close
EditorialiInnovazione

Stiamo diventando più stupidi per colpa dell’AI?

di Leonardo Marabini – docente universitario e consulente d’azienda

La mia generazione associava il nome “Flynn” a quell’attore da cappa e spada nei film anni ’40, il grande Errol. Mai avremmo immaginato che decenni dopo quel nome potesse provocare un sentimento misto d’inquietudine e preoccupazione. Tutta colpa di un suo omonimo scienziato, James Flynn, che negli anni ’80 si dedicò all’analisi dei test di misurazione del QI (Quoziente Intellettivo) nel mondo, scoprendo un semplice fenomeno: i punteggi medi delle popolazioni occidentali crescevano costantemente nel tempo. In media, 3 punti di QI per decennio. Ancora oggi questa crescita viene chiamata “Effetto Flynn”.
Le cause, secondo Flynn e altri scienziati, sono molteplici: una migliore alimentazione, una minor esposizione a malattie infantili, una maggiore scolarizzazione, il vivere in ambienti cognitivamente più stimolanti, la crescente familiarità con logica astratta e simbolica, l’accesso più facile alle fonti d’informazione. In breve, la genetica non c’entrerebbe nulla, ma lo sviluppo dell’intelligenza sarebbe soprattutto figlio del cambiamento ambientale.
E oggi come siamo messi? Di primo acchito, verrebbe da rispondere: “male”.

 Che in alcune nazioni la curva stia invertendo la rotta è un dato statistico oggettivo. L’analisi di oltre 4 milioni di test convalida questo dato sconfortante, al punto che oggi si parla di “Effetto Flynn Inverso”. Da qualche anno, in alcune zone geografiche la curva di crescita ha rallentato vistosamente (Germania, Francia), e in certe altre (Regno Unito, Paesi Bassi, Finlandia) s’è appiattita. Infine, in Paesi come Norvegia e Danimarca s’è addirittura direzionata verso il basso. L’Italia è a un bivio, ci sono segnali secondo cui la curva parrebbe aver iniziato a rallentare. Traduciamo il dato: i nostri figli e nipoti potrebbero avere un quoziente intellettivo inferiore al nostro. Il condizionale è d’obbligo, ma vale la pena indagare. Anzitutto, è vero? L’italiano medio sta davvero diventando più stupido? E quali sarebbero le cause? Nessuna certezza, il dibattito è aperto.
C’è chi parla di mutamento culturale, chi di cambiamenti nei sistemi scolastici. Alcuni studiosi tirano in ballo il concetto di “saturazione educativa”, che in sintesi addebita la colpa proprio a quei fattori che nel XX secolo avevano favorito l’aumento del QI, perché avrebbero ormai raggiunto il loro massimo effetto nelle società sviluppate. Una volta saturati questi benefici, la crescita tende naturalmente a rallentare o arrestarsi. Ma la tentazione di molti è quella di ritenere principale responsabile tutto ciò che è “digitale”. Dagli smartphone ai social network, fino ovviamente al grande imputato sulla bocca di tutti: l’intelligenza artificiale.
Ho la fortuna di avere centinaia di termini di paragone, insegnando da 10 anni presso università e business school diverse e, se dovessi basarmi esclusivamente su quanto tuttora osservo, non faticherei a sposare questa ipotesi. Molti fra i miei studenti d’oggi – a confronto con quelli di soli dieci anni fa- sembrano aver eroso la propria capacità di ragionare autonomamente, vanno molto per compartimenti stagni e il loro spirito critico in alcuni casi è ridotto al lumicino. Il problema non è la mancanza di intelligenza, ma la progressiva desuetudine alla sequenza logica, alla gerarchia concettuale, a costruire nessi causa-effetto. Sono cresciuti in un ambiente dove l’opinione vale quanto l’argomentazione. Che è poi l’atteggiamento prevalente sui social, il loro habitat naturale benchè virtuale. Un luogo in cui la velocità vale più della coerenza, e l’intuizione vale più della dimostrazione. E l’AI, se usata male, non fa altro che consolidare questo schema. Scarso controllo delle fonti, poca inclinazione all’analisi del contesto, vaga propensione a mettere in discussione quello che un sito, Google o Chat GPT offrono come riscontro alle loro domande.

