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La deflazione imbavaglia i consumi

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Secondo uno studio di Ref Ricerche solo nel prossimo anno si dovrebbe vedere un rincaro dei prezzi intorno all’uno per cento. La Brexit rende più incerte le prospettive per una robusta ripresa della spesa delle famiglie

La ripresa continua a essere debole, non si allontana il rischio di un prolungato periodo di deflazione, mentre all’orizzonte si profila la flebile possibilità di un rincaro dei prezzi al consumo.

A portarla saranno le quotazioni del greggio: a gennaio il Wti prezzata 27 dollari e venerdì scorso, pur in calo di oltre il 4% sotto i colpi della Brexit, ha chiuso a quota 47,9 dollari. Certo, il momento di bonaccia dei prezzi continua e per ritornare a vedere un bagliore d’inflazione di un certo livello, intorno al punto percentuale, si dovranno attendere ancora 6-8 mesi.

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Garanzia Giovani: in 73mila al lavoro

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Tra quanti hanno usufruito del programma Garanzia Giovani, in 107mila hanno svolto un tirocinio extracurriculare, e in 73mila hanno trovato un’occupazione dipendente. Lo rileva l’Isolf nel monitoraggio del programma cofinanziato per complessivi 1,5 miliardi dall’Unione Europea, rivolto a migliorare l’occupabilità dei giovani italiani nella fascia dai 15 ai 29 anni, i cosiddetti Neet che non lavorano, non studiano e sono fuori da ogni ciclo di formazione e istruzione.

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Comet acquisisce Laborsil

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L’azienda di Coccaglio (BS) acquisisce la Laborsil di Bergamo ampliando l’offerta e confermando la propria natura di leader nel settore delle mescole in gomma. Un’acquisizione che sottolinea l’importanza strategica dell‘asse Bergamo – Brescia in questo cruciale settore.

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“TIME” il primo Museo scolastico della Bergamasca

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L’Itis ‘Pietro Paleocapa‘, la Scuola che ha formato la maggior parte degli Imprenditori e dei Dirigenti industriali della Bergamasca, si proietta nel futuro ricordando il proprio passato. Sabato 11 giugno, in un’ala completamente rinnovata dello storico Istituto di via Mauro Gavazzeni, sarà inaugurato “TIME – Esperia Industrial Museum”, il primo Museo scolastico della provincia di Bergamo.

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Ponte del 2 giugno: il business cresce del 10%

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Si cerca il bel tempo, per le agenzie le mete più gettonate sono le capitali europee, l’Italia, il Mediterraneo

Secondo le agenzie di viaggio, quest’anno il ponte del 2 giugno vede  come mete più gettonate le capitali europee e l’Italia per un’agenzia su due. Poi vanno destinazioni come Spagna e Grecia. Durante questo periodo di vacanza, per il 64%, i turisti si dedicano alla cultura, visitando le principali città d’arte; ma non manca chi ne approfitta (per il 36%) per un primo assaggio di estate, decidendo di rilassarsi al mare, nelle località dove il tempo si prevede soleggiato. Questi i dati elaborati dalla Camera di Commercio di Milano.

Business in questi giorni in crescita del 10%, secondo le indicazioni degli operatori. Per l’88% ci si assenta dalla città per 3 o 4 giorni, giusto il tempo concesso dai giorni di festa del ponte. Nel 2016 il 48% per il ponte del 2 giugno ritiene che si spenderanno mediamente tra i 300 e i 500 euro a testa; per il 28% si dispone di un budget che va dai 500 ai 1000 euro.

Ha dichiarato Luigi Maderna, presidente Fiavet Lombardia, Associazione regionale delle agenzie di viaggio aderente a Confcommercio: “Si sceglie più spesso l’Italia per il ponte del 2 giugno, come prima vacanza di mare, sperando nel bel tempo e in cerca di sole. I cambi di temperatura e la stagione fredda prolungata stanno infatti influendo molto sul business. Le spese sono comunque contenute e i giorni di viaggio limitati. In Lombardia i laghi sono in stagione turistica in questo periodo”.

A mettersi in viaggio sono soprattutto le coppie, per il 68%, a seguire per il 28% le famiglie e i giovani per il 12%.

