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Economia/Imprese

L’Italia prima in Europa per maggior incremento nelle proprie performance in economia circolare, nel mondo i servizi ESG toccheranno 100 trilioni nel 2025

Rome Business School, parte di Planeta Formación y Universidades creato nel 2003 da De Agostini e dal Gruppo Planeta, ha pubblicato lo studio “Sostenibilità e responsabilità sociale d’impresa in Italia. Economia circolare e compliance tra PNRR e nuove direttive europeea cura di Manuel Espinoza, partner di Worth Street Group, Katerina Serada, fondatrice di SDGHub Center for Sustainable Economies and Innovation, e Valerio Mancini, Direttore del Centro di Ricerca della Rome Business School. La ricerca evidenzia i passi da compiere per migliorare l’attuazione dell’Environmental Social Governance (ESG), l’impegno dell’Italia in circular economy e il ruolo delle Indicazioni Geografiche nel rilancio dell’economia.

A livello mondiale, stiamo assistendo ad un aumento della regolamentazione e, in generale, ad una forte espansione in materia di compliance, responsabilità aziendale e di Environmental, Social and Governance (ESG), ossia i criteri di valutazione per misurare e controllare l’impegno in termini di “sostenibilità” di un’azienda. Deloitte (2022), infatti, stima che i servizi ESG cresceranno a 100 trilioni nel 2025 con un tasso di crescita annuale cumulato del 32,3%. Un incremento importante se si considera che nel 2021, i fondi di investimento globali con clienti ESG sono stati di 46 trilioni di dollari.

Inserendo i diritti umani e la transizione ecologica al centro, la nuova direttiva UE sulla responsabilità sociale delle imprese mira ad influenzare e cambiare il modo in cui le imprese operano, aiutandole a trasformare la loro missione e la loro governance, perché tengano conto dell’impatto sociale ed ambientale delle loro operazioni. In questo contesto, i sistemi e gli standard di qualità come le Indicazioni Geografiche possono svolgere un ruolo fondamentale nel promuovere la sostenibilità aziendale, l’economia a zero emissioni e l’economia circolare.

Environmental Social Governance e il PNRR

“Il nuovo quadro normativo ESG dell’UE richiederà cambiamenti strategici e operativi da parte delle imprese a livello globale, causando la riorganizzazione delle stesse e del loro modo di fare business”, afferma Katerina Serada, tra le autrici della ricerca. Ma, nonostante la notevole crescita delle iniziative in materia di ESG a livello mondiale, è ancora necessario produrre maggiori e migliori dati e prove sui reali effetti positivi di questi, soprattutto in relazione al rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, per dimostrare meglio la correlazione tra regolamentazione e risultati reali.

Nel caso dell’Italia, sono stati inseriti dei nuovi meccanismi di compliance per il settore della Pubblica Amministrazione, con una serie di riforme che mirano a garantire la corretta adozione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) con compiti di rendicontazione e coordinamento fra la Commissione UE e il Governo nazionale, semplificazione della burocrazia e rafforzamento della capacità amministrative.

Il PNRR può rappresentare quindi per l’Italia non soltanto un’occasione finanziariamente rilevante ma anche un “appuntamento unico per metabolizzare in ogni amministrazione un concetto di compliance sostanziale fondato su una visione integrata dell’agire amministrativo, cogliendo nella prevenzione della corruzione, nella parità di genere, nella privacy by default, e tanti altri campi”, secondo Valerio Mancini.

Piani a zero emissione e il cambiamento climatico

Il cambiamento climatico è un rischio finanziariamente rilevante per le società quotate in borsa e si colloca in cima alla lista delle preoccupazioni degli investitori (GIEC, 2021). È quindi importante migrare a nuovi sistemi di consumo e produzione che abbiano al centro la sostenibilità.

Per questo motivo, nel 2022 l’Unione Europea ha stabilito dei criteri di rendicontazione obbligatori per le grandi imprese e le PMI che verranno quotate a partire dal 2024. Questi criteri cercheranno di promuovere comportamenti aziendali sostenibili che, per Manuel Espinoza, tra gli autori della ricerca, “non riguardano solo gli standard di rendicontazione, bensì si tratta di costruire una nuova società adatta in vista di un futuro più sostenibile”.

Il nuovo quadro ESG costituisce quindi un argomento più convincente per la transizione circolare. Secondo l’OSCE (2022), infatti, le catene del valore circolari possono aiutare le aziende a soddisfare i nuovi standard di fare impresa, in particolare le PMI, che in Italia rappresentano il 99,9% del totale delle imprese operanti sull’intero territorio nazionale. L’adozione di politiche economiche sostenibili e legate alla circular economy potrebbe quindi rispondere alle crescenti sfide ambientali e i rischi aziendali legati alla volatilità dei prezzi sui mercati delle materie prime, dalle quali l’economia europea è fortemente dipendente. Attualmente, l’Italia è un importatore rilevante di tutte le tipologie di materie prime – con la dipendenza dal commercio internazionale più alta della media del G20 – il che si traduce in un grande rischio sistemico e geoconomico per la competitività dell’industria italiana.

