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Business

Economia/Imprese

A rate, posticipato o local: tutto, purché digitale. La rivoluzione dei pagamenti online arriva anche in Italia

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L’accelerazione del sistema e-commerce non poteva che portare a una rivoluzione anche nei sistemi di pagamento. Secondo una ricerca di GFK, infatti, l’ecommerce in Italia, dal pre pandemia ad oggi, è cresciuto del 25%; parallelamente si è verificata una diminuzione media dell’uso del contante del 23%. Secondo la ricerca, il 25% degli italiani ha effettuato per la prima volta un pagamento digitale su un ecommerce, mentre il 26% di loro ne ha incrementato la frequenza. La crescita è avvenuta anche su nuovi vertical, dove fino a poco tempo fa dominava il contrassegno per l’acquisto online o era preferito il negozio fisico, come ad esempio nel  settore alimentare (+32%) e quello dedicato ai prodotti per l’igiene della casa (+31%). Non solo: sempre secondo la ricerca, nei pagamenti online gli italiani preferiscono utilizzare il telefonino; l’utilizzo delle carte di credito è aumentato del +12% e quello delle prepagate del +17%.
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Economia/Imprese

Collaborazione e trasparenza in azienda: dagli OKR le chiavi per sopravvivere allo smartworking riprogettando il lavoro e puntando su obiettivi condivisi

L’attuale scenario del lavoro ha imposto una riflessione sui profondi cambiamenti in un contesto che vede milioni di lavoratori italiani alle prese con un “oggetto” pressoché sconosciuto in Italia prima della pandemia: lo smartworking.

I dibattiti aperti sull’argomento sono numerosi sia per le aziende sia per i lavoratori: con il remoto, com’è cambiata la gestione dei dipendenti? Come si può organizzare bene il proprio tempo evitando impatti sul lavoro e sulle scadenze? Siamo sicuri di saper arginare la nostra disponibilità online, senza che prenda il sopravvento sulla nostra vita? Se lo smartworking presuppone una forte autonomia del dipendente, come si può tener conto dei progressi senza appesantire i processi di controllo e gravare ulteriormente sulla disponibilità del lavoratore?
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Economia/Imprese

Come cambia il commercio nelle città

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Come cambia il tessuto commerciale nei centri storici e nelle città? È la domanda a cui prova a dare una risposta Confcommercio con “Demografia d’impresa nelle città italiane” (sesta edizione), analisi aggiornata sull’evoluzione commerciale nei centri storici rispetto al resto del tessuto urbano tra il 2012 e il 2020.

In particolare, oggetto dell’osservazione sono 120 città medio-grandi, cioè tutti i capoluoghi di provincia come Bergamo (ed ex capoluoghi), più 10 comuni di media dimensione. La disaggregazione riguarda 13 aree di attività economica: 9 del commercio fisso al dettaglio, cui si aggiungono il commercio ambulante, l’area dell’alloggio e quella della ristorazione, cioè bar e ristoranti; per completezza c’è anche la voce «altro commercio» che riguarda sostanzialmente le società che vendono online e porta a porta, i distributori automatici e le vendite per corrispondenza.
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Innovazione

La comunicazione abilita il cambiamento: l’innovazione esiste solo se compresa e condivisa

Senza comunicazione, non c’è innovazione. Può sembrare un punto di vista radicale ma, a ben guardare, è proprio così. Anzi, per essere più corretti: la comunicazione dell’innovazione non è separabile dalla stessa innovazione perché ne rappresenta un aspetto fondante, costitutivo. L’idea più rivoluzionaria, tenuta nascosta, o più banalmente spiegata male, è destinata inevitabilmente a ridimensionarsi, a essere rilevante solo come fattore tecnico. Cioè come pura invenzione, ma l’innovazione è molto di più. L’innovazione è come un’onda che cresce, aumenta di altezza e sviluppa una propria forza d’urto. Questa forza d’urto è la capacità di generare impatto sociale, economico e culturale. E tutto questo non può avvenire in silenzio, senza il contributo della comunicazione.

Fatta questa premessa, è facile comprendere come l’accettazione, prima, e la comprensione, poi, siano fattori determinanti per il successo dell’innovazione. E questo vale sia a livello di servizio o prodotto sia a livello di innovazione aziendale. Faccio un esempio di prodotto innovativo: alzi la mano chi ha mai sentito parlare di Ibm Simon? È stato il primo smartphone con schermo touch, messo a punto dall’azienda americana nel 1992, molto in anticipo rispetto alla diffusione delle app e dei telefoni intelligenti. Prima dell’avvento di Apple, i leader della telefonia mobile erano Nokia, Sony Ericsson, Panasonic e Blackberry. Nessuno di questi ha creduto in una tecnologia che, di fatto, era già disponibile da anni. Nessuno ne ha intuito il potenziale d’uso da parte degli utenti. E soprattutto nessuno è riuscito a comunicare quella nuova, rivoluzionaria, interfaccia. Poi è arrivato l’iPhone, Steve Jobs e i keynote con la frasetta magica “one more thing” e… sappiamo com’è andata la storia.

