politica. Ci troviamo nella realtà, non semplicemente di fronte ad investimenti a fondo perduto, bensì investimenti che dovranno essere ripagati sia economicamente che in termini di condizionamenti e scelte politiche. Il rischio per l’Europa è vedersi sfuggire di mano il governo su una parte del suo continente, lasciando aperto il fianco centro-orientale ad un “ terzo socio” economicamente e politicamente oggi molto più forte di lei.

 

Testo di Fabio Accinelli 

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Business da 10 miliardi in Lombardia, 33 in Italia, 4 a Milano

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L’inverno fa bene alle imprese, secondo i dati della Camera di commercio, il settore coinvolto dal periodo più freddo dell’anno tocca le 139 mila imprese in Italia e 21 mila in Lombardia a settembre 2017 e cresce in cinque anni in entrambi i casi del 5%. Hanno sede in Lombardia il 15% delle imprese nazionali nel settore. Il comparto dà lavoro a 444 mila addetti in Italia, di cui 82 mila in Lombardia e ha un business annuale di 33 miliardi nel Paese, di cui 10 in regione e 4 a Milano.

Sono soprattutto imprese che si occupano di impianti di riscaldamento e pasticcerie e sale da tè (circa 50 mila in entrambi i settori in Italia di cui 9 mila e 6 mila in Lombardia), 9 mila di articoli sportivi (mille in regione), seimila di sostituzione pneumatici invernali per auto (774 in Lombardia), 4 mila palestre per lo sport indoor (quasi 900 in regione) a cui si aggiungono quasi 2 mila organizzatori di corsi sportivi e ricreativi (334 in regione) e spa, per un totale di circa 6 mila (1200 circa in Lombardia). Ma anche 3 mila imprese nella vendita di combustibile per riscaldamento (188 in regione), 1400 cinema, altrettante imprese di calzetteria in maglia e cappellerie/ombrellai (237, 164 e 161 in regione), 1200 produttori di abbigliamento in pelle e altrettante pelliccerie (154 e 331 in Lombardia). Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi sui dati del registro delle imprese al primo trimestre 2017 e 2016.

In Italia prima è Roma con 7.874 imprese (+1% in un anno e + 8% in cinque) e 27 mila addetti, seguita da Milano con 6.166 imprese (+2% e + 13%) e 24 mila addetti. Seguono Napoli (5.691, +1% e +4%) e 13 mila addetti, Torino (5.448, +1%, +4%) e 16 mila addetti, Bari (3.425, +4% in cinque anni) e 11 mila addetti, Firenze (2.778, +1% e +4%) e 12 mila addetti, Brescia (2.662, +1% e + 7%) e 10 mila addetti, Salerno (2.656, + 3% in cinque anni) e seimila addetti, Catania (2.561, +2% e +8%) e seimila addetti, Bergamo (2.451, +2% e + 13%) e 10 mila addetti. Tra le prime in Italia per addetti anche Monza (13 mila) e Bolzano (9 mila).

Tra le lombarde Milano conta 6 mila imprese (6.166 imprese, +2% in un anno e + 13% in cinque) e 24 mila addetti. Seguono Brescia (2.662 imprese, +1% e + 7% e 10 mila addetti), Bergamo (2.451, +2% e + 13% e 10 mila addetti), Varese (1.966 e 6 mila addetti), Monza (1.776, +2% e +11% con 13 mila addetti). Sopra mille imprese Pavia (1.172, +4% in cinque anni) e Como (1.205, +1% e + 8%). In cinque anni crescono soprattutto Milano, Bergamo, Lecco, Monza, Lodi, tutte oltre il +10%.

