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Economia/Imprese

La grinta dei giovani per vincere la scommessa della ripresa economica

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Dalla formazione all’internazionalizzazione, passando per la difficile situazione delle imprese e puntando alle prospettive di rilancio, a cominciare dall’Expo 2015. Tanti temi importanti sono emersi nella tavola rotonda organizzata da B&G con i presidenti dei Giovani Imprenditori di Assolombarda Milano, Associazione Industriali Brescia e Confindustria Bergamo

Lungo la direttrice BreBeMi dell’imprenditoria viaggiano più di mille giovani. Sono i ragazzi, le ragazze, le donne e gli uomini che fanno parte dei “Giovani” di Confindustria Brescia, Bergamo e Milano, alla guida di imprese di vecchia e nuova generazione o in fase di passaggio generazionale. Partendo dai temi sempre più delicati dell’istruzione e della formazione fino ad arrivare alle prospettive offerte da Expo 2015, i presidenti dei tre Gruppi, Giorgio d’Amore (Giovani Imprenditori di Assolombarda, Milano) Francesco Franceschetti (Gruppo Giovani Imprenditori Brescia), Monica Santini (Gruppo Giovani Imprenditori di Bergamo), raccontano il mondo dell’imprenditoria giovanile, i punti di eccellenza e le difficoltà rispetto al contesto nazionale e mondiale.
L’economia lombarda continua a viaggiare su livelli alti. Ma per crescere e affrontare la globalizzazione e internazionalizzazione diventa ormai fondamentale “fare sistema”, staccandosi da individualismi e corse solitarie. Come si sta lavorando in questo senso?

D’Amore: Innanzitutto ben vengano le corse solitarie se producono risultati. Ad esempio bisogna riconoscere che la generazione che è venuta prima di noi, quella dei nostri padri ha fatto cose eccezionali. Se guardiamo al mondo delle imprese, ad esempio Confindustria, viaggia facendo sistema. Noi dobbiamo essere bravi a coinvolgere altri soggetti, come ad esempio altre associazioni in grado di saper fare. Non sempre è facile e forse questa incapacità di fare sistema deriva anche dall’incapacità delle istituzioni di farlo per prime, oltre che da una forma di campanilismo tutta nostra. Dobbiamo seguire le eccellenze che ci sono, analizzarle e dobbiamo iniziare a ragionare in un’ottica più globale a livello italiano e lombardo.
Franceschetti: La Lombardia resta il centro dell’imprenditorialità, cuore economico dell’Italia ed è proprio per questo che nella nostra regione si sente maggiormente il rallentamento generale che ha colpito l’intero Paese. Sapevamo che ci sarebbe stata una curva discendente rispetto agli anni precedenti e proprio negli ultimi mesi sono venuti a galla problemi soprattutto a livello dei mercati verso l’estero. Pagheremo lo scotto di non aver costruito un sistema su certi mercati emergenti. Siamo poco presenti in mercati quali il Brasile, il Medio Oriente, India e Cina, perché la globalizzazione per le imprese ha subito una decelerazione. Ci siamo trovati ad essere soli verso questi mercati rispetto ad un concorrente francese, ad un concorrente tedesco e anche ad un concorrente spagnolo che al contrario sono stati capaci di lavorare insieme, tra loro e con le istituzioni. L’imprenditore lombardo invece è solitario. Confindustria, già partendo dai gruppi giovani, rappresenta una buona palestra per lavorare in sistema, aprendosi all’estero.
Santini: “Fare sistema” è diventata ormai una parola d’ordine perché alla fine insieme si vale di più. Non è semplice perché ovviamente gli interessi di ogni singola associazione o corpo di rappresentanza a volte prevalgono. Credo che l’importante sia riuscire comunque a selezionare e trovare un obiettivo comune che in questo momento particolare è una spinta corale del Governo verso delle politiche di modernizzazione del Paese, su tantissimi fronti, partendo da una maggiore produttività. È importante tenere alta l’attenzione sulle politiche finora annunciate da Roma che però non devono decadere, in particolare il federalismo fiscale quale azione fondamentale per dare respiro più ampio a quelle aree geografiche, tra cui la Lombardia, che danno tanto all’Italia e all’Europa.