Meno evidente, ma forse ancora più significativo è quello che succede all’interno delle aziende che avviano percorsi di innovazione. Fino a qualche anno fa si pensava che l’innovazione fosse un processo come tutti gli altri: voluta, o almeno approvata, dal CEO poi si sarebbe diffusa all’interno dei vari dipartimenti e delle diverse business unit, esattamente come un ordine di servizio. Ci si è resi conto in fretta, però, che la situazione era un po’ diversa. Il cambiamento si ottiene soltanto se ne viene compresa la natura e ne viene condivisa la finalità, altrimenti le resistenze individuali e collettive sono troppo forti. Perfino per un provvedimento dell’amministratore delegato. Per questa ragione, oggi, le imprese che vogliono intraprendere un percorso di innovazione lo fanno approcciando il tema della cultura aziendale. Il coinvolgimento delle persone è fondamentale per vincere la sfida dell’innovazione, perché il cambiamento è il risultato di un’opera di ingegno collettivo e tutti devono dare il loro contributo. È ovvio che, anche in questi termini, la comunicazione gioca un ruolo centrale.

Se nessuno sente, il rumore non esiste

Nel 1713 il filosofo irlandese George Berkeley pubblicò il trattato Tre dialoghi tra Hylas e Philonous. La sua tesi era molto semplice: l’esistenza stessa del mondo dipende dalla sua percezione. Di conseguenza se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, non c’è alcun rumore. Il suono è una vibrazione trasmessa ai nostri sensi attraverso le orecchie e riconosciuta come suono solo dai nostri centri nervosi. La caduta di un albero, o di qualunque altro oggetto, produce una vibrazione nell’aria, ma se non ci sono orecchie a sentirla, il rumore non esiste.

All’innovazione senza comunicazione succede la stessa cosa. Non produce effetti, non innesca reazioni, non ha alcuna rilevanza a livello economico, sociale e culturale. E questo è tanto più vero all’interno del modello, sempre più diffuso, dell’open innovation, che implica e si compie attraverso il coinvolgimento di risorse diffuse. Se l’innovazione tradizionale avveniva in stanze e laboratori segreti, l’innovazione aperta è alla luce del sole perché, per realizzarsi, ha bisogno di idee, tecnologie e persone che non appartengono a una sola azienda o istituzione. Nessuno è grande abbastanza per assicurarsi un tale patrimonio. Per questa ragione è necessario mettere insieme risorse in grado di condividere conoscenze ed esperienze e, soprattutto, raggiungere un obiettivo comune da cui trarre i rispettivi benefici. È un processo complicato ma dalle enormi potenzialità (che anche in Italia sta dando prova della propria maturità). Un processo che può essere arricchito in modo significativo dalla contaminazione tra i vari soggetti coinvolti. Resta il fatto che, alla base di tutto questo, ci deve essere un solido processo di comunicazione in grado di ingaggiare i diversi attori, permettere loro di individuare finalità comuni e raggiungere il livello di trust necessario per un affrontare con successo un percorso del genere.

Negli ultimi mesi Cariplo Factory è stata impegnata sul progetto di Federated Innovation, il polo di innovazione che nei prossimi mesi prenderà vita all’interno di MIND Milano Innovation District, la cittadella tecnologica in costruzione nell’area ex area Expo. La missione di Federated Innovation è creare un ecosistema inclusivo, gettando un ponte tra l’Italia e l’innovazione internazionale. Un’iniziativa unica nel suo genere, che intende attrarre e coinvolgere i migliori talenti (non solo italiani) per avvicinarli e coinvolgerli nei progetti con startup e corporate. A completare il quadro e assicurare a Federated Innovation tutte le competenze ed esperienze necessarie per lo sviluppo delle attività, sarà coinvolta l’intera filiera dell’innovazione italiana, dagli incubatori agli investitori. Possibile che un progetto così ambizioso rinunci alla comunicazione? Possibile che un ecosistema così articolato abbia successo senza che i soggetti a cui si rivolge ne abbiano compreso esattamente la visione, gli obiettivi e l’impatto a livello economico e sociale? Possibile catalizzare talenti, tecnologie e capitali, senza maturare uno storytelling? Difficile immaginarlo. Non a caso la comunicazione è stata al centro del disegno strategico fin dalle prima battute.

Senza comunicazione, non c’è innovazione. Non posso che constatare che, ormai, gran parte dei partner con cui collaboriamo hanno metabolizzato questo principio. E, di conseguenza, ne tengono conto nel momento della progettazione dei loro percorsi di innovazione. Un antidoto a quello che è il principale rischio di queste attività: che resti un esercizio di pure teoria, difficile se non impossibile da portare in execution e, soprattutto, senza impatti di valore per l’azienda. Esattamente quello che è successo a Xerox Star all’inizio degli anni 80, quando anticipò di una manciata di anni i computer con interfacce grafiche e connettività: un’invenzione che è rimasta un mero fatto tecnico fino a quando Windows e Macintosh non sono riusciti a trasformarla in vera innovazione. Investendo in comunicazione.