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Bilancio delle imprese nel 2017

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Milano seconda in Italia con 299 mila imprese attive ma prima per addetti. Lombardia, prima con il 16% delle imprese nazionali e il 24% degli addetti. Prime in regione, dopo Milano, Brescia, Bergamo e Monza e Brianza
In Italia prime Roma, Milano, Napoli e Torino. Primi settori: commercio, costruzioni, attività immobiliari e manifatturiero

Con oltre 299 mila sedi d’impresa attive (5,8% del totale nazionale), Milano si colloca al secondo posto nella classifica delle province italiane per numero di imprese, dopo Roma che ne ha 355 mila (6,9%), ma è prima per numero di addetti con 2,1 milioni (12,4% nazionale) contro gli 1,5 milioni (9,1%) di Roma, che è seconda secondo i dati della Camera di commercio. Al terzo posto ci sono Napoli per imprese (238 mila, 4,6%) e Torino per addetti (733 mila, 4,4%). Il territorio di Monza e Brianza è 17° in Italia per numero di imprese (64 mila) e 23° per addetti (233 mila). Lodi ha 15 mila imprese e 42 mila addetti. E se sono stabili a 5,2 milioni le imprese nazionali, crescono le città maggiori, a Napoli +1,6% pari a 3.842 imprese attive in più, Roma +1,3% (4.423 imprese in più), e Milano +0,9% (quasi 2.793 imprese in più). Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi su dati del registro delle imprese al terzo trimestre 2017 e 2016.

Le imprese lombarde. La Lombardia chiude il 2017 con 818 mila imprese attive e 3,9 milioni di addetti. È la prima regione in Italia per concentrazione di imprese, il 16% del totale nazionale, e addetti, il 24% nazionale. La seguono per imprese Lazio e Campania con quasi mezzo milione di imprese l’una (9% italiano), Emilia Romagna e Piemonte con circa 400 mila l’una. Per numero di addetti dopo la Lombardia vengono Lazio (1,8 milioni), Veneto (1,6 milioni) ed Emilia Romagna (1,5 milioni). Tra le province dopo Milano che è prima con 299 mila imprese e 2 milioni di addetti, vengono Brescia (con 107 mila imprese e 402 mila addetti) e Bergamo (con 85 mila imprese e 376 mila addetti). Monza e Brianza è quarta con 64 mila imprese, viene poi Varese con 62 mila. Il settore che pesa di più è il commercio con 197 mila imprese, seguito da costruzioni (134 mila) e manifatturiero (97 mila). Quindi il settore immobiliare (67 mila imprese) e l’agricoltura (46 mila). In un anno crescono soprattutto il settore della fornitura di energia (+4,1%), servizi di supporto alle imprese (+3,7%) e istruzione (+3,5%).

Come cambiano le imprese in un anno. Crescono dello 0,9% le imprese a Milano tra 2016 e 2017, contro una sostanziale stabilità lombarda (+0%) e italiana (-0,1%). Crescono gli addetti, +6% a Milano, +4,1% in Lombardia e +1,8% in Italia. In crescita anche Monza e Brianza, +0,4% le imprese e +2% gli addetti. Tra i settori che pesano di più, si trovano il commercio (75 mila imprese tra ingrosso e dettaglio a Milano, 16 mila a Monza e Brianza, 3.500 a Lodi), le costruzioni (41 mila a Milano, 12 mila a Monza, 3 mila a Lodi), le attività immobiliari (30 mila a Milano, 6 mila a Monza e mille a Lodi) e manifatturiere (29 mila a Milano, 9 mila a Monza e Brianza e 1.500 a Lodi).

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Bankitalia e Consob, accuse a vicenda