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Costo del lavoro: il punto di partenza sono i neo-assunti

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L’incentivazione dei contratti stabili è cominciata nel 2015 quando l’esecutivo, migliorando in tema di incentivi, ha introdotto la decontribuzione piena sui nuovi rapporti fissi: lo sgravio, per tutto l’anno precedente, è stato triennale e fino a un tetto di 8.060 euro l’anno. Solo nel 2015 sono stati approvati (tra nuovi rapporti e conversione di contratti a termine) quasi 1,5 milioni di contratti e sono stati spesi circa due miliardi. Quest’anno, la decontribuzione è più accettabile e le imprese se ne sono accorte: nei primi tre mesi, secondo l’ultimo monitoraggio Inps, c’è stata una moderazione dei nuovi contratti fissi.Un aspetto sostanzialmente ripetuto anche dal ministro Poletti che ha rammentato che, per effetto del taglio dell’Ira lavoro, i contratti a tempo indeterminato costano il 5-6% in meno dei rapporti a termine. Considerando che sono differenti i dossier aperti sui tavoli di palazzo Chigi, MefeLavoro (dal taglio dell’Irpef, agli 80 euro per i pensionati al minimo) non può essere del tutto scartata l’opzione della nuova proroga, per un solo non, della decontribuzione, ancora più importante: si passerebbe da uno sgravio al 40% fino a 3.250 euro l’anno per due anni a un bonus al 20-25%, pari a mille -1.500 euro, per un solo anno, cioè il 2017. L’ostacolo più difficile da superare rimane quello delle compatibilità finanziarie, anche perché il Governo dovrà rispettare gli incarichi appena concordati con Bruxelles sul terreno della finanza pubblica, in primis quello di non far incrementare il rapporto deficit/Pil nel 2017 oltre la quota dell’1,8%. Anche per questo motivo l’attenzione dei tecnici è stata indirizzata sull’alternativa taglio iniziale del cuneo solo sui nuovi contratti a tempo indeterminato. La diminuzione di ogni punto del costo del lavoro per tutti i dipendenti stabili costerebbe all’incirca 2 miliardi, visto che sarà necessario “fiscalizzare” il taglio per evitare penalizzazioni in busta paga e sulle rendite pensionistiche future. Tuttavia, in quest’ultimo caso, si sta ancora valutando l’opportunità di equilibrare almeno in parte la minore copertura previdenziale con un provvedimento per rendere, di fatto, obbligatoria l’adesione alle forme complementari.Tuttavia, a spingere l’esecutivo ad intervenire scrupolosamente sul capitolo costo del lavoro sono stati i principali organismi economici internazionali, per ultimo in ordine tempo, l’Fmi che ha chiesto all’Italia anche di accelerare nella riforma dei contratti per ottimizzare il secondo livello incentrato sull’aumento di produttività e competitività delle imprese. D’altronde la decisione definitiva sul dossier non sarà presa prima di settembre, quando il Governo eseguirà le scelte per la composizione della successiva legge di Stabilità. Tuttavia a comprovare l’intento di agire immediatamente per diminuire in via strutturale il costo del lavoro stabile è stato ieri lo stesso premier Matteo Renzi, dopo che già in mattinata il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, aveva annunciato che la “questione cuneo” era entrata con estremo vigore nell’agenda del confronto con i sindacati. Il taglio dei contributi previdenziali si aggirerebbe tra i 4 e i 6 punti per un costo iniziale stimato tra i 1.5 miliardi (250 milioni a punto). La copertura avrebbe origine da una spending review in versione rafforzata e dalle risorse che verrebbero messe a disposizione a causa dell’attuazione della riforma del Bilancio dello Stato. Quest’ultima diventerà completamente operativa a partire dal prossimo autunno. A completare la dote sarebbe una parte delle risorse che arriveranno dalla nuove misure di contrasto dell’evasione fiscale, avendo come punto di partenza quella che interesserà l’Iva. Partire dai soli neo-assunti a tempo indeterminato, con l’obiettivo finale di ridurre il cuneo a tutto il lavoro stabile (vecchi e nuovi assunti) è un procedimento a due step quello che starebbero valutando i tecnici della cabina di regia economica di palazzo Chigi, sotto la supervisione del sottosegretario Tommaso Nannicini.

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Stop tasse per chi investe nelle piccole imprese

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Il governo è pronto a varare nuove misure per stimolare la crescita, favorendo l’aggregazione di risparmi. E’ il pacchetto “Finanze per la crescita 2.0” che prevederà, a detta del Ministro dell’Economia Padoan, anche lo stop delle tasse a chi investe in strumenti finanziari finalizzati a rafforzare le piccole e medie imprese. Ma il governo è al lavoro su molti provvedimenti. Ci sono le semplificazioni fiscali alle imprese, misure nelle quali sarà inserita una moratoria nel mese di agosto per rispondere alle richieste di documentazione fiscale.

Guardando poi alla messa a punto della Legge di stabilità che arriva a metà ottobre, anche la valutazione della riduzione dell’Irpef e le norme per consentire una maggiore flessibilità dell’uscita dal lavoro. Le ultime indiscrezioni parlano di un sistema di penalizzazioni che toccherebbe solo la quota “retributiva” del calcolo delle pensioni e che potrebbe essere agganciata anche al reddito: la decurtazione arriverebbe al 2-3% per gli assegni fino a tre volte il minimo (circa 1.500 euro) per arrivare invece al 5-8% per quelli di importo più elevato.

