Sabato, Ottobre 25, 2014
   
Text Size

"Ogni prodotto è una promessa. La simulazione permette di mantenerla”

GomarascaFare innovazione oggi è la chiave per uscire dalla crisi e ricerche come quella effettuata da istituti autorevoli come Aberdeen Group indicano la simulazione numerica come uno strumento indispensabile per chi sviluppa nuovi prodotti. Intervista in esclusiva a Carlo Gomarasca, numero uno in Italia di Ansys, l’azienda leader a livello mondiale nello sviluppo e commercializzazione di software per la simulazione numerica

Fare innovazione non è più una scelta. Oggi come oggi è una necessità. Ma quali sono gli strumenti concreti per realizzare prodotti innovativi? In che modo le aziende possono ridurre i rischi legati all’innovazione? Abbiamo chiesto l’opinione di Carlo Gomarasca, Managing Director di Ansys Italia. Multinazionale da 40 anni leader a livello mondiale nello sviluppo e commercializzazione di soft ware per la simulazione numerica, Ansys vanta 40.000 clienti nel mondo tra grandi e piccole aziende che hanno come denominatore comune la volontà di essere eccellenze nel loro settore attraverso una innovazione costante, e che trovano in Ansys un vero e proprio partner.

“Guardare 10 anni avanti” questa è la filosofi a di Ansys. Lavorare in tutto il mondo con le aziende che creano i prodotti del futuro permette di avere un osservatorio privilegiato per poter vedere i cambiamenti in atto a livello globale, e naturalmente anche su mercati locali come l’Italia. E proprio in Italia il team di Ansys, guidato da Gomarasca, aiuta le aziende ad implementare le tecnologie di simulazione numerica perchè si integrino nel processo di sviluppo prodotto comprimendolo, rendendolo più effi cace ed efficiente, permettendo di disegnare i prodotti del futuro.

Domanda di rito: quanto conta l’innovazione oggi?
Le giro la domanda: chi può permettersi di non innovare se vuole dare un futuro alla propria azienda? Di recente ho letto i report della World Intellectual Property Organization, l’ente delle Nazioni Unite che promuove la protezione della proprietà intellettuale. Negli ultimi anni si è registrata un’impennata del numero di invenzioni in tutto il mondo, con una predominanza dei Paesi asiatici, di fatto i nuovi player del mercato, ma con numeri importanti anche in Europa. Questo significa un numero elevato di nuovi prodotti che arrivano sul mercato, la necessità di accorciare i tempi di sviluppo e di creare ogni volta qualcosa di veramente nuovo: è sempre più difficile tenere il passo. Questo vale sia per la grande multinazionale che per la piccola azienda. E’ per questo che oggi sono necessari strumenti che le aiutino.

Secondo lei da cosa dipende questa spinta all’innovazione?
Certamente per le aziende dalla necessità di essere competitivi, ma è l’unico motivo? Questo è un punto interessante. A mio avviso no. Da una parte penso ad aziende come Apple, Facebook e anche Google la cui innovazione è nata in modo spontaneo da uomini che seguivano un sogno, che avevano una visione e volevano realizzarla ad ogni costo. Queste aziende hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere, creando nuovi mercati e rompendo i vecchi paradigmi. Dall’altra parte ci sono necessità oggettive: se per esempio è un dato di fatto che le fonti energetiche tradizionali si vanno esaurendo e che la richiesta energetica del pianeta cresce, allora è indispensabile creare sistemi che consumino meno, che usino energie alternative, costruiti con nuovi materiali. Siamo costretti ad innovare. Attenzione: si è sempre innovato, da quando è nato il mondo. La grossa novità è nel ritmo con cui oggi dobbiamo farlo, sempre più veloce, e nel fatto che l’innovazione incrementale, quella fatta di piccoli miglioramenti, riduce la sua importanza nei confronti dell’innovazione radicale, quella fatta di balzi rivoluzionari. Per sua natura, questa è più rischiosa perchè ha insita una componente maggiore di sconosciuto da esplorare. Questi trend creano problemi non da poco agli imprenditori e ai dirigenti d’azienda.