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Consob guidata da Giuseppe Vegas, con sede a Milano ha il compito specifico dei vigilare sulle attività di borsa e di mercato per tutelare i risparmiatori. Bankitalia, fino all’avvento della BCE e quindi dell’euro, si occupava di stampare lire: oggi ha il compito di vigilare direttamente sulle banche per garantire la stabilità e la sicurezza del sistema con una funzione diretta per la tutela del risparmio.
Ad una semplice, ma veritiera lettura, si intuisce che sia Consob che Bankitalia hanno compiti di controllo simili. Detta collaborazione funziona (o dovrebbe funzionare) con un interscambio preciso ed esaustivo di informazioni. Oggi, invece, accade che il direttore generale della Consob, Angelo Apponi, ed il capo della sorveglianza di Bankitalia Carmelo Barbagallo si accusino a vicenda, senza esclusione di colpi, nel merito del dissesto delle due banche venete. Fino a venerdì u.s. entrambi i responsabili hanno parlato singolarmente davanti ai membri della Commissione Bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario. Dopodiché la Commissione ha votato a maggioranza la trasformazione delle audizioni dei due responsabili in testimonianze ai sensi di quanto previsto dal codice di procedura penale. Fino a qui Barabagallo ha spiegato che era stata la vigilanza puntuale della Banca d’Italia ad aver rilevato lo stato di criticità che si stagliava sia su Veneto Banca che su Popolare di Vicenza. Bankitalia infatti aveva accertato, documentalmente, il fenomeno capzioso delle cosi dette “operazioni baciate ”: cioè l’acquisto di azioni della banca tramite finanziamente diretti dello stesso Istituto. Quindi Barbagallo ha acclarato il comportamento corretto di Bankitalia la quale ha fatto tutto quello che era nei suoi poteri azionando ispezioni ad hoc, informando la magistratura nel merito e dando contezza documentale anche alla Consob di tutto quanto rilevato. In risposta a questa affermazione di Bankitalia, però, Consob ha replicato che Bankitalia, nella realtà, non abbia fatto assolutamente capire, alla Consob, quale fosse il reale stato dell’arte in seno alle due banche. Appare chiaro, quindi, che sia Bankitalia che Consob erano perfettamente a conoscenza entrambe di quello che stava accadendo sia a Vicenza che a Montebelluna. Ad attestare ciò vi sono le carte che Casini, presidente della Commissione, vuole acquisire e che dimostrano inconfutabilmente che sapevano cosa stesse acacdendo tutte e due gli organi di sorveglianza.
Martedì 14 Novembre si è aperto in Commissione, il caso MPS. Al termine delle prime sedute su questo caso di Consob e Bankitalia seguirà l’audizione dei magistati che stanno indagando sulla banca senese.
Come sempre vi è da rilevare come i potenti d’Italia premevano affinché sulla vicenda di Vicenza e Montebelluna “le cose” non prendessero una brutta piega. Ciò fino a quando non è intervenuta l’Europa.
In tutta questa querelle alla fine molti hanno convenuto che era meglio spennare il povero risparmiatore facendogli intendere che le azioni delle due banche che lui era costretto ad acquistare se voleva, di fatto, avere un fido, potevano valere fino a 62 Euro. Una vera e propria truffa con i baffi!

Articolo di Fabio Accinelli

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Il valore reale dell’Azienda evoluzione da capital value a intangibles value

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La misurazione del valore può essere data dal mercato ( market value ) o essere soggettiva ( intangible value ) ed è quest’ultimo quello più difficile da misurare.

Per la misurazione del valore intangibile si potrebbe partire dai core values, ovvero dal sistema di idee ( knowledge ), attività e attributi ( capabilities ) considerati importanti nel formare l’azione dell’impresa in genere. Azioni che si trovano formalmente nello statement of core values, la dichiarazione del sistema di valori propri dell’impresa. L’Azienda è parte di un eco-sistema meglio conosciuto come catena del valore ( value chain ). Un modello che permette di descrivere la struttura di una organizzazione come un insieme limitato di processi.

Teorizzato da Michael Porter nel 1985 nel suo best-seller “Competitive Advantage: Creating and Sustaining Superior Performance”. La catena del valore è l’insieme delle attività necessarie per produrre e commercializzare beni e servizi. Gli asset intangibili non descrivono l’insieme di beni immateriali di un’Azienda ma, piuttosto, una serie di risorse non facilmente traducibili in termini finanziari. Negli asset intangibili di un’organizzazione possiamo comprendere:

  • Capitale Umano, inteso come le conoscenze, le abilità e le esperienze delle persone e può essere strettamente individuale ma anche dell’organizzazione.
  • Capitale Organizzativo, l’insieme di conoscenze che rimangono all’impresa.
  • Capitale Relazionale Esterno, rappresentato dal valore dei rapporti con la clientela, con i fornitori, con i business partner, con i centri di ricerca & sviluppo.
  • Capitale Sociale, la fiducia prodotta dalla socialità, le interazioni sociali e le istituzioni formali create dalla socialità.
  • Proprietà Intellettuale, che comprende i brevetti, i marchi registrati e i diritti di copyright in possesso dell’azienda.