Interesse registra il pacchetto finanza per la crescita 2.0. Il provvedimento è in cantiere già da tempo e dovrebbe arrivare entro maggio. Il governo conta per questa strada di spingere il Pil di 0,2 punti. Si tratta di un pacchetto articolato con diverse misure. Una di queste è stata anticipata dal ministro dell’Economia al Corriere: “Serve a convogliare il risparmio primato verso le Pmi, che hanno bisogno di aumentare la loro dotazione di capitale per fare ricerca e investimenti.” Ma tutto il provvedimento punta ad attivare risorse private che potrebbero arrivare a 10 miliardi di euro. Una spinta dovrebbe arrivare anche a forme di venture capital e di private equity attraverso una sorta di conto-titoli mirati a favorire gli investimenti in Borsa o nelle Pmi.

Il pool che a Palazzo Chigi fa capo al sottosegretario Tommaso Nannicini potrebbe arrivare ad una proposta precisa per avviare il confronto con le parti sociali. Al momento si ipotizza che la penalizzazione per chi punta ad uscire prima dal lavoro potrebbe applicarsi in modo maggiore sulla quota retributiva della pensione. La misura del taglio potrebbe poi essere legata all’importo dell’assegno mensile: fino a tre volte la pensione minima (circa 1.500 euro) la riduzione sarebbe attorno al 2-3% sopra questo livello si arriverebbe al 5-8%.

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L’attività industriale frena in aprile

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Ha un segno positivo davanti la produzione industriale italiana nel mese di aprile: secondo Confindustria l’incremento è stato dello 0,1% rispetto a marzo. Una leggera diminuzione se si confronta con il +0,3% che c’era stato a marzo nei confronti di febbraio. Un andamento che in base agli indicatori ISTAT sulla fiducia nel manifatturiero fa presumere un andamento positivo dell’attività anche nei prossimi mesi, pur senza segnalare accelerazioni.

Sono i risultati dell’indagine rapida sulla produzione industriale diffusa ieri. Se si considera il primo trimestre 2016 la produzione industriale è aumentata dello 0,8%, sul quarto trimestre dell’anno scorso, quando si era avuta una crescita nulla rispetto a quello precedente, Grazie a questo trend, la variazione congiunturale acquisita per il secondo trimestre 2016 è di +0,1%.

Nel raffronto con aprile 2015, al netto del diverso numero di giornate lavorative, secondo il CSC, la produzione nello stesso mese di questo anno è avanzata dell’1,4%. in marzo si era avuto un incremento dell’1,3% sempre su base annua,

Secondo l’indagine, continuano a crescere anche gli ordini: in volume hanno segnato un incremento dello 0,4% in aprile su marzo (-0,8% su aprile 2014); il mese scorso erano aumentato dello 0,4% rispetto a febbraio (+0,5 sui 12 mesi).

Se si guarda alla fiducia,in aprile l’indice complessivo è migliorato per il secondo mese consecutivo (+0,5%). Il saldo dei giudizi sui livelli di produzione è rimasto invariato rispetto a marzo (-11), mentre quello sugli ordini totali è diminuito di 1 punto (-14) per il calo di entrambe le componenti della domanda. Sono invece più favorevoli le attese su ordini e produzione.

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L’Europa spinge il made in Italy

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Il made in Italy inverte la rotta rispetto al mese precedente, con una crescita annua del 3,3% grazie agli incentivi dell’Europa, un progresso che sale di quasi un punto escludendo dal calcolo l’energia. La giornata lavorativa in più offre un sostegno ai dati ma l’anno bisestile non basta a spiegare il balzo dell’8,3% in Europa, frutto di una crescita corale e diffusa a più settori.

Vi sono progressi consistenti in Germani e Francia, primi mercati di sbocco italiani, a cui si aggiungono Spagna (+9,7%) e Regno Unito (+7,5%). In termini assoluti, Berlino e Parigi incrementano gli acquisti di oltre 300 milioni rispetto a febbraio 2015, Madrid di 152, Londra di 130. Crescite in grado di oscurare i forti cali dei Bric’s, Russia e Brasile in primis, che spingono in rosso le vendite extra-UE.

La lettura dei dati settoriali per i mercati più remoti offre qualche spiegazione in più rispetto ai dati cumulati diffusi lo scorso 24 marzo, elementi rassicuranti in particolare per gli Stati Uniti. Il calo di Washington (-10,7%) è legato quasi interamente a mezzi di trasporto (non le auto, che cedono solo 5 punti) e metalli preziosi mentre altrove le crescite restano quasi ovunque robuste, con progressi a doppia cifra per mobili, pelle, gomma-plastica e farmaceutica (vendite più che raddoppiate), e rialzi significativi anche per alimentare e chimica.