Quanto conta la collaborazione tra impresa e istituzioni come le università e i centri di ricerca per valorizzare l’innovazione e il trasferimento tecnologico?
Sono fondamentali. La capacità creativa, che è la base dell’innovazione, deve essere libera, e l’ambiente accademico è il luogo per eccellenza dove può esserlo. Gli atenei sono una fucina di idee che può essere molto positiva per le aziende. Il trasferimento tecnologico tra questi due soggetti è necessario per fare innovazione. Le università hanno sulle imprese e sul mercato un’influenza fresca, sono ricche di menti giovani e brillanti che ricevono continui stimoli dall’ambiente che le circonda. Oggi poi è possibile comunicare in un modo che fino a pochi anni fa era impensabile. Questo permette una condivisione continua, la creazione di una rete globale per confrontarsi e unire le proprie competenze. Questa collaborazione è un bisogno reciproco. Le aziende possono prendere molto dagli ambienti universitari e allo stesso tempo sono le aziende stesse che stimolano la creatività degli studenti. Concorsi, finanziamenti di progetti specifici, sono tutti modi per favorire l’innovazione. Ansys stessa ha dei programmi di collaborazione attivi con università di tutto il mondo, molti anche in Italia, dedicati a ricercatori, professori e studenti, sia nelle facoltà di ingegneria che nelle business school, dove si formano i manager del futuro.

Se dovesse spiegare in poche parole a un profano che cos’è la simulazione virtuale, cosa gli direbbe?
Direi che la simulazione è quello che sta dietro ad ogni prodotto. Dietro le auto, dietro i cellulari... dietro la progettazione e realizzazione di buona parte degli oggetti, da quelli più complessi a quelli di uso quotidiano. Con la simulazione ho a disposizione un laboratorio virtuale per testare tutte le idee che mi vengono, capire se sono realizzabili e scegliere quelle vincenti, risolvere i problemi del prodotto prima ancora che esista, verifi care come si comporterà durante il suo intero ciclo di vita. La simulazione ci assicura che gli oggetti si comporteranno come ha deciso chi li ha pensati e come si aspetta chi li usa. Ogni prodotto è una promessa che un’azienda fa ai suoi clienti e la simulazione permette alle aziende di mantenerla. Potrei fare molti esempi per spiegare cosa intendo. Un’automobile promette, tra le altre cose, la sicurezza dei suoi occupanti. Durante un incidente le strutture si deformano, per assorbire gli urti, gli airbag entrano in funzione, il piantone dello sterzo collassa... questo è stato pensato dagli ingegneri che lo hanno verificato in decine di migliaia di ipotesi con sistemi virtuali, in modo che se dovesse accadere davvero, questo sistema di protezione manterrà la promessa di farvi uscire incolumi. Non è un esempio preso casualmente ma viene dalle riflessioni di un collega che ha avuto un incidente terribile qualche mese fa. La simulazione permette di rispondere a domande del tipo “Fammi vedere come si comporterà se …?”. E’ una domanda fondamentale perché i prodotti oggi sono sempre più complessi, vengono impiegati in contesti molto variabili, integrano diverse tecnologie e funzioni in un ingombro sempre più ridotto. Oggi parliamo spesso di smart products: sono i prodotti intelligenti, che di solito vincono la sfi da del mercato. Chi realizza un prodotto come questo non può commettere errori: il prodotto deve funzionare perfettamente, e il fatto che sia estremamente innovativo e molto complicato da realizzare non è una scusa accettata dai clienti se qualcosa non funziona. Questi prodotti, senza la simulazione numerica, semplicemente non si possono realizzare. Ma anche altri aspetti sono interessanti: forse non facciamo più caso al fatto che certi oggetti sono cambiati e migliorati in modo importante nel corso degli anni. Pensiamo solo alle interferenze tra radio e cellulari, a quel rumore fastidioso che ora si sente sempre meno o al problema della ricezione del telefonino in alcune zone rispetto ad altre.