L’economia circolare in Italia

È chiaro che bisogna spostarsi il prima possibile verso modelli di business più sostenibili, ma non è una transizione semplice. Secondo uno studio della Commissione Europea del 2020, solo il 37% delle imprese UE intervistate svolge attualmente la due diligence in materia di ambiente e diritti umani e solo il 16% copre l’intera catena di fornitura. Ciononostante, secondo il 4° Rapporto sull’Economia Circolare in Italia (Circular Economy Network, 2022), l’Italia è in testa per i “trend di circolarità”, confermandosi quindi come il Paese con maggiore incremento nelle proprie performance in materia di economia circolare negli ultimi cinque anni tra le cinque principali economie europee. Il Bel Paese, infatti, ottiene 20 punti e stacca di quattro Germania e Polonia, classificate in seconda posizione, mentre Spagna e Francia hanno totalizzato solo 14 punti.

A giugno 2022, l’autovalutazione sulla conoscenza dell’economia circolare tra le PMI italiane nel territorio ha dimostrato che solo l’8,83% dell’intero campione intervistato possiede una conoscenza “precisa” del concetto di economia circolare, mentre il 42,22% lo valuta come “media”; tuttavia, la risposta più comune è stata una conoscenza “modesta” (48,96%).

All’interno degli sforzi per creare una società più sostenibile, vi è poi la gestione dei rifiuti, che genera circa 13 miliardi di fatturato e dà lavoro a 95 mila persone in Italia. Lungo la penisola, le Regioni più indietro rispetto le normative in quest’ambito sono Sardegna, Abruzzo e Umbria; mentre Campania ed Emilia-Romagna stanno compiendo dei passi importanti, e Toscana e Trentino-Alto Adige sono in forte consolidamento.

Il potere delle Indicazioni Geografiche in Italia

I sistemi e gli standard di qualità possono svolgere un ruolo fondamentale nel promuovere la sostenibilità aziendale, l’economia a zero emissioni e l’economia circolare. Se ben indirizzati e adottati in un nuovo contesto tecnologico, questi saranno in grado di supportare la transizione ecologica e produrre molti effetti socioeconomici e ambientali positivi.

A livello europeo, l’area mediterranea rappresenta quasi il 70% di tutti i prodotti di Indicazione Geografica (IG) registrati nel continente. L’Italia è in testa alla classifica, seguita da Francia, Spagna, Portogallo e Grecia, ma il riscaldamento del pianeta e il cambiamento climatico stanno provocando dei cambiamenti che richiederanno una rivalutazione dei prodotti e di come vengono lavorate le materie prime a disposizione.

Secondo un Rapporto Ismea-Qualivita (2021), a dicembre 2021, si contavano 3.249 prodotti DOP IGP STG nel mondo, di cui 3.043 registrati nei Paesi europei. L’Italia ne ha il primato con 841 prodotti certificati. Questi prodotti rappresentano sul territorio italiano il 19% del fatturato totale dell’agroalimentare e costituiscono un solido traino per l’economia e l’export nazionale con circa 9,5 miliardi di euro di entrate, pari al 20% delle esportazioni italiane del settore nel 2020. Attualmente, le prime cinque regioni che superano 1 miliardo di valore economico delle filiere IG sono: Veneto (3,7 mld €), Emilia-Romagna (3,3 mld €) e Lombardia (2,1 mld €).

Risulta quindi evidente il potere che assumono i prodotti agroalimentari di massima per l’economia italiana. Bisogna però, tenere in considerazione che ci sono ancora molti passi da compiere. Per Katerina Serada, “L’innovazione, i cambiamenti climatici e la sostenibilità sono le sfide più significative. In tale contesto, il ruolo svolto dal PNRR è indispensabile, ma ancora insufficiente. La riduzione degli input produttivi locali dovuta ai cambiamenti climatici, abbinata ad un aumento della domanda di prodotti certificati, può incentivare parte delle catene del valore ad utilizzare input produttivi di origine diversa, compromettendo la qualità e minando la certificazione. Tuttavia, la blockchain oltre a mitigare questo rischio, può rispondere alle preoccupazioni dei consumatori in materia di sostenibilità, garantendo il rispetto di standard aggiuntivi per i prodotti protetti da IG”.

Sulla scia del successo del sistema delle IG per i prodotti agricoli, ad aprile 2022 la Commissione europea ha presentato il primo quadro europeo per la protezione della proprietà intellettuale dei prodotti artigianali e industriali europei, come il vetro di Murano, la porcellana di Limoges e la ceramica di Boleslawiec. La concessione di una protezione a livello europeo ai prodotti non agricoli potrebbe consentire all’UE di includere tali prodotti nei futuri accordi commerciali, aumentandone così il riconoscimento internazionale, se consideriamo che il valore di vendita di un prodotto con una denominazione protetta è in media doppio rispetto a quello di prodotti simili privi di certificazione. Nel caso dell’agroalimentare, + 185% per i vini, + 152% per le bevande alcoliche, + 50% per i prodotti agricoli e alimentari.

Secondo Katerina Serada: “abbiamo bisogno di un dialogo aperto con gli stakeholders a livello regionale e nazionale. Inoltre, è necessario incrementare il dialogo tra le autorità di certificazione, i produttori, e i principali esperti in materia di cambiamenti climatici, in modo da affrontare sinergicamente le sfide future delle certificazioni IG in Italia nel contesto degli impatti della crisi climatica e formare così una base solida per una strategia di sviluppo di un’economia IG italiana sostenibile, resiliente ed innovativa”.

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