Quali sono i freni ancora oggi tirati e spesso causa del rallentamento economico in Italia?
D’Amore: Se guardiamo all’Italia, nel suo insieme, c’è da rilevare una cosa strana: in regioni quali la Lombardia e il Veneto l’investimento dello Stato è minimo, eppure è qui che si registra la maggior produttività e la maggior crescita del Pil. Forse il problema è che lo Stato investe ancora in zone dove c’è una scarsa produttività, concentrate purtroppo nel Sud Italia. La spesa per gli interessi equivale a tre Finanziarie, lo stesso vale per la spesa per le pensioni: parliamo del 10-12 per cento. Se non avessimo questi costi potremmo detassare gli utili aziendali così da poterli reinvestire.
Franceschetti: La situazione in Italia è molto più difficile rispetto agli altri Paesi perché paghiamo le conseguenze degli errori scellerati del passato come ad esempio la questione energetica del 1987 o il mancato investimento nell’industria chimica. Non dimentichiamoci che noi siamo inventori del polipropilene, ma oggi non abbiamo più una chimica fine e di base delle materie prime principali. Per questioni di territorio noi non abbiamo risorse naturali o comunque non le abbiamo mai volute cercare bene, di fatto dipendiamo dall’estero. O c’è una politica di interscambio con questi Paesi che possa creare un beneficio, oppure saremo sempre sotto ricatto. Di contro noi continuiamo ad avere un grande vantaggio dato dalla fantasia e dall’innovazione: oggi non possiamo più perdere altri treni come in passato. L’imprenditore deve essere capace di agire ed è quello che noi dobbiamo insegnare anche ai nostri dipendenti. Abbiamo molte risorse in Italia, ma ci manca sempre un tassello che non può venire solo dagli imprenditori. Tutti devono fare la loro parte e non solo le aziende ma soprattutto le istituzioni.
Santini: Spesso l’imprenditoria ha dovuto trovare le vie alternative da sola, perché se avesse dovuto attendere le forze del territorio, probabilmente saremmo ancora al periodo pre-industriale. Lo ammetto con molta tristezza perché sono legata al mio Paese e andando all’estero mi piacerebbe riscontrare un’immagine dell’Italia diversa, più aggressiva, con più voglia di fare. Purtroppo noi imprenditori ci troviamo spesso a lottare contro alcuni luoghi comuni. Come cambiare le cose? Oggi come oggi si potrebbe valutare un tipo di accesso al capitale diverso dalle solite forme, anche perché le banche, soprattutto a seguito degli accordi di Basilea, hanno i cordoni un po’ più stretti. Tutto questo unito naturalmente a interventi di politica industriale che devono arrivare dalle istituzioni. Il resto del mondo viaggia su binari diversi, non possiamo permetterci di rimanere indietro. Paghiamo molto la lentezza della burocrazia. Un altro tasto dolente penso siano gli ordini professionali per cui è necessaria una riforma: non è possibile che solo in questo Paese esistano ordini definiti per legge. Bisogna introdurre il merito e la competitività, veri motori del Paese.

Il sistema imprenditoriale lombardo è cresciuto dell’1,3% nel primo trimestre 2008, e ha contenuto le perdite dello 0,6% nel secondo. In compenso è aumentata la spinta internazionale dei distretti industriali lombardi e nella graduatoria delle prime 20 province italiane per Pil pro capite ci sono ben quattro lombarde. Nonostante l’aria pesante che si respira a livello nazionale, la Lombardia continua ad essere un punto di riferimento per la ripresa. Quali sono le prospettive future?
D’Amore: Finché continueremo a lamentarci che ci sono i precari in Italia la situazione non migliorerà. È come se un giocatore di calcio prima di iniziare la partita continuasse a dire che la sua squadra è ultima in classifica. Siamo sempre troppo concentrati nel guardare le cose negative piuttosto che quelle positive. Dobbiamo fare dei sacrifici e agire. Faccio un esempio: si dice che nella pubblica amministrazione il 10 per cento dei dipendenti non va a lavorare. Se questo è vero allora si potrebbero risparmiare 30- 40 miliardi di euro colpendo i presunti “fannulloni”. Siamo in un momento difficile ma vincere la partita non è impossibile: dobbiamo essere più bravi a spingere quelle forze che sono realmente riformatrici ed essere durissimi e capaci come ci insegnano i bergamaschi e i bresciani.
Franceschetti: Il vero tassello vincente è la volontà. Fermarsi, piangersi addosso e trovare soluzioni alternative non porta a nulla. Bisogna al contrario lavorare, essere presenti sul mercato e raggiungere gli obiettivi. Non possiamo continuare a pensare di essere i Calimeri d’Europa; ci sono aziende lombarde che all’estero sono conosciutissime e abbiamo aziende sconosciute alla massa ma che in alcuni mercati sono dei punti di riferimento, ma purtroppo non sappiamo valorizzarci. Solo recentemente abbiamo cominciato ad avere una cultura del marketing.
Santini: In Lombardia ci sono molte cose che funzionano meglio che in altre parti d’Italia, si registrano risultati che sono stati raggiunti grazie alla dedizione, allo spirito di sacrificio, all’orgoglio e alla certezza. Ma per non rimanere indietro occorrerà fare delle riforme anche con sacrificio. Non è vero che non esiste più la voglia di rischiare; esiste una parte dell’imprenditoria che vorrebbe dare di più, ma con quali condizioni e con quali certezze? Per quanto riguarda la Lombardia deve essere fatto un ragionamento serio sul sistema industriale. Dovremmo ripensare alla filiera guardandola dal senso opposto, ossia verso il mercato e non verso le materie prime e fare in modo che le aziende si spingano verso questa nuova direzione diventando il vero traino. Non possiamo più permetterci di essere i terzisti, soprattutto se pensiamo che ci sono mercati emergenti come la Cina che possono farlo a costi inferiori.