Questi miglioramenti sono possibili anche grazie all’impiego della simulazione. Ci può fare qualche esempio di progetti del futuro che saranno realizzati attraverso la simulazione virtuale? Quali sono i settori maggiormente interessati?
Come si può parlare di progetti del futuro? Riguardano un tempo che è lontano dal comune modo di pensare e quindi troppo diffi cili da intuire oggi. Gli oggetti che oggi consideriamo di uso comune, solo pochi anni fa erano impensabili e il cambiamento è sempre più rapido e incalzante. Ci sono progetti di cui abbiamo già parlato, il biberon che si scalda da solo, le macchine volanti che possono sembrare del futuro ma che in realtà sono oggetti del presente... ma senza andare su prodotti particolari, direi che la simulazione è un po’ dietro ad ogni prodotto: dall’aereo alla lavatrice, dal bruciatore del riscaldamento alla climatizzazione degli edifi ci, al motore elettrico. Questo vale anche per i settori di applicazione, dai più intuitivi come l’aerospaziale, ai meno facili da individuare come l’edilizia o gli articoli sportivi. Quelli più signifi cativi? Direi che l’elettronica domina tantissimi prodotti e c’è una crescita importante di utilizzo della simulazione, trasversale sui settori industriali. Un’automobile negli anni ’60 aveva come unico elemento elettronico: la radio. Oggi la situazione è completamente cambiata. Ma il grosso salto tecnologico oggi è nella possibilità di analizzare l’interazione tra più fenomeni fi sici. Riprendendo l’esempio dell’auto, molti componenti elettronici sono normalmente posti all’interno del motore e quindi devono funzionare ad alte temperature e resistere alle forti e continue vibrazioni. La simulazione ha permesso che questi elementi potessero funzionare ed essere affi dabili anche in queste diffi cili condizioni. Se vogliamo invece individuare i grandi trend dello sviluppo prodotto, direi il controllo dei costi dell’ingegneria attraverso una ottimizzazione spinta di prodotto e processo, il “robust design”, ovvero il progettare sistemi a prova di errore e di guasto, e il green design, quindi l’attenzione all’impatto ambientale, consumi energetici, emissioni, riciclabilità.

E fino a che punto può spingersi la simulazione?Arriveremo a simulare l’essere umano?
Lo facciamo già. Sono molti gli ospedali che impiegano i nostri soft ware per simulare alcune operazioni chirurgiche particolarmente complesse come quelle sul cuore dei neonati. Le aziende farmaceutiche studiano come il corpo assorbe i medicinali per aumentarne l’efficacia diminuendo le dosi, quelle diagnostiche come curare i tumori o fare esami in modo meno invasivo... ma anche la semplice (si fa per dire) interazione uomo – macchina che cambia il comportamento di un sistema e quindi va capita prima di rilasciare un prodotto. La crisi economica ha reso più aspra e complessa la competizione fra le imprese per vincere la sfida del mercato.

Secondo lei un’azienda innovativa su cosa deve necessariamente puntare?
Non sono un imprenditore, non voglio dire cosa fare a chi ha il coraggio di investire tutto nella sua azienda. Certo Ansys rappresenta un osservatorio privilegiato che permette di sapere con un certo anticipo quali saranno le nuove tecnologie e quindi su cosa si indirizzerà il mercato. E’ anche per questo che siamo promotori di iniziative come la conferenza “Innovare per competere”, che nel 2012 ha visto accanto a noi Federmanager Bergamo, Confindustria Giovani e 12 partner industriali. Sono venuti ad ascoltarci circa 200 imprenditori e dirigenti d’azienda: mi sembra che ci sia fame di sapere come fare innovazione. La mia opinione è che bisogna guardarsi in giro, dove la crisi non è arrivata o almeno a chi l’ha sofferta meno, capirne i motivi e comportarsi di conseguenza. Un primo punto di partenza per questa esplorazione è nelle nostre tasche: parlo della rubrica del cellulare. Vi troverete certamente decine di numeri di clienti e fornitori di cui vi fidate e da cui potete avere molti spunti interessanti. Per quanto ci riguarda, Ansys punta sulle persone, sulle collaborazioni e sulle tecnologie, seguendo una visione ben defi nita. Oggi un terzo del nostro personale si occupa dello sviluppo dei nostri prodotti e creiamo legami forti con i clienti, dove il cliente ne ha piacere, e questo ci ha consentito di crescere in modo esponenziale, anche durante la crisi.