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Economia/Imprese

5 passi per realizzare il modello di business di domani

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Secondo un’indagine di Boston Consulting Group (BCG) pubblicata a fine 2020, in tutto il mondo, almeno 1,3 miliardi di persone sono sovraqualificati o sottoqualificati. Per i Paesi Ocse, si parla di un lavoratore su tre. Un dato significativo che rende l’idea dello scollamento che c’è tra le competenze richieste dal mercato e quelle offerte dai professionisti. Ne consegue che, spesso, le aziende sono tenute a dover formare internamente, o finanziando dei corsi esterni specifici ai propri dipendenti. La formazione continua, infatti, rappresenta per le imprese italiane una cospicua quota dei propri investimenti. Secondo le stime di Performance Strategies, azienda italiana leader nella formazione business, le aziende spendono in media dai 4.000 ai 7.000 euro annui a dipendente. Una vera e propria esigenza di formazione, quella delle aziende, che molto probabilmente si riscontrerà anche nel prossimo futuro, in cui sarà sempre più richiesta una combinazione tra competenze tecniche, in primis quelle legate alle nuove tecnologie, e competenze soft per intercettare e rispondere alle mutevoli necessità dei consumatori.
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Innovazione

Nel 2021 l’accelerazione del digitale reinventerà il settore sanitario


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Indubbiamente lo scorso anno il COVID-19 ha portato grande confusione e crisi, ma ha anche alimentato una forte innovazione e collaborazione nel settore sanitario. Esami diagnostici e vaccini sviluppati in tempi record, aziende e autorità sanitarie che collaborano per fornire più velocemente i farmaci essenziali per i pazienti e nuove modalità di lavoro digitali per lo sviluppo di prodotti e per le iniziative commerciali.

Guardando al futuro, Veeva Systems delinea i trend 2021 per il settore sanitario, che sarà protagonista di una vera e propria rivoluzione digitale che consentirà di accelerare lo sviluppo commerciale e farmacologico, darà vita a nuovi modelli operativi e guiderà una profonda trasformazione.
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Economia/Imprese

Trustpilot identifica ed elimina 2,2 milioni di recensioni false nel 2020

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Trustpilot – la piattaforma di recensioni online per eccellenza – pubblica oggi nuovi dati inediti: più di 2,2 milioni di recensioni false eliminate nel 2020. Il nuovo Report sulla trasparenza di Trustpilot mostra apertamente il funzionamento del suo business, per indicare la portata delle misure di protezione e di salvaguardia che adotta man mano che cresce l’uso della sua piattaforma. Queste misure assicurano a chiunque di poter condividere le proprie esperienze pubblicamente, permettendo alle aziende di leggere i feedback dei clienti e di guadagnarne la fiducia, attraverso l’ascolto e il miglioramento della propria offerta.

Il primo report sulla trasparenza di Trustpilot mostra che l’anno scorso più di 2 milioni di recensioni false (esattamente 2.209.230) sono state rimosse; oltre 1,5 milioni (precisamente 1.549.683) sono state eliminate automaticamente utilizzando un software di rilevamento delle frodi e poco più di 600 mila (659.547) sono state rimosse manualmente.
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Economia/Imprese

Mondo del lavoro: Generazione Z più flessibile ma insicura, 
Millennials più metodici e amanti della vita in team

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Mentre gli ultimi dati sulla disoccupazione diffusi dall’Istat preoccupano tutti, è evidente come sia necessario mettere in contatto la domanda con l’offerta di lavoro, che pure c’è e va supportata. Serve, in particolare, trovare il dipendente giusto considerando non solo l’esperienza ma anche la personalità. Secondo un’analisi di Jobtech, (https://jobtech.it), prima agenzia per il lavoro digitale, a fasce d’età diverse corrispondono attitudini e peculiarità più marcate: mentre i Millennials sono più metodici e amanti del lavoro in team, i più giovani, nella cosiddetta Generazione Z, si rivelano più flessibili ma insicuri sul lavoro.
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Economia/Imprese

Smart working: come arredare un angolo di lavoro in casa?

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Nel 2020, uno dei corsi proposti da Unione Professionisti (https://www.unioneprofessionisti.com/) – società di formazione in e-learning-  che ha registrato maggior interesse, e  non solo tra architetti, ingegneri e geometri, ma anche da chi più semplicemente è interessato all’universo dell’architettura, è stato quello di Design e Interior Design, a dimostrazione di quanto sia considerato importante poter personalizzare e riarredare la casa in modo consapevole, soprattutto a fronte di un 2020 in cui è stata vissuta come mai prima di allora.  
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Economia/Imprese

Milano capitale delle start up innovative: 2.319 hanno sede nell’area metropolitana

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Nell’area metropolitana di Milano hanno sede 2.319 startup innovative, che rappresentano il 19% del totale nazionale. Nel corso del 2020 sono cresciute del 10,4%. La startup innovative rappresentano  imprese giovani, ad alto contenuto tecnologico, con forti potenzialità di crescita sostenibile e per questo possono rappresentare una risorsa strategica per trainare la ripresa economica. E’ quanto emerge da un’elaborazione dell’Ufficio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Infocamere, aggiornati alla metà di gennaio 2021.
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