Parlando di futuro, i giovani rappresentano il tassello fondamentale. Qual è oggi la situazione del mondo imprenditoriale giovanile?
D’Amore: Pensiamo all’ambito di Confindustria. Ci sono persone che emergono dalla massa, molto spesso da sole, ma trovano il coraggio di rischiare. È un panorama con molte ombre e poche luci, ma quelle poche luci sono molto belle. Entrando in Confindustria ho conosciuto storie imprenditoriali di gente che ha perseverato nonostante gli sbagli e le cadute. Vedo una mentalità nuova, più aperta e disposta a rischiare grazie anche a un recupero dei valori del passato.
Franceschetti: I giovani sono fondamentali per la crescita industriale, noi dipendiamo da ciò che i ragazzi imparano. Devono sapersi adeguare all’attuale situazione del mercato, avendo nella loro forma mentis la flessibilità, intesa come mobilità a livello territoriale. Serve la preparazione, alla quale farà seguito l’ingresso in azienda, uno dei momenti più difficoltosi: qui sarà fondamentale la volontà di saper ascoltare, l’umiltà di volere imparare, qualità oggi sempre più rare. Siamo molto preoccupati per la generazione che attualmente frequenta le scuole superiori. La preparazione deve prima di tutto partire dall’uomo; oggi i giovani non hanno volontà. O c’è la velina o c’è il calciatore, non c’è una via di mezzo. mezzo. E questo ha causato molti problemi alle aziende che sono viste sempre come luoghi di fatica. Ma per assistere ad un vero cambiamento bisogna partire dalla cultura nelle famiglie e nei docenti.
Santini: Spesso i giovani sono spinti dalla voglia di arrivare subito, senza fare fatica. Oggi invece serve prima di tutto un certo tipo di professionalizzazione. Purtroppo gli input che ricevono i ragazzi non sono in linea con ciò che il mercato del lavoro richiederà. Loro infatti si aspettano un mondo del lavoro più semplice, fatto di fortuna e bellezza: quando poi si scontrano con la realtà spesso capiscono che un investimento nella formazione diverso gli avrebbe potuto dare molto di più. Io credo che sia necessario reintrodurre un senso civico molto diverso, ergo la consapevolezza della ricchezza del proprio Paese. A livello imprenditoriale giovanile, oggi si sta portando avanti, soprattutto in molte realtà di tipo familiare, un passaggio generazionale spesso faticoso. Se noi giovani imprenditori di seconda o anche terza generazione riuscissimo a utilizzare in modo positivo questa transizione, riuscendo a vedere un futuro più grande per le nostre aziende, anche aprendo il capitale a delle forme innovative, potrebbe arrivare un periodo meraviglioso per l’imprenditoria lombarda.

Per chi vuole entrare nel mondo imprenditoriale, e non solo, la formazione può essere definita la prima chiave d’accesso, una chiave non sempre adeguata alla domanda. Quali i motivi e quali azioni si stanno mettendo in campo per facilitare il contatto tra università e impresa?
D’Amore: Rischio di essere estremo, ma penso che sarebbe utile a molti un anno di lavoro duro in fabbrica, magari a 18 anni: lo ritengo un momento di forte crescita. Le esperienze dure sono quelle che mi hanno aiutato di più nella vita. Sul fronte delle risorse umane, la mancanza cronica di periti elettromeccanici, meccanici, chimici e informatici è drammatica. Parliamo di decine di migliaia di figure in tutta la Lombardia. Anche l’università non è detto che sia il modo migliore di formare figure professionali, anzi in questo momento probabilmente non lo è. Forse quello che si potrebbe fare è inserire gli imprenditori nel mondo delle università pubbliche e private.
Franceschetti: Abbiamo messo a punto con il Gruppo giovani Lombardia un progetto che ha l’obiettivo di interagire con le scuole superiori sotto forma di gioco, con il “Management Game”: per un giorno i ragazzi vestono i panni di imprenditori. C’è un’ampia corrispondenza tra università e impresa proprio per cercare di creare la cultura d’impresa. Per quanto riguarda la formazione c’è il famoso anno di gavetta in fabbrica. Inoltre suggerisco spesso ai giovani di lasciare la sottana della mamma e di farsi un’esperienza all’estero.
Santini: Trovo che una delle cose più preoccupanti nel nostro Paese sia vedere che la scala sociale è ferma. La colpa spesso è della scuola che in questo momento non è in grado di fornire quegli stimoli di crescita non soltanto professionale ma anche di volontà personale. Per le aziende quello che la scuola insegna in questo momento è molto lacunoso. Come imprenditori noi avremmo bisogno che le scelte curricolari di questi ragazzi fossero più aderenti alle necessità del loro territorio. Non dimentichiamo che molti ragazzi delle scuole professionali sono dipendenti esemplari per le nostre aziende. Oggi ci troviamo con scuole professionali frequentate per lo più da extracomunitari: mi chiedo perché gli italiani non dovrebbero frequentarle. La scuola ha bisogno di ricollegarsi e di riadattarsi ai bisogni dell’impresa.