Osservando i dati globali, per tutti i mercati, a febbraio in termini settoriali il progresso del made in Italy è diffuso, con crescite robuste, vicine al 10%, per macchinari, gomma-plastica, mobili, autoveicoli, tessile ed alimentari, mentre in progresso a doppia cifra sono elettronica e farmaceutica.

La crescita di febbraio, visibile anche su base mensile con un progresso del 2,5%, compensa il calo del mese precedente, consentendo al made in Italy di chiudere il primo bimestre con un progresso di un decimale. Inversione di trend quanto mai benvenuta proprio nel momento in cui le indicazioni in arrivo dai mercati internazionali invitano al pessimismo, costringendo gli istituti di ricerca a rivedere al ribasso le stime di crescita per commercio globale e Pil. Rassicurante è l’analisi delle determinanti della crescita, con un progresso soprattutto sui volumi, in aumento medio del 3,9%.

Crescita che si realizza, seppure con forza minore, anche per i valori medi unitari, in aumento dello 0,9% per la parte manifatturiera in crescita del 7%. L’avanzo del bimestre per l’Italia lievita a 3,9 miliardi di euro, 266 milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2015 grazie alla bolletta energetica “bonsai”. Per effetto della dinamica più brillante delle importazioni dal lato manifatturiero in realtà il saldo attivo nel bimestre si riduce. Un calo, tuttavia, più che compensato dallo “sconto” sugli acquisti di energia: 2,1 miliardi tra gennaio e febbraio.

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Nelle famiglie crescono il reddito e la prudenza

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Torna a crescere, dopo 8 anni, il potere d’acquisto delle famiglie (+0,8%) per la bassa inflazione (0,1% lo scorso anno), ma le tasse continuano a pesare in modo devastante sulla testa degli italiani: la pressione fiscale del 2015 è al 43,5%. Un piccolo passo in avanti si registra nel 2015 dal rapporto tra deficit e PIL, che scende al 2,6%.

L’instabilità dell’economia globale, però, viene confermata dal consigliere esecutivo Bce, Petere Praet, che lancia l’allarme: “Il periodo prolungato di bassa inflazione in cui ci troviamo oggi ha aumentato i rischi che l’inflazione inferiore agli obiettivi possa diventare persistente, il che sarebbe profondamente dannoso per l’economia”. Un rischio che la Bce non vuole correre: “E’ per questo che abbiamo reagito così energicamente per assicurare il nostro obiettivo – assicura Praet – e continueremo a farlo in futuro se necessario”.

In merito all’analisi ISTAT sul potere d’acquisto delle famiglie consumatrici, l’aumento del loro reddito reale dello 0,8% nel 2015 rappresenta il primo rialzo dal 2007, prima dello scoppio della crisi: guardando però all’ultimo trimestre dello scorso anno, c’è una flessione della capacità di spesa, almeno a livello congiunturale (-0,7%). La variazione si mantiene invece positiva su base annua (+0,9%). Una grossa mano l’ha data l’inflazione che non è mai stata così bassa dal 1959 (0,1%). Prendendo a riferimento invece il dato corrente, il reddito lordo disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,9% lo scorso anno, registrando nell’ultimo trimestre dell’anno una riduzione dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e un aumento dell’1,1% rispetto al corrispondente periodo del 2014.

Per quanto riguarda gli investimenti fissi lordi delle famiglie, nel 2015 sono aumentati dello 0,5% e il tasso di investimento per l’acquisto immobiliare è rimasto stabile al 6,2% rispetto al 2014.

Per quanto riguarda i consumi finali delle famiglie, arrivano dall’ISTAT dati incoraggianti, che registrano l’aumento dell’1%nel 2015 (+0,8% nel 2014). Inoltre, nell’ultimo trimestre del 2015 il rialzo è stato pari allo 0,4% a livello congiunturale e all’1,5% in termini tendenziali.

Per i conti pubblici nel 2015, le uscite totali sono aumentate dello 0,1% rispetto all’anno precedente e il corrispondente rapporto rispetto al Pil è stato pari a 50,5% (51,2% nel 2014), mentre le entrare totali sono salite dell’1%, con un’incidenza sul Pil del 47,9% (-0,3% rispetto al 2014). Di fronte al peggioramento del quadro economico internazionale, però, il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, sostiene che quest’anno non si sente il bisogno di una manovra correttiva, in quanto sarà sufficiente un aggiustamento in via amministrativa.

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