La continuità aziendale è fondamentale per gli equilibri socio-economici della comunità in un mondo sempre più competitivo, fluido e glocalizzato ( come lo definisce Zygmunt Bauman sociologo polacco ).

La competizione globale ha reso i mercati più liquidi e come scrive Zygmunt Bauman, noto sociologo e filosofo britannico nell’introduzione del suo libro Vita Liquida ( ediz. Laterza 2006 ), lesituazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure”.

Diventa difficile poter dominare i cambiamenti repentini degli scenari mondiali dovuti a cambi di governo, rivoluzioni sociali, crisi internazionali, default finanziari, eventi naturali, competitorship aggregative (esempi sono Apple, Google e Oracle diventati player plurisettoriali in competizione con i loro fornitori e Clienti). In tempi di crisi la riduzione dei prezzi, dei lead time, degli stock e l’allungamento dei pagamenti sono fattori che non fanno la differenza, se ottenuti al di fuori di una strategia complessiva. Il marketing (compreso quello di acquisto) è uno dei key pillars del sistema che Philip Kotler, in Marketing Decision-Making impostando lo studio da un punto di vista manageriale, fa evolvere da funzione aziendale a processo di gestione dell’impresa.

Deflazione, cali produzione, stretta creditizia, sofferenza nei pagamenti, fallimenti e concordati preventivi sono mine vaganti per la sopravvivenza delle Aziende.

Poter contare su Clienti e fornitori affidabili è decisivo soprattutto se si opera in mercati complessi, competitivi, globalizzati dove è forte la concorrenza anche per gli acquisti.

Sulla base di tali premesse un numero crescente di Aziende hanno compreso che necessita un cambio di paradigma, aumentando l’effort non solo sul fronte riduzione prezzi, lead time, stock e allungamento dei pagamenti ma anche per una:

  • Standardizzazione dei prodotti e servizi
  • Riduzione fonti di approvvigionamento
  • Comakership con i propri Clienti e fornitori
  • Outsoursing diretto forniture non strategiche
  • E-Soursing tramite centrali o portali d’acquisto

Evoluzione che in una visione organicistica dell’impresa con strategie sempre più emergenti ( come teorizza Henry Mintzberg accademico canadese ), evidenzia come il marketing d’acquisto abbia assunto importanza fondamentale e consente alle aziende di:

  • Minimizzare i potenziali trade-off negli approvvigionamenti
  • Cogliere tutte le opportunità offerte dai mercati di fornitura
  • Razionalizzare e liberare risorse
  • Acquisire vantaggi competitivi per il raggiungimento degli obiettivi di business

La moderna impresa o istituzione per essere vincente deve individuare i suoi punti di forza/debolezza “ascoltando la voce” dei mercati.

Le politiche di approvvigionamento e vendita obiettivi target interdipendenti

Le molteplici relazioni di fornitura e vendita che un’impresa deve gestire possono essere classificate sulla base di due dimensioni:

  • la sostituibilità misurata anche dal grado di reperibilità del materiale sul mercato;
  • l’importanza relativa del materiale all’interno del prodotto finito in cui sarà incorporato – misurata, ad esempio, dal contributo alla formazione del prezzo finale di scambi

Dimensioni che si possono declinare in 4 punti:

  1. Per materiali ad alta reperibilità e bassa importanza non si pongono problemi di approvvigionamento. Si tratta di acquisti marginali, che possono essere gestiti con le tradizionali logiche della contrattazione sul prezzo
  2. Per materiali ad alta reperibilità, ma ad elevata importanza, è possibile gestire gli approvvigionamenti cercando di sfruttare la competizione tra i fornitori, con l’obiettivo di ottenere sensibili vantaggi dal lato dei costi (effetto “leva”)
  3. Qualora siano basse sia la reperibilità che l’importanza, l’enfasi maggiore va posta sulla stabilità dei flussi di approvvigionamento nel lungo periodo, poiché la disponibilità del materiale è più importante del suo costo
  4. I problemi più seri si pongono con riferimento agli acquisti che presentano contemporaneamente le caratteristiche dell’alta importanza e della bassa reperibilità. Da un lato, l’elevato valore dell’acquisto induce l’acquirente ad enfatizzare la dimensione dell’efficienza, cioè della minimizzazione dei costi; dall’altro lato, la scarsa reperibilità e l’elevata importanza del materiale in termini di impatto differenziante sul prodotto finale, portano ad enfatizzare la stabilità del rapporto. Si pone quindi un vero e proprio dilemma tra stabilità della relazione ed efficienza, che condiziona pesantemente le scelte operative.

La scelta da parte dei responsabili acquisti si distingue in due opzioni fondamentali:

  • fornitura unica (single-sourcing);
  • fornitura multipla (multiple-sourcing);

Politiche di fornitura unica: l’acquirente mantiene rapporti esclusivi o preferenziali con un solo fornitore per ogni codice d’acquisto, vincolo tra le parti che può sancito formalmente con un contratto.  Il rifornimento unico può essere interpretato come il primo passo nella direzione della integrazione operativa tra acquirente e fornitore. Una scelta di single-sourcing è di solito apprezzata dal fornitore, il quale può assicurarsi una maggiore stabilità di rapporto, una minore incertezza sui volumi di vendita, un’uso più stabile e completo della propria capacità produttiva e forza lavoro, un’uso più finalizzato delle risorse investite nelle attività di R&S e di innovazione di prodotto, l’assistenza tecnica e finanziaria dell’acquirente. Sovente, poi, un rapporto esclusivo con un’importante acquirente ha un impatto positivo sull’immagine e reputazione del fornitore. Lo svantaggio da pagare è costituito dalla riduzione del numero dei clienti (al limite il cliente è unico se l’esclusiva è assoluta). Il vincolo di fornitura impedisce all’acquirente, inoltre, di accedere rapidamente agli sviluppi tecnologici realizzati sul mercato di fornitura

Politiche di fornitura multipla: La preferenza per la fornitura multipla è speso giustificata da considerazioni strategiche. Il frazionamento degli acquisti tra molti fornitori consente infatti di ridurre il grado di dipendenza da ogni singolo fornitore, limitandone così il potere contrattuale. Ma anche il rifornimento multiplo non è privo di svantaggi. Il ricorso a forniture multiple può essere interpretato come l’evidenza di un ridotto impegno dell’acquirente nella relazione, il che non incoraggia gli investimenti e la collaborazione del fornitore.

La scelta tra single e multiple-sourcing può fondarsi su una valutazione comparata dei rispettivi costi, suddivisi nelle seguenti categorie:

  • costi di avvio della relazione (set-up), sono costituiti dalle spese che si sostiene per dar corso ad una relazione di scambio (selezione, valutazione, omologazione, certificazione, progettazione comune);
  • costi di rottura della relazione (switching costs), sono i nuovi costi di set-up che dovranno essere sostenuti per sostituire il fornitore;
  • costi di coordinamento (trading costs), sono costi variabili legati ai processi di coordinamento, comunicazione e decisione necessari alla gestione efficiente della relazione. Essi includono i costi amministrativi di ordinazione e ricevimento dei materiali, i costi di controllo della qualità, i costi (eventuali) di esecuzione giudiziale od extra-giudiziale del contratto, i costi di negoziazione delle modificazioni ed integrazioni contrattuali;
  • costi di competitività (competitiveness costs), corrispondono alle mancate o ridotte vendite e ai minori prezzi di vendita sopportati dall’acquirente a causa di forniture non soddisfacenti (in termini di prezzo, livello qualitativo, puntualità, affidabilità, tempestività delle consegne, sforzo innovativo);

Come disse Kaoru Ishikawa ( è stato professore universitario e influente innovatore della gestione qualità ): “Le aziende esistono all’interno di una società per soddisfare le persone che appartengono a quella società”; uno dei requisiti e obiettivo principale dei Sistemi Gestione Qualità ( fra cui le iso 9001 ) è la capacità di soddisfazione dei bisogni di tutti gli stakeh.