Qual è il ruolo di Ansys nei processi innovativi per l’impresa?
Ansys ha un duplice ruolo. Da un lato fornisce i software di simulazione, insieme ai servizi di assistenza e formazione, e dall’altro aiuta ad integrarli nel processo di sviluppo del prodotto. Questo secondo aspetto è molto importante perchè a seconda di come il software viene implementato possono moltiplicarsi o meno i vantaggi competitivi. Ciò implica un dialogo aperto con il cliente che così trae beneficio dalla nostra esperienza, e aiuta noi a crescere ulteriormente permettendoci di recepire il mutamento dei bisogni dell’industria. Non siamo un fornitore ma un partner. Noi guardiamo avanti insieme alle aziende. Qual è il ritorno che una azienda può aspettarsi dall’ impiego della simulazione e come Ansys può aiutare ad ottenere i massimi benefici dall’investimento? Grazie alla simulazione numerica le aziende hanno diminuito drasticamente i tempi di sviluppo, ma non solo. L’incredibile oggi è che si possono testare migliaia di idee in tempi brevissimi, il che significa che si può scegliere qual è la strada giusta da percorrere, prendere decisioni informate sulla base di test attendibili. La simulazione allarga esponenzialmente l’universo delle scelte e permette di vedere fenomeni che senza non si sarebbero visti. Grazie ai nuovi soft ware di simulazione si possono recuperare idee e progetti scartati perché troppo diffi cili da realizzare o apparentemente impossibili. Quindi la simulazione è uno strumento indispensabile per le aziende oggi: diminuiscono i tempi di progettazione, si hanno maggiori garanzie di funzionamento grazie ai moltissimi test possibili e si riduce il time-to-market. E si può capire se un sogno può diventare un prodotto fattibile oppure no.

Lei è al vertice della filiale italiana, quali sono le strategie specifiche che state portando avanti sul mercato italiano?
La strategia principale in Italia è cercare di far capire l’importanza dell’innovazione, trasmetterne la cultura anche attraverso eventi come l’Innovation Executive Conference di cui ho già parlato. Gli italiani sono bravissimi innovatori, ma non lo fanno sistematicamente: in molte aziende dove andiamo ci rendiamo conto di un potenziale inespresso perchè innovare non è un processo aziendale. Da leader di mercato sentiamo il dovere di aiutare a creare una cultura più forte sull’argomento, portando la nostra esperienza internazionale. Con noi collaborano a questo progetto università, aziende e professionisti che completano la visione sugli strumenti indispensabili per competere attraverso l’innovazione. Non è un caso che una azienda che si è sempre rivolta ai tecnici ora sia divenuta un interlocutore del management aziendale. Si è diffusa secondo me la consapevolezza che la conoscenza dei nuovi mezzi per fare innovazione non debba essere relegata ai team tecnici, ma debba diffondersi tra chi si assume il rischio di impresa e deve prendere decisioni. È un ruolo strano per un software usato tipicamente da ingegneri, ma il nostro è uno strumento che serve sempre più anche per la pianificazione dello sviluppo prodotti, attività che è parte integrante della strategia dell’azienda e quindi di competenza dirigenziale.

Dal suo punto di vista, il mercato italiano è più o meno sensibile rispetto al resto d’Europa agli investimenti necessari per l’innovazione di prodotto?
Se guardo la crescita e il fatturato di Ansys in Italia e negli altri Paesi mi verrebbe da dire che non ci sono differenze perché sono indicativamente gli stessi. Ma una differenza c’è ed è che noi abbiamo dovuto profondere un impegno molto più intenso rispetto agli altri Paesi. Penso alla Germania o alla Francia, alla Russia e nell’ultimo periodo ai Paesi asiatici. Da italiano mi sembra così strano che una nazione come la nostra, culla del Rinascimento, delle idee, riconosciuta da tutti come una terra di eccellenze e creatività, faccia ancora fatica ad aprirsi a strumenti tecnologici avanzati. Oggi sono in molti a non voler cambiare fino a quando non è strettamente necessario, temono il cambiamento invece di vederlo come un fattore positivo. Spesso si crede che ad investire in simulazione siano solo le grandi aziende con enormi capitali a disposizione. In realtà non è così. Nel nostro Paese sono le PMI ad investire maggiormente in simulazione. Siamo arrivati a lavorare per aziende con solo 3 dipendenti. Questo perché le aziende più piccole hanno maggiore capacità di reagire, sono più dinamiche e benefi ciano velocemente dei nuovi strumenti che acquisiscono. Quindi, l’innovazione è un fattore culturale che non riguarda solo i tecnici, gli “espertoni” dei centri di ricerca e sviluppo, ma tocca nel vivo la mentalità del nuovo management e degli imprenditori…

Quali sono i rischi di questo mancato cambio di mentalità?
Il rischio è semplicemente quello di restare indietro e senza neanche sapere perché. Il panorama generale non è certamente dei migliori, qual è il suo augurio agli imprenditori italiani … Domanda difficile … Il mio augurio è che i manager e gli imprenditori italiani ritrovino l’entusiasmo, la curiosità, la forza per non fermarsi. Mi auguro che trovino un punto di osservazione che sia il più avanti possibile, per guardare il futuro e poter immaginare oggi come competere domani.