Expo 2015 sarà una sfida per tutti, pubblici e privati, piccole e grandi imprese. A livello provinciale e regionale, come vi state preparando per affrontarle?
D’Amore: Il Governo ha da poco deciso quale sarà la governance dell’Expo ed è una governance che, da un certo punto di vista, non piace ai lombardi. L’inizio non è stato quindi dei migliori. Il mondo delle imprese sta aspettando l’evoluzione, ovvero il passaggio dalla formalizzazione all’esecuzione, sta spingendo molto sul tema delle opere pubbliche perché la preoccupazione comune è che Brebemi, Tem e Pedemontana siano pronte per quella data. In Assolombarda abbiamo realizzato una serie di incontri per mostrare quale sarà la strategia generale dell’Expo.
Franceschetti: Per quanto riguarda l’imprenditoria bresciana sicuramente daremo il nostro contributo. Sarà una bella occasione per fare sistema, con chi vorrà farlo naturalmente e porterà vantaggi per tutti. Mi auguro che, grazie all’Expo, si possano colmare degli enormi buchi infrastrutturali, attraverso la realizzazione della Brebemi e il rilancio di Malpensa.
Santini: Sarà sicuramente un’occasione importantissima per fare sistema in modo responsabile anche se è un po’ triste pensare di dover contare su eventi spettacolari come l’Expo per riuscire a portare a casa un po’ di infrastrutture. Per un territorio come Bergamo, vicino a Milano e con un aeroporto che sarà uno dei punti principali di affluenza, questa sarà un’occasione da non perdere. Dovremo essere capaci di presentarci al pubblico in modo decoroso, mostrando la vera essenza dell’italian style.

Cosa sentite di aver portato della vostra esperienza imprenditoriale, nel ruolo che oggi ricoprite?
D’Amore:
Siamo tre presidenti con storie personali abbastanza diverse: io ad esempio ho un’azienda da otto anni e sono diventato presidente del gruppo Giovani dopo un’esperienza di quattro o cinque anni e non era mai successo, in più lavorando in un’azienda di servizi e di comunicazione. Penso di aver portato una visione nuova, delle idee e un modo nuovo di avere entusiasmo. Ho portato anche qualche piccola cosa negativa che ho migliorato con il tempo: io sono un grande confusionario e dal Gruppo giovani ho imparato a lavorare in team.
Franceschetti: Per quanto riguarda Confindustria Brescia il gruppo è numeroso e variegato. Ci sono tanti imprenditori di prima generazione, ma ci sono anche dirigenti o manager. Essere un presidente, non imprenditore, è una novità per il nostro Gruppo. Sono cambiate le argomentazioni e si è passati a parlare delle praticità delle cose: delle materie prime, dell’internazionalizzazione, dell’etica d’impresa. L’anno prossimo parleremo della scuola perchè la formazione è un tema importante. Penso di aver portato un risultato mai raggiunto fino ad oggi: aver creato un ponte e delle collaborazioni con le territoriali vicine come Bergamo.
Santini: Sono la prima donna ad avere cariche in Confindustria Bergamo. Credo di aver portato coraggio e voglia di fare impresa. Mi sento un po’ fuori dagli standard di Confindustria e sono felice di aver condiviso i problemi, la voglia di affrontare temi di un certo tipo e di aver diffuso la voglia di partecipare. Io stessa ho portato a casa molto più di quello che ho dato anche se l’impegno è stato importante, soprattutto con una figlia a casa di 4 anni.

Citazione
Qualsiasi cosa tu pensi che puoi  fare o credere che puoi fare, è cominciare. Azione è magia, la grazia e il potere in essa
Johann Wolfgang Von Goethe

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