Testo di
Dr. Alberto Claudio Tremolada
Manager Metatech Group ( fonderie e lavorazioni meccaniche http://www.metatechgroup.com ) Expert The Procurement ( http://www.theprocurement.it )

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Economy

Perchè il Nobel a Thaler è una rivoluzione?

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Il Nobel per l’economia a Thaler rappresenta il superamento dell’uomo “razionale” descritto dall’economia classica a favore dell’uomo “reale”. Si crea un ponte tra neuroscienze ed economia. Il ricercatore ha sviluppato modelli di previsione del comportamento che considerano il cervello umano per quello che è durante l’acquisto. L’essere umano non è un “robot razionale” potenziato dal digitale, ma piuttosto un “animale” che sceglie influenzato dalle situazioni, con una razionalità limitata, guidato inconsapevolmente dalle sfumature emotive e sensoriali. Bella scoperta si potrebbe dire. Peccato che molte previsioni economiche si fondano ancora sull’idea che l’uomo sia razionale e soprattutto spinto unicamente a massimizzare l’utilità nel lungo termine. Thaler smonta questo assunto, partendo da come funziona il cervello. Ecco le più interessanti scoperte:

Bilancio mentale. Le persone spendono i loro soldi in modo molto diverso in funzione della fonte di guadagno. Se i soldi sono figli di una vincita, di eredità o di situazioni fortunate le spese sono irrazionali. Si è molto attenti se il denaro è conquistato con il duro lavoro. Come se il denaro fosse registrato in voci diverse di bilancio nella nostra testa.

Contanti vs Carta. La gente è disposta a spendere in maniera diversa per lo stesso bene in base al mezzo con cui pagano, contanti o carta di credito. Si spende con maggiore facilità nel caso in cui il pagamento preveda carta di credito, in quanto si fatica a tenere conto delle spese nel tempo e si riduce l’effetto del rimpianto per non aver acquistato.

Se è mio vale di più. Nella valutazione di un oggetto si tende a sovrastimarne il valore quando lo si possiede. Insomma se un bene è mio vale di più, rispetto a quando è di qualcun altro. Irrazionalità allo stato puro. Si spiega l’avversione degli esseri umani alle perdite (già dimostrata da Kahneman, Nobel per l’economia nel 2002). Le persone tendono a non seguire le logiche della domanda-offerta nel decidere a che prezzo vendere un bene, ma fissano sempre una cifra uguale o superiore a quanto hanno pagato.

Il piacere dell’affare. Le persone non comprano solo per massimizzare il piacere legato all’uso od al possesso di un oggetto. Sono spinte ad acquistare dal pensiero di fare un buon affare. Questo “piacere aggiunto” legato all’atto del comprare in modo vantaggioso è completamente ignorato dall’economia classica e spiega molti metodi con cui il marketing stimola gli acquisti fissando prezzi più alti o grandi percentuali di sconto.

Carpe Diem. Gli esseri umani vivono nell’oggi, senza pianificare le conseguenze delle loro azioni e decisioni sul futuro. Tendono a comprare ciò che è più semplice o vantaggioso nell’immediato. Da qui le idee di Thaler sull’esposizione dei cibi sani nei punti più visibili dei supermercati per indurre le persone a mangiare meglio e di facilitare con sgravi fiscali immediati la costruzione di piani pensionistici integrativi.