Ma ognuno è figlio del suo tempo, non si può impedire agli studenti di utilizzare l’AI, per lo stesso motivo per cui ai nostri tempi non ci potevano impedire di usare la calcolatrice a scuola, strumento di cui i nostri genitori invece non disponevano. Tutto sta nel come si utilizzano questi supporti. In modo attivo o passivo? Quando mi chiedevano a bruciapelo “Quanto fa 12 x 11?”, io prima formulavo un’ipotesi (“Sarà 132? Boh!”), e solo in un secondo momento andavo a verificarla con la calcolatrice. Così facendo, forse inconsapevolmente, non perdevo la mia capacità di calcolo, ovvero anche solo provare a calcolare, e nemmeno quel minimo di nozioni che a scuola servono sempre. Analogamente, quello che agli studenti oggi viene chiesto è di esprimere anzitutto un pensiero critico, di rielaborare le informazioni ricevute e trarre delle conclusioni in autonomia. Dopo di che -non “prima”-, che usino pure tutti gli strumenti di cui dispongono per verificarne la correttezza. Non devono delegare prima di capire, non devono chiedere prima di pensare. In quest’ottica, l’AI sarebbe alleata, non nemica. Per usare una metafora, se la usano come navigatore satellitare, arriveranno a destinazione senza conoscere la strada. Se invece la usano come bussola, questa li aiuterà a orientarsi ma la strada dovranno trovarla da soli, così la conosceranno bene (e la ricorderanno molto meglio).
In tutto questo, genitori e docenti possono giocare un ruolo fondamentale. Se diamo ai ragazzi l’obiettivo di rispondere, produrre, consegnare velocemente, sarà difficile invertire la rotta. Non faremo in tempo a descrivere i termini di un problema, che avranno già lo smartphone in mano. Se invece chiederemo di argomentare, dubitare, collegare le informazioni, impareranno a pensare con la propria testa e a considerare l’AI e tutti gli altri strumenti digitali per quello che sono: un utile aiuto per verificare a posteriori la bontà del loro pensiero, non un rimpiazzo dei loro neuroni.
Vanno infine chiariti due aspetti. Il primo è che il test del QI misura sostanzialmente la capacità d’astrazione, di logica, di memoria, di velocità mentale e di competenza verbale. Poco altro. In termini diversi, non misura tutte le sfaccettature dell’intelligenza. E sappiamo bene come non esista solo quella cognitiva, razionale, ma ad esempio anche quella manuale, sociale, emotiva, creativa, spazio-temporale, strategica, e altre ancora. Persino la capacità di giudizio morale non viene considerata nella misurazione del QI, eppure è fondamentale in ogni società degna di tal nome. Il secondo aspetto da chiarire, per onestà intellettuale, è che l’inversione dell’effetto Flynn cominciò a fine anni ’90, quando ancora l’AI generativa non esisteva, né esistevano gli smartphone (ben diversi dai semplici cellulari, già sul mercato).
Questi chiarimenti ci aiutano a trarre un paio di conclusioni tutto sommato confortanti. Anzitutto, non è vero che stiamo diventando più stupidi. Sta cambiando, e questo sin dalla notte dei tempi, il modo di pensare, che è al contempo causa ed effetto del progresso umano. Oggi, proprio per adattarci all’ambiente che noi stessi ci siamo creati, è più importante avere familiarità con l’astrazione, la classificazione e la logica simbolica. Un tempo, nemmeno troppo lontano, erano richieste altre capacità. Per fare un esempio banale, oggi avere un’ottima memoria è “solo” importante, ma una volta era fondamentale.
Infine, a quanto pare non è tutta colpa del progresso tecnologico. Esso è funzionale alla semplificazione del nostro vivere quotidiano. Che questa semplificazione migliori o peggiori la nostra vita, dipende da come noi utilizziamo la tanto vituperata tecnologia. Con whatsapp risparmiamo tempo e fatica, ma a volte si crea un malinteso, come quando il destinatario non coglie il tono ironico del nostro messaggio: ci fossimo visti dal vivo, non sarebbe accaduto. L’ascensore e le scale mobili ci semplificano la vita, ma se vogliamo rimanere in forma sarà meglio prendere le scale. Semplificazione e miglioramento della vita non sono sinonimi, questo vale anche e soprattutto per l’intelligenza artificiale. In buona sostanza, la velocità dei nostri neuroni dipenderà sempre e solo da noi. Per fortuna.

***
Fonti
• Bratsberg & Rogeberg (2018) – “Flynn effect and its reversal are both environmentally caused” – PNAS
• Teasdale & Owen (2005) – “A long-term rise and recent decline in intelligence test performance
Shayer et al. (2007) – “Thirty years on — a large anti-Flynn effect? The Piagetian test Volume & Heaviness norms 1975–2003
• Pietschnig & Voracek (2013) “One Century of Global IQ Gains: A Formal Meta-Analysis of the Flynn Effect (1909–2013)
• Dutton & Lynn (2015) “A negative Flynn effect in Finland, 1997–2009” e (2016) “The negative Flynn Effect: A systematic literature review

Tags : Homepage Lanci