Questo premio Nobel è conferito ad un ricercatore che ha fatto sintesi tra economia e neuroscienze, creando modelli di previsione del comportamento più efficaci e quindi più utili perché partono dal cervello umano per quello che è.
Articolo di Lorenzo Dornetti, esperto di neurovendita

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Economy

La locazione operativa per manager e aziende

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L’Italia è un Paese fondato sulle PMI. Ogni attività volta a sostenerle è quindi ben accetta. Tra i nuovi strumenti capaci di dare fiato alle piccole aziende c’è la locazione operativa, al servizio di manager, aziende ma anche di liberi professionisti e soggetti a partita IVA intenzionati a noleggiare, e non comprare, i beni necessari alla propria attività.
Perché noleggiare e non comprare? Per una molteplicità di motivi che sarebbe opportuno far conoscere, nell’interesse – certo – delle aziende locatrici, ma anche – e, perché no? soprattutto – delle aziende che utilizzerebbero il servizio di locazione.
Qualche numero (riferito al bacino di Grenke, uno dei principali player della locazione B2B in Italia): le aziende che vanno da 0 a 9 dipendenti formano il gruppo più vasto di utilizzatori di tale servizio (66%).
A dimostrazione che si tratti di un servizio valido innanzitutto per i “piccoli”, la quota totale di micro, piccole e medie imprese che utilizzano la locazione operativa (sempre nei dati Grenke) arriva al 98%.
Non solo. Oltre un terzo della base dei clienti è composta da aziende del Centro-Sud, a riprova del fatto che un servizio del genere potrebbe risultare significativo per lo sviluppo di qualsiasi parte del Paese, comprese quelle generalmente considerate meno avanzate e con infrastrutture meno sviluppate. Un servizio utilissimo per la crescita al punto da essere ben recepito innanzitutto dalle aziende che lo utilizzano, visto che il tasso di regolarità di pagamento dei canoni risulta altissimo, ossia quasi del 96%.
Ma di che servizio si tratta e quali sono i reali vantaggi per le aziende a partire – ripeto -da quelle piccole? Partiamo dai vantaggi: si tratta di vantaggi fiscali, economici, finanziari e operativi.

  • Fiscali perché i canoni sono totalmente deducibili ai fini IRES e IRAP.
  • Economici perché si possono ottenere subito le attrezzature di cui si ha bisogno, e metterle subito “al lavoro”, col risultato principale di mantenere liquidità in azienda ed evitare indebitamenti.
  • Finanziari perché così si migliora il cash flow, non essendo il bene noleggiato iscritto a bilancio, e non rappresentando fonte di indebitamento, bensì un puro costo aziendale.
  • Operativi perché la durata dei noleggi è allineata al ciclo di vita dei prodotti, col risultato cruciale in tempo di concorrenza globale di rinnovamento tecnologico continuo. Il bene diventa obsoleto dopo pochi anni? Nessun problema: con la locazione lo cambi di volta in volta con la versione più aggiornata.

Un processo del genere come funziona? Il cliente stabilisce con il proprio distributore di fiducia quali sono i beni strumentali che utilizzerà nello svolgimento del proprio business (dall’hardware al software, dai macchinari industriali agli elettromedicali, dalle macchine per caffè agli arredi per ufficio, dalle dotazioni ho.re.ca. ai sistemi di navigazione satellitare). La gamma di beni, prodotti, attrezzature e tecnologie noleggiabili è incredibilmente vasta, comprendendo anche soluzioni insolite (droni, impianti di allarme e videosorveglianza, strumenti per l’edilizia, illuminazioni). A questo punto la società locatrice acquisisce i beni dal distributore (Grenke fa leva anche sulla rapidità dei propri pagamenti, di appena 24 ore), e instaura il rapporto di locazione col cliente. “Un modello di business di questo tipo – chiarisce il direttore commerciale di Grenke Aurelio Agnusdeidetermina vantaggi per tutti i soggetti coinvolti”.
Per il locatario, cioè di chi ha bisogno di uno strumento di lavoro. Per la società che fornisce il servizio, il locatore appunto, e anche per il fornitore del bene, il quale ha tutto l’interesse a promuovere il noleggio usando il locatore, complice la sicurezza e rapidità dell’incasso nonché i rischi di credito azzerato e la possibilità di fare upselling.
In effetti l’attività di locazione rappresenta un circolo virtuoso: e in temi di difficoltà di rapporti con altri protagonisti del sostegno alle imprese, forse sarebbe opportuno rendersene conto, e questo a tutto vantaggio dell’economia italiana, la quale sembra pensata apposta per applicare con successo una formula del genere.

Articolo di Fabrizio